Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega 2021 con il libro Due vite. Ricordavo il suo nome, e così ho cercato le sue opere precedenti e ho trovato un suo delizioso piccolo libro intitolato Contro verso, un’estate a Roma, ambientato durante la caldissima estate del 2003 nel quadrilatero tra via Merulana, viale Manzoni, via Tasso e Piazza S. Giovanni in Laterano.
Ma quello che mi incuriosiva ancora di più era Invasioni controllate, un libro del 2007 edito da Castelvecchi, che consiste in una sorta di intervista a suo padre Mario. Mario Trevi è stato un grande psicoanalista junghiano scomparso nel 2011, che scoprii perché un amico psichiatra lo citò più volte ad un convegno.
Emanuele conduce una informale ma profonda chiacchierata con suo padre, indirizzandolo con delle domande, ma sempre lasciandolo rispondere a ruota libera, sulla sua infanzia, i trasferimenti della famiglia, la sua analisi con Ernst Bernhard, la sua scelta professionale e le sue scelte politiche.
L’esordio di Emanuele è: «ok papà, inizia la tortura. La tua proverbiale riservatezza sta per subire un grave attentato». E Mario comincia subito ad aprirsi con pudore ma con grande voglia di raccontarsi a suo figlio attraverso le tappe salienti della propria vita.
Il racconto, sempre sollecitato dalle domande di Emanuele, inizia con il trasferimento della famiglia da Ancona ad Alba, nelle Langhe, e poi di nuovo Ancona fino ad arrivare a Roma. Poi, il trasferimento del padre ingegnere in Kenya e la sofferenza della madre per questa lontananza.
Racconta le sue prime letture, le sue prime curiosità che iniziano inconsapevolmente a gettare le basi di quello che dopo approfondirà con gli studi universitari. In particolare la passione per le fiabe che lo inizia all’uso e al significato dei simboli che «uniscono i contrari, i bambini e gli uccelli, i vivi e i morti, le cose concrete e quelle invisibili».
Le avventure di Peter Pan che Mario leggeva di notte e Il dottor Jekill e Mr Hyde cambiano in lui l’idea del buio, che smette di essere qualcosa di oscuro e minaccioso, diventando lo spunto per avvicinarsi a quello che per Jung è il concetto delle “zone di ombra”.
Altro incontro importante nella sua vita reale, concreto, fu quello con Beppe Fenoglio. Andavano nella stessa scuola e avevano dei professori che si sono rivelati importanti e formativi per entrambi. Fenoglio costituisce uno dei fortissimi legami che lo legano alle Langhe. Mario menziona quello che definisce il suo racconto più bello I 23 giorni della città di Alba, che dà una versione molto più cruda dell’esperienza della resistenza rispetto a quella che vivrà lui.
Mario è costretto, dopo la morte della madre a tornare ad Ancona dove ad accoglierlo ci sarà sua nonna. Lì si troverà bene, familiarizza con i cugini, fino a doversi nuovamente spostare in un piccolo paese delle Marche dove decide di seguire i partigiani nelle campagne di Fabriano.
Il racconto si articola, sempre guidato dalle domande di Emanuele, fino al congedo alla fine della guerra; la laurea in filosofia morale a Bologna, i primi lavori da scrivano appena sufficienti a sopravvivere. E inesorabilmente arriva “la prima unghiata della belva”, cioè la prima vera depressione.
Inizia anche per questo a svegliarsi in lui l’interesse per la medicina e per la psicoanalisi. Esce dal partito comunista nel 48 perché «Togliatti non mi andava affatto a genio».
Nella polarità tra Ancona e Bologna nel 1951 decide di spostarsi ancora e vivere a Roma. Qui fa un incontro determinante per la sua vita: Ernst Bernhard, il grande analista junghiano. Più che di depressione Mario è affetto da un disagio in quegli anni, il fatto cioè di essere poverissimo e frequentare persone molto più agiate di lui.
