“Ci sono giorni della vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti”. Questo è l’incipit del libro di Tiziano Terzani Lettere contro la guerra, scritto nel 2002 e pubblicato dalla casa editrice TEA.
In realtà questo libro è un insieme di lettere scritte da lui sul Corriere della sera l’indomani dell’11 settembre 2001 che danno una visione decisamente insolita rispetto a quella dei molti che scrissero dell’attentato alle torri gemelle. Una di queste è la risposta ad alcune riflessioni di Oriana Fallaci.
Anche se apparentemente nulla è cambiato da quel giorno nelle nostre vite private, quella data segna un punto di non ritorno: «il mondo è cambiato, dobbiamo cambiare anche noi» dice Terzani.
Per capire meglio il suo pensiero non si può prescindere dalla vita che ha condotto. Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938 e già nel 1963 viene mandato dalla Olivetti, presso la quale lavorava, in Giappone per tenere dei corsi. Nel 1971, diventato un giornalista affermato di Der Spiegel inizia a girare l’Asia e a scrivere articoli e libri.
Si ritrova testimone di fatti importantissimi del secolo scorso: la guerra in Vietnam, la presa del potere da parte dei comunisti, la caduta di Saigon, l’invasione della Cambogia e le atrocità del regime di Pol Pot, Pechino, la Cina, la Russia e il golpe del 1991 contro Gorbačëv.
Le storie dei paesi che attraversa si intersecano inevitabilmente con la cultura di quei luoghi, delle persone che li abitano e con le sue vicende personali fino a quando, negli ultimi anni della sua vita, decide di passare lunghi periodi in Himalaya, ritirandosi dal mondo e cercando un ritmo di vita scandito soprattutto dalla natura, dalla meditazione e dagli eventi naturali.
Colpito da un tumore all’intestino cerca cure e risposte nel suo nuovo stie di vita, ma poco tempo dopo torna in Toscana dove risiede la sua famiglia e decide di passare lì la parte finale della sua vita. Muore nel 2004.
È da Firenze che decide, il 16 settembre 2001, pochi giorni dopo l’attentato delle torri di scrivere una lettera al Corriere della Sera che fece molto discutere, dal titolo: “una buona occasione”. La lettura dell’evento drammatico non ne sminuisce affatto la gravità, ma suggerisce il tentativo di comprendere le ragioni dei terroristi, l’inadeguatezza del mondo musulmano nei confronti della modernità, della globalizzazione, il cambiamento rapido dei costumi.
Terzani aveva provato solo due mesi prima dell’11 settembre, a tornare negli Stati Uniti, a Washington, proprio per cercare di carpire qualcosa di più di questi cambiamenti. Scrive di avere visto «un’America arrogante, ottusa, tutta concentrata su sé stessa, tronfia del suo potere, della sua ricchezza, senza nessuna comprensione o curiosità per il resto del mondo». L’America gli aveva fatto paura.
Era pronto per tornare in India quando lo informano che la giornalista Oriana Fallaci aveva risposto alla sua lettera, anche lei sul Corriere. La risposta era durissima, astiosa, piena di risentimento; comprensibile in quel difficile momento in cui lo slogan era: “siamo tutti americani”, ma certo non utile a capire nulla dell’accaduto.
Terzani scrive ancora l’8 di ottobre, uno dei primi giorni in cui gli Stati Uniti avevano iniziato a bombardare l’Afghanistan, stavolta rivolgendosi direttamente alla Fallaci.
Tiziano ed Oriana si erano conosciuti molto tempo prima, sono stati colleghi, tutti e due inviati all’estero, hanno avuto stima e considerazione l’uno dell’altra.
Si racconta onestamente, cercando di conciliare e sovrapporre gli eventi di quel periodo terribile alla sua natura e alla sua personalità. Dice di se stesso: «mi sento fiorentino, un po’ italiano e sempre più europeo. (…) Sono arrivato alla mia età senza avere mai voluto appartenere a nulla, non a una chiesa, non a una religione, non ad un partito (…) Qualunque organizzazione mi sta stretta».
La lettera è realistica, apre gli occhi alla storia e alla coscienza. Tiziano trova pericolosa e perdente ogni guerra; pericoloso è semplificare, usare il luogo comune come chiave interpretativa, sottovalutare il proprio avversario, non comprenderne la logica, liquidarlo come “pazzo”.
La rabbia del mondo islamico che si sente attaccato dall’occidente e la rabbia per i quasi 3000 morti americani delle torri gemelle, sono rabbie che si somigliano: senza mai confondere la vittima con il carnefice, hanno in comune l’incapacità o la non volontà di capire cosa c’è alla radice di questa reciproca ostilità e comprenderne le ragioni profonde. Rimuovere il terrorismo, i suoi mandanti e i suoi esecutori non rimuove le ragioni di questi atti. È in questo senso che Terzani considera questa strage “l’occasione” per ripensare a tutto e fare nuove scelte.
«Rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo di avere davanti prima dell’11 settembre. (…) Le guerre sono tutte terribili.»
Tiziano teme l’escalation di violenza alla quale portano le risposte immediate, viscerali, irrazionali, che non includono la necessità di capire e trovare mediazioni pacifiche. Purtroppo le sue riflessioni si riveleranno profetiche. L’Afghanistan del regime talebano rimase occupato da truppe americane per 20 anni, l’Iraq di Saddam Hussein venne attaccato nel 2003, nel 2014 vennero effettuati attacchi allo stato islamico in Siria, Libia, Yemen, Camerun.
