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Dio odia le donne di Giuliana Sgrena. Le religioni e la demonizzazione della donna

di Rita Baghino

Giuliana Sgrena, autrice del libro Dio odia le donne edito da Il Saggiatore, è una giornalista esperta di cultura islamica che si è occupata soprattutto della condizione delle donne nei paesi islamici.

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Dio odia le donne, Giuliana Sgrena

Si è parlato molto di lei quando nel 2005 fu rapita a Baghdad dall’Organizzazione per la Jihad Islamica. Dopo vari appelli da parte del presidente Carlo Azeglio Ciampi, fu liberata un mese dopo dai servizi segreti in un contesto drammatico nel quale sotto una raffica di colpi d’arma da fuoco statunitensi perse la vita il funzionario del SISMI Nicola Calipari che aveva partecipato alle trattative per il suo rilascio.

Le versioni italiana e statunitense sull’accaduto sono tuttora contrastanti e oscure.

Nell’introduzione, Sgrena esordisce dicendo che le tre religioni monoteistiche, cristianesimo, ebraismo e islam, costituiscono l’alibi per il patriarcato.

Questa affermazione dà senso al titolo, in quanto ogni potere si è trincerato dietro interpretazioni alquanto discutibili delle Scritture o almeno nella mancanza di un adeguamento e di cambiamento consono al passare del tempo e all’evoluzione dei costumi.

Senza nessuna pretesa di esaurire un argomento così vasto e complesso, l’autrice ci tiene a specificare che sicuramente le donne sono le vittime più penalizzate dei fondamentalismi.

Le religioni monoteistiche sono succedute ad un’organizzazione matriarcale diffusa tra il 7000 e il 3500 a.C., ma una discendenza matrilineare non bastava a garantire il patriarcato, e questa è stata la ragione principale del suo decadere.

La laicità viene combattuta e «presentata dagli oscurantismi come sinonimo di permissività e depravazione»; per questo ogni potere politico ha sempre cercato di fondersi con quello religioso e viceversa, esercitando così un maggiore controllo sul comportamento delle persone e in particolare sulla sessualità delle donne.

La Rivoluzione francese, con l’abolizione della monarchia assoluta, ha avviato in tempi moderni un processo di secolarizzazione che anche in Europa ha ancora molte falle. Margherita Hack, citata dalla Sgrena, diceva: “libera scienza in libero stato”, proprio per ribadire che un processo di conoscenza serio e scientifico non può essere sottomesso a nessuna questione ideologica o religiosa.

L’autrice, nel primo capitolo, racconta la sua esperienza di bambina a scuola dalle suore. La confessione settimanale alla quale era costretta era già vissuta da lei come una forma di controllo sociale attraverso l’interiorizzazione della colpa.

Nonostante le sostanziali differenze tra le religioni monoteiste, tutte e tre hanno sempre demonizzato le donne. Nell’800 il medico esploratore David Livingstone raccontò di avere incontrato civiltà in cui le donne avevano ruoli determinanti e rapporti paritari nelle posizioni di potere. Esistono anche nella nostra cultura prima greca e poi romana, figure come Medea o Antigone che si sono ribellate ad un sistema maschile, ma restano figure isolate.

L’autrice analizza poi il tema della verginità della quale il cristianesimo ha fatto una vera e propria ideologia sostenendo in maniera dogmatica quella di Maria madre di Gesù.

«La sessuofobia», sostiene la teologa Uta Ranke Heinemann «è dovuta al fatto che la “mariologia” non è stata fatta dalle donne ma solo dagli uomini, anzi uomini celibi. Così una sottile sessuofobia, una visione negativa e pessimistica del matrimonio e della maternità dominano questa mariologia».

La verginità fino a non tanto tempo fa anche in molte zone del nostro paese, andava “dimostrata”. Dopo la prima notte di nozze il lenzuolo sporco di sangue veniva esposto fuori dalla finestra come prova inconfutabile della purezza della sposa. Oggi, pratica non meno inquietante, esiste l’imenoplastica; con un centinaio di dollari o di euro o moneta equivalente, si torna illibate.

Per chi non ha soldi, a Shanghai si vende un kit con un imene artificiale che contiene un liquido rosso simile a sangue. La verginità resta quindi un tabù ancora piuttosto radicato.

Il delitto d’onore, i matrimoni riparatori, i femminicidi, sono tutti assimilabili ad una cultura patriarcale. Può sembrare incredibile soprattutto alle nuove generazioni, ma è solo dal 1996 che l’Italia ha riconosciuto lo stupro un delitto contro la persona e non più contro la morale.