Per questo nel 1954 stipula un contratto con Bernhard. Decidono di incontrarsi due volte la settimana ad un prezzo flessibile. Bernhard usava “calmierare” le sue tariffe secondo le possibilità dei pazienti. La descrizione che fa di lui è significativa.
Nel suo studio incontra Federico Fellini, anche lui suo paziente, col quale dopo la morte di Bernhard continuerà ad incontrarsi e parlare della loro comune esperienza. È attraverso l’analisi con lui che inizia ad avere la sensazione di essere attraversato da invasioni da parte dell’inconscio, invasioni controllate, come le definirà e come poi si deciderà di intitolare il libro.
Quando Mario diventa a sua volta psicoanalista sarà proprio Bernhard a mandargli i suoi primi pazienti. La conversazione tra padre e figlio qui si fa più profonda. Emanuele chiede tanti particolari: le differenze tra Jung e Freud e il perché della sua propensione per uno piuttosto che per l’altro, come si gestisce una relazione analitica, il significato di empatia, cosa si fa quando si verifica una situazione di stallo, cosa pensa degli psicofarmaci, quando è il caso di interrompere un’analisi.
Tutte queste domande diventano un misto molto equilibrato dell’interesse oggettivo di Emanuele per l’argomento e contemporaneamente dell’interesse affettivo per il padre che si racconta. E si racconta volentieri, è evidente, vincendo sempre di più l’iniziale riservatezza, riservandola solo ai racconti dei suoi pazienti.
A proposito dell’empatia Emanuele chiede al padre se «l’infelicità del paziente può diventare un problema anche dopo la fine dell’orario di lavoro». Mario risponde: «certe volte la sera io torno a casa letteralmente distrutto dal dolore degli altri». E il figlio ha una opportunità che nessun altro ha: sa come vive suo padre e sa come si difende da tutto questo e può chiederglielo.
«Sei sempre stato una persona con orari molto regolari. È una difesa dall’irrazionalità che bisogna affrontare ogni giorno?» Le domande sono serie, oggettive, imparziali, ma al tempo stesso impregnate di quella partecipazione e contestualizzazione che rende le risposte più autentiche e sincere.
E così continua, con riflessioni sui grandi temi della vita, ognuna delle quali sarebbe degna di un approfondimento e di un dibattito. Il suo modo di vedere le religioni, le sacre scritture, il fallimento della limitatezza dell’uomo di fronte all’infinitezza, il concetto di persona, l’interpretazione dei sogni, le differenze di genere, perfino l’arredamento dello studio dell’analista. Sono tutti argomenti sui quali Mario si interroga e mette a disposizione le sue conoscenze e le sue elaborazioni.
Ma non è solo questo a rendere preziosa questa conversazione, quanto il fatto che un padre e un figlio, protagonisti di una delle relazioni più complesse che due esseri umani possano avere, abbiano un interesse così forte a raccontarsi ed ascoltarsi, arricchendo teorie e speculazioni con quel coinvolgimento che le rende emotivamente interessanti.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.









3 risposte
Brava, molto brava!
Grazie per questa recensione!
Sto cercando una copia del testo, anche solo per un prestito da restituire post lettura.
È introvabile, ma immagino lei possa aiutarmi,
La ringrazio
Caro Vito, grazie per il suo commento. Anche io avevo faticato a trovare quel libro. In libreria non c’ero riuscita neanche ordinandolo. Lo avevo trovato in una biblioteca del comune di Roma, la Franco Basaglia che è a Primavalle e lo avevo ottenuto in prestito per un mese. Ho controllato, lo hanno ancora e lo hanno anche alla biblioteca Joyce di viale Costantino (diciamo Garbatella).
Le consiglio comunque di consultare il sito Biblioteche di Roma per vedere dove è disponibile. Il catalogo è pubblico. Poi lì dovrà fare una tessera gratuita.
Grazie ancora!