Terzani cita un libro di Ekkehart Krippendorff, (L’arte di non essere governati Feltrinelli 1999) politologo tedesco, sostenitore della “scienza della pace” che ha insegnato all’università di Bologna e di Siena, in cui sostiene che la politica dovrebbe basarsi su un pensiero che nasce dal superamento della vendetta.
La cultura occidentale, prevalentemente cristiana, ha le sue radici nel mito di Caino che uccide Abele. Dio impedisce la sanguinosa vendetta degli uomini e condanna Caino all’esilio. Sempre secondo Krippendorff il teatro greco e quello di Shakespeare esercitano questa fondamentale azione mediatrice; mettono in scena tutti i protagonisti del conflitto e ad ognuno fanno esprimere le proprie ragioni.
È impossibile, continua Terzani nelle sue lettere, non chiedersi cosa può spingere un giovane che ha gli stessi sogni e gli stessi progetti dei giovani occidentali a farsi saltare in aria per un ideale. Come possiamo difenderci da questi attacchi se non capiamo cosa può spingere una persona ad un atto così innaturale?
Dubitare delle nostre convinzioni, confrontarci, discutere, esaminare più possibilità, è l’unica rivoluzione non violenta che ci è concessa: una rivoluzione del pensiero.
Il libro contiene altre cinque lunghe lettere; una da Peshawar e una da Quetta, due città pakistane vicine al confine con l’Afghanistan. Descrive la vita, i locali, le abitudini, le persone, parla moltissimo de “la verità”. In questo periodo di guerra tra l’Ucraina e la Russia tante volte ci siamo sentiti ripetere che nelle guerre la prima vittima è la verità.
Terzani dice di avere passato tutta la vita a rincorrere “i fatti” oggettivi, tangibili, quindi sovrapponibili alla verità precipitandosi nei luoghi dove accadevano. Ma già nel 2001 si rende conto che i fatti possono essere solo un’apparenza che racchiude verità che sono complesse da sapere.
Scrive: «Frastornati dai dettagli di tanti fatti perdiamo sempre di più il senso dell’insieme».
I dettagli sono i singoli attacchi che possono essere considerati “vittorie” da chi li compie, e “sconfitte” da chi li subisce. In ogni caso tutta l’umanità sta subendo una terribile sconfitta: quella di essere all’inizio del terzo millennio e dover ricorrere ancora la guerra come soluzione dei conflitti e delle diseguaglianze che invece ne sono una delle cause principali.
La lettera da Kabul è forse la più triste. I suoi ricordi di pochi anni prima resteranno solo dei ricordi. Il bazar è diventato una distesa di tende e baracche. Il fiume è invaso dai rifiuti, i monumenti sono ridotti a cumuli di sassi, gli agrumeti, i fiori, sono prati secchi, incolti e polverosi. Kabul non c’è più, è un cumulo di macerie brulicante di umanità disperata e mutilata, nel corpo e nell’anima.
Ricorda la lezione pacifista eppure incredibilmente incisiva di Gandhi. Sappiamo che l’epilogo fu la sua uccisione avvenuta nel 1948. Fu accusato dai fondamentalisti indù di essere filo-musulmano.
Gandhi si era opposto alla divisione avvenuta nel 1947 tra India e Pakistan. La divisione era stata fatta in base alle differenze religiose; indiani e pakistani, un unico popolo che era vissuto in pace per centinaia di anni, fino alla dominazione britannica. La loro separazione, tanto osteggiata da Gandhi provocò la migrazione di circa 12 – 15 milioni di persone e più di un milione di morti.
Con l’ultima lettera dall’Himalaya Terzani ci congeda. «Mi piace essere in un corpo che invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle (…) Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili».
Ci siamo smarriti in una complessità che ci fa apparire la nostra terra e le nostre vite come se fossero di qualcun altro, viste dall’esterno. I quattro elementi del nostro mondo, aria, terra, acqua, fuoco, basi della vita in tutte le civiltà e culture non sono più in grado di autorigenerarsi. L’equilibrio si è rotto, e l’uomo ne fa parte. E’ un fenomeno trasversale che riguarda tutti e come tale va esaminato, capito, fermato.
La nostra storia ha visto grandi imperi trionfare e poi svanire. Succederà a tutti, anche agli americani, anche ai russi, ai cinesi, ai giapponesi. Siamo vittime di noi stessi, del nostro delirio di onnipotenza, ed è questa supponenza che fa crollare i grandi imperi.
Mi piace pensare che non sia un caso che Terzani scriva queste cose due anni prima della sua morte; lo vivo come un onestissimo testamento spirituale ed umano, forse l’ennesimo inutile tentativo di considerarci laicamente parte di un mondo che non stiamo dimostrando di amare.
Forse è un luogo comune, una specie di mia fissazione, ma immersi come siamo oggi in una guerra molto vicina e in tantissime solo un po’ più lontane, spettatori o protagonisti di migrazioni che nessun muro potrà fermare, preoccupati per i cambiamenti climatici, mi viene da azzardare una sintesi del suo pensiero espressa in uno slogan tanto in voga quanto vero…: “nessuno si salva da solo”.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.










2 risposte
Complimenti. Un articolo bello e utile. Scritto benissimo. Grazie
Grazie. È un libro che trovai bello e illuminante. Quando lo lessi non avrei mai immaginato che quello che era accaduto l’11 settembre e le seguenti reazioni non ci avrebbero insegnato nulla. Invece la storia si ripete inesorabilmente.