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Frammenti di un discorso amoroso. Amare significa parlare di sé.

Questo libro di Roland Barthes Frammenti di un discorso amoroso, edito da Einaudi nel 1977, lo lessi moltissimi anni fa. Forse mi trovavo in um momento particolare, non ricordo, ma è rimasto una specie di “colonna portante” di quello che pensavo e penso tuttora di alcune cose. Così è da allora che lo tengo sul mio comodino, a portata di mano, come un manuale da consultare ogni tanto.

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Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes, ed. 1977 – Einaudi

Roland Barthes nasce nel 1915 e muore a Parigi nel 1980. Fu un critico letterario, un filologo, un linguista, un semiologo, un esperto della tragedia greca, ma soprattutto uno dei maggiori esponenti dello strutturalismo francese. Malato di tubercolosi, per un anno soggiornò in un sanatorio per studenti dove ebbe modo di approfondire la lettura di Sartre, Camus, Proust.

Il suo percorso intellettuale è tortuoso ed interessante, grazie anche ai numerosi incontri con studiosi di grande spessore.

Questo libro è un saggio particolarissimo, concepito come un dizionario di ottanta voci sul “discorso amoroso” che lui definisce già nelle prime righe di “una estrema solitudine”. È un discorso parlato da tutti e al tempo stesso ignorato, schernito. È un libro che restituisce all’innamorato una dignità attraverso un linguaggio immediato e perciò emotivo.

«Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico bensì strutturale. Esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla».

Il libro è volutamente frammentato, come se ogni capitolo fosse una figura. Quello che passa per la testa dell’innamorato è segnato, come fosse un codice, e ciascuno può riempire questo codice con la propria storia. Queste figure, per tutta la durata dell’esperienza amorosa, e di tuto il libro, spuntano senza un ordine, senza trascendenza, senza salvezza.

Ogni episodio ha origini diverse. Alcuni si ispirano al Werther di Goethe, altri al Simposio di Platone, allo Zen, alla psicoanalisi, ma anche alle letture occasionali dell’autore e alle sue conversazioni con gli amici.

In questo saggio l’amore si manifesta soprattutto attraverso il linguaggio, nel senso che qui l’innamorato parla sempre ed esclusivamente del proprio sentimento. Al tempo stesso ci lascia intendere che le parole non potranno mai afferrare qualcosa di così poco razionale come l’amore. E Barthes, così esperto del significato simbolico del linguaggio, cerca di affrontare proprio questo “indicibile”.

Una delle voci più interessanti per me è “l’attesa”. All’inizio del capitolo viene data una definizione di poche righe: «un tumulto di angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi».

È impossibile non riconoscersi in quelle sfumature. «C’è una scenografia dell’attesa». Verissimo. L’innamorato “mima” la perdita dell’amato, celebra periodicamente un piccolo lutto. Si pensi ad un appuntamento; l’oggetto amato è in ritardo. Seguono congetture di ogni genere: perché è in ritardo, verrà, non verrà… L’attesa di una telefonata o di un arrivo si intesse di ordini impartitemi da me stesso e di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna:

«proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che di lì a poco dovrò uscire, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata (…) mi tormenta».

L’attesa è un incantesimo: si resta fermi, paralizzati. Siamo tanto più innamorati quanto più aspettiamo. La sensazione è che l’altro non aspetti mai. Per darsi un contegno si cerca di perdere tempo, di arrivare in ritardo. Sintetizza Barthes che l’innamorato non è altro che “quello che aspetta”.

Il capitolo dedicato all’”io ti amo” è una pura disquisizione linguistica. L’io-ti-amo è senza impieghi. Non ha nessun obbligo sociale, può significare tutto e niente. Non è una frase, non ha un significato; ha senso nel momento in cui la si pronuncia, nel suo immediato. Qual è la risposta a questa enunciazione? “Anche io” è la risposta più attesa, cercata, voluta, ma forse la più imperfetta; inaugura un cambiamento stabilendo una reciprocità non necessariamente prevista.

Il capitolo “elogio delle lacrime” parla della particolare propensione a piangere del soggetto amoroso. Ad ogni minima emozione il Werther di Goethe scoppia in lacrime. Barthes si chiede dunque se piangere è davvero una prerogativa del soggetto amoroso, del suo corpo. Ma oltre il corpo amoroso esiste un “corpo storico”.

Si potrebbe scrivere una storia delle lacrime? In quali società e in quali momenti storici si è pianto? Quando è successo che i soggetti maschili hanno iniziato a vergognarsi di piangere? E il pianto dell’innamorato è davvero autentico o in realtà si piange per fare pressione su qualcuno?

Con la sua incantevole maestria linguistica Barthes afferma che ci sono tanti modi di piangere, perché piangere non è un atto individuale. Quando piango mi rivolgo a qualcuno e questo rende il pianto ogni volta diverso in quanto sempre rivolto ad un soggetto diverso. Creo un interlocutore enfatico e gli mando un messaggio che le parole non possono esprimere con la stessa efficacia.

“Fare una scenata” è un’ altra voce interessante. Quando due persone litigano, cercando di avere ognuna l’ultima parola, vuol dire che sono già “sposati”, nel senso che esercitano l’uno sull’altra un diritto che implica il rispetto di un turno della parola. Anche se non si ascoltano, si assoggettano a questa regola tacitamente implicita: ora parlo io, e poi parli tu.

Con la prima scenata «il linguaggio inizia la sua lunga carriera di cosa tormentata ed inutile». Il monologo viene svilito e confinato nella tragedia greca, nel teatro, diventa espressione della follia, del delirio (parlare da soli non è forse sempre tacciato nel linguaggio comune come uno squilibrio, un disturbo?)

La scenata non ha vincoli che la possano fermare, la sua espansione è rinnovabile all’infinito. La interrompe quasi sempre la stanchezza di uno dei due soggetti, o l’intervento di un fatto esterno. Quasi mai la scenata evolve verso un chiarimento o un cambiamento.

Spesso dalla scenata amorosa si esce come se nulla fosse accaduto: Barthes la definisce un “tumulto irrilevante”. Nonostante questo, si cerca ostinatamente di avere l’ultima parola: «si è mai visto un eroe che rinunci a parlare prima di morire?» Rinunciare all’ultima parola è un atto “antieroico”, e per questo sovversivo.

Il maestro Zen al quale venne chiesto: “cosa è il Buddha?”, nell’impossibilità della risposta si sfilò un sandalo, se lo mise sul capo e se ne andò. Barthes lo definisce un «impeccabile dissolvimento dell’ultima replica, padronanza della non-padronanza».

La conclusione di questo preziosissimo libro è che il discorso sull’amore è un discorso impossibile, inafferrabile. Barthes sostiene che ciò che è “indecente”, e io mi sento di aggiungere complesso, difficile, non è tanto la sessualità, quanto la “sentimentalità”, di fronte alla quale continuiamo ad essere impreparati e spiazzati.

La soggettività assoluta di ogni situazione amorosa non ci consente di imparare le regole di un comportamento. Regole non ce ne possono essere e quando pure le mettiamo le trasgrediamo con facilità. Siamo in balia delle nostre ingovernabili emozioni esattamente come il giovane Werther. Come al solito, “capire” è l’unica strada percorribile.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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