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La traduzione di Silvano Ceccherini. La storia di ognuno non è altro che la storia di tutti

di Rita Baghino

La traduzione è un romanzo di Silvano Ceccherini edito da Garzanti nel 1963.

Ceccherini nasce a Livorno nel 1915. Lascia gli studi molto presto e dal 1934 al 1939 si arruola nella legione straniera francese prima in Algeria e poi in Marocco. Racconta questa sua esperienza di legionario nel libro Sassi su tutte le strade del 1968.

immagine per la copertina del libro La traduzione di Silvano Ceccherini.
La traduzione, di Silvano Ceccherini.

Nel 1940, arruolato nella Marina Militare, fu condannato per avere aggredito un ufficiale.

Si rese latitante e visse nella Pineta del Tombolo in una tenda. Fu catturato in uno scontro con la polizia ed ebbe una condanna a 18 anni che scontò nel carcere di Pisa e nel carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro all’isola d’Elba, ed è durante queste esperienze di detenzione che scrisse questo secondo libro La traduzione.

Una volta scarcerato si ritirò presso un convento di benedettini in Lussemburgo e tornò solo nel 1973 a Livorno dove mori l’anno successivo.

Carlo Cassola apprezzò molto questo romanzo e lo passò a Giorgio Bassani, che oltre ad essere uno scrittore era anche un curatore editoriale. Anche lui lo accolse con entusiasmo, mettendo in discussione il luogo comune che vuole che non si dia fiducia alla “letteratura dei non letterati”.

Il libro è dunque autobiografico, e il titolo, La traduzione è, nel gergo penitenziario, il trasferimento dei detenuti da un carcere all’altro.

Il percorso comporta delle tappe; ad ogni sosta i detenuti vengono fatti scendere e rinchiusi in carceri di transito anche per diversi giorni, dove si trovano ulteriormente spaesati ed umiliati. Aspettano nelle stazioni o chiusi nei furgoni di poter ripartire, con manette e catene non necessarie. «Perché non ci togliete le manette? Non siamo già in cella?» chiedono. «Dopo, dopo…» è la risposta monotona ed immotivata delle guardie.

Il protagonista Olgi è malato di cuore e di nostalgia; ha gli occhi di un detenuto disabituato ad osservare il mondo, disabituato alla luce, all’aria aperta, allo spazio non limitato.

Dallo sportello posteriore «osserva tutto con interesse, ma soprattutto l’uomo. Costretto a vivere in pochi metri di spazio chiuso, in lui si erano sviluppate delle facoltà immaginative e intellettuali che supplivano a quella pochezza e angustia di vita fisica. I suoi occhi sono attenti, il suo sguardo è amoroso e spietato al tempo stesso. La curiosità lo animava da sempre ed ora più che mai. Era stato tanti anni fermo,  e nel frattempo il mondo si trasformava.» Ha paura, anche se la affronta con una buona ironia. Sa che ci vuole fortuna per vivere ma anche per morire.

Olgi assapora cose assolutamente insignificanti alle quali noi abituati alla libertà, prestiamo poca attenzione; è come se accendesse un faro sulle piccole cose restituendogli dignità e luce.

Il viaggio inizia su un cellulare della polizia penitenziaria che porta i detenuti in una stazione dove prenderanno un accelerato. Durante la traduzione discutono, litigano, si imbeccano, scherzano perfino; guardano il mondo di fuori e commentano. Soprattutto si raccontano; passano in rassegna le carceri che conoscono, si chiedono l’un l’altro la durata della pena, l’entità del reato. Si chiedono «sei pentito?»

Olgi confida ai compagni di passare molto del suo tempo a scrivere, soprattutto durante le soste più lunghe.

«Per cosa scrivi?» gli chiede uno dei suoi compagni di viaggio. «Perché soffro ed amo la vita, e perché devo esprimermi, ho bisogno di esprimermi». Più gli toglievano vita più sentiva il bisogno di ricrearla dentro di sé. Ma se qualcosa dal mondo di fuori lo distraeva, le parole gli diventavano estranee, quasi detestabili. Gli apparivano approssimative, banali, mai adeguate ad esprimere la realtà.

Durante il tragitto qualcuno scende, qualcun altro sale; lui resta sempre, deve arrivare a Saluzzo. Continua a guardare fuori dal finestrino, riconosce qualcosa nelle città di mare della costa maremmana.

«Quanta gente, quanta vita. Eppure tutto questo c’era anche prima, tutta questa bellezza esisteva anche prima, e non mi accorgevo di niente, ero come cieco, passavo tra la gente frettoloso e cieco (…) Non ci accorgiamo di vivere? So soltanto che mi ci sono voluti 20 anni di non vita per imparare ad apprezzare la vita».

In una delle case che vede dal treno abitavano le sue sorelle. Una era vedova con tre figlie che chiedevano spesso di lui. Gli erano molto affezionate e non capivano il motivo di quell’alone di mistero che circondava lo zio che non si stancavano di aspettare.

Fanno una sosta a Pisa, poi ripartono; Viareggio, poi Massa, le Apuane, La Spezia, Nervi. Continuano a parlare. Germano è dentro per sfruttamento della fidanzata che aveva mandato sul marciapiede. Marcello aveva ucciso il padre per proteggere la madre. La storia di ognuno diventa in qualche modo la storia di tutti.  «L’aiuto che conta è questo: sentire che ci sono dei fratelli nel mondo».

Non penso che si possa dire che La traduzione è un momento positivo, quasi di riscatto che interrompe la routine del carcere. Mi sembra piuttosto un  dignitoso e poetico inno alla tristezza per la privazione delle libertà più elementari.

Olgi con empatia e tenerezza osserva le bugie e le illusioni che i suoi compagni sono costretti a raccontare a se stessi e agli altri per andare avanti. Il futuro è un buco nero; si aspetta senza sapere se si sarà aspettati. Il mondo continua ad andare avanti senza che lui stesso e i suoi compagni possano comprenderne i cambiamenti. La sua sola salvezza è scrivere, rimanere aderente alla realtà e restare con i piedi per terra. Più che saggezza il suo è disincanto, consapevolezza che nessuno gli restituirà quel tempo.

La traduzione resta un racconto incompiuto che si conclude drammaticamente ma pacatamente. Una cameriera che  serve da mangiare a lui e alle guardie e gli sorride. Olgi a sua volta le sorride e le lascia tutto il suo denaro.

Una fine semplice, lineare, commovente.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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