A Roma tra il 2014 e il 2015 si è tenuto un Sinodo sulla Famiglia. Nonostante si parli di 10 anni fa, vi erano presenti solo una trentina di donne senza diritto di voto. Ne allego il link perché è interessantissimo per capire in che modo la chiesa enuncia una sorta di  “linee guida” per l’evoluzione della Famiglia: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0770/03044.html

All’interno di questo libro c’è tanta storia, psicologia, antropologia e sociologia. È avvincente il racconto del movimento femminista egiziano, e della sua prima militante Huda Shaarawi.

Questo movimento premeva per la secolarizzazione, per l’istruzione delle donne, per il loro diritto di voto, per la riforma delle leggi sulla famiglia. Nel 1923 Huda partecipa al congresso di Roma dell’IWSA (movimento per il suffragio universale). Durante il congresso tre donne musulmane si tolgono il velo, e capiscono quanto quel coraggioso gesto di rottura possa essere rivoluzionario.

Non lo metteranno più. Le seguirà la regina Soraya, la Turchia laica di Ataturk, la giovane figlia del re del Marocco spronata proprio dal padre.

Ma sappiamo bene, soprattutto in questo momento storico, che anche le conquiste più ovvie non sono mai certe, che tutto può essere rimesso in discussione e che non bisognerebbe mai “abbassare la guardia”.

Così nel 1967 la sconfitta araba della guerra dei sei giorni contro Israele fornisce il pretesto per un ritorno al velo. Nel 1979 Khomeini ribadisce l’obbligatorietà dello chador, e la Turchia di Erdogan nel 2013 ne abolisce il precedente divieto negli uffici pubblici.

Il capitolo più sconvolgente è sicuramente quello che riguarda la pratica dell’infibulazione. Ancora molto diffusa in Somalia, ma anche in molti altri paesi africani, asiatici e più raramente in America Latina, è una pratica di mutilazione genitale che mette a rischio la vita delle adolescenti, per non parlare delle conseguenze psicologiche e dell’offesa e dell’umiliazione al corpo, alla sessualità e al piacere.

La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, citata dalla Sgrena, scrive: «le mutilazioni genitali non si possono far risalire a nessuna religione, paese, etnia (…) sono all’origine dello sviluppo della storia che ha imposto la dominazione di una classe sull’altra, dell’uomo sulla donna, dello stato e della famiglia; sono alla base delle relazioni di classe patriarcali.»

Nella nostra cultura europea negli anni 70 molti silenzi sono stati infranti. Sono nati i gruppi di auto-aiuto, le riunioni di autocoscienza, gruppi che aiutavano le donne in difficoltà. Il libro Noi e il nostro corpo era una lettura quasi obbligatoria per le donne che volevano capire come funzionava il loro corpo, sapere di più sulla contraccezione, sull’aborto, sui loro diritti. Tante cose neanche le loro madri gliele avevano dette, cresciute  loro stesse con quei tabù e quella vergogna che le rendeva spaventate e disinformate.

Giuliana Sgrena analizza in modo assolutamente laico come le tre religioni monoteiste, pur nelle loro profondissime differenze, abbiano in comune la demonizzazione delle donne, che non nasconde altro che la paura del piacere e della tentazione attraverso quelli che si potrebbero definire “mezzi di seduzione”, trappole nelle quali l’uomo resterebbe irretito e prigioniero.

Il libro è un percorso che passa dalle violenze più esplicite a quelle meno trasparenti, come le differenze nel mondo del lavoro, nel trattamento economico, e ancora in molte parti del mondo delle discriminazione nell’eredità. Il collante è una “questione femminile”, sempre affrontata ma mai risolta, con periodi più illuminati di conquista che si alternano a periodi bui.

L’odio di Dio non è altro che il patriarcato del quale le religioni costituiscono l’alibi. Ancora una volta, come dopo ogni femminicidio o altre forme di violenza, segregazione e discriminazione, è necessario che gli uomini, ma anche tutta la società con loro, si interroghino su questo lato oscuro, forse simile a “la zona grigia” di cui parlava Primo Levi ne I sommersi e i salvati.

L’umanità troppo spesso si divide tra il ruolo di carnefice e di vittima, a volte intercambiabile, a volte no. Forse è una irrisolvibile, inquietante componente umana, o forse è un problema culturale.

Considerando tutto il proprio vissuto, l’esperienza maturata come giornalista in paesi molto diversi, pensando a ciò che secondo ciascuna religione ci aspetta dopo la morte, Giuliana Sgrena conclude con questa frase: «Io non mi pongo più questo problema, e quando penso al mio futuro vorrei che fosse già passato.»

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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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