Lessi Patrimonio. Una storia vera di Philip Roth (Einaudi) pochi mesi dopo la morte di mio padre. Come nel libro, lo avevo a lungo assistito con mio fratello e una badante.
Raccontato in prima persona, ampiamente autobiografico, il romanzo inizia con il dilemma se comunicare o no all’anziano padre di avere un cancro piuttosto avanzato.
Nel lungo viaggio in macchina per andare a trovarlo, ne analizza gli aspetti caratteriali, la personalità, mosso da una umanissima compassione, ma anche dal ricordo di quando alla morte della madre avvenuta pochi anni prima, si chiedeva lucidamente: «e ora che ne faremo di questo vecchietto?» Ognuno sa di avere un genitore più fragile dell’altro, e più o meno inconsciamente sa che se sarà quello a restare in vita, la sua gestione sarà complessa.
Il libro descrive alla perfezione il cambiamento di ruolo, il passaggio del testimone generazionale delle preoccupazioni, il momento in cui il figlio del padre inizia ad essere padre del padre e con disincantata rassegnazione è costretto a dire a suo padre di fronte a certe incombenze: “fallo e basta”. È il momento in cui ci si deve fidare e affidare: la fine di un’era, l’inizio di un’altra.
Lo sfondo sono i ricordi del padre, le storie di associazioni familiari con riunioni, canti, sigilli, fondi che provvedono al sostentamento di invalidi e convalescenti, che provvedono a pagare le rette dei college dei figli che studiano.
Attraverso ricordi ed emozioni ci istruisce con senso critico ma molto garbo su uno spaccato sociale degli ebrei americani degli anni 60 del 900. L’ebraismo è uno sfondo importante, quasi in ogni libro di Roth lo è; un ebraismo non ortodosso, non praticante, ma che condiziona il loro modo di vivere. Quelli che irritavano il padre erano gli ebrei che attaccavano i libri del figlio «perché li trovavano antisemiti e mi definivano un ebreo che odiava se stesso».
Il padre di Roth è piuttosto anziano ma ancora innamorato della vita. Questo gli fa alternare una coscienza lucida ad una altrettanto lucida illusione di strappare al destino ancora un po’ di tempo. Chi ha avuto una malattia grave lo sa: si ipotizza una richiesta di durata di vita, breve. Non appena si apre uno spiraglio, la richiesta si estende ad un periodo più lungo. Contratta con i medici, li riempie di domande, decide, cerca una qualità di vita dignitosa e autonoma fino alla fine. Roth entra ed esce continuamente nei desideri del padre, nelle sue angosce, lo sostiene con empatia e rispetto cercando di interpretarne ogni significato.
Il vero protagonista del romanzo è la loro relazione. Diventa il suo sostegno: «…come se io fossi diventato la spalla di un clown con la dentiera malferma (…). Prendendo la dentiera (…) e ficcandomela in tasca avevo, del tutto involontariamente attraversato la linea di demarcazione della distanza fisica che, in un modo non così innaturale, si era aperta tra noi quando avevo smesso di essere un ragazzo».
Il padre si avvicina alla fine, e tante piccole grandi cose ledono di giorno in giorno la sua dignità. Prova imbarazzo, vergogna per tutto ciò che non è più in grado di sostenere nella sua quotidianità. Philip ne è teneramente colpito e devastato, cerca di salvarlo dalla coscienza del declino e dal doverla necessariamente ammettere a se stesso e agli altri.
Fino a quando, tra oggetti e ricordi che il padre aveva messo in serbo per i suoi figli, si accorge che pulirlo nelle sue funzioni più intime e corporali, è il vero patrimonio che il padre gli lascia, un’occasione unica giusta, ineluttabile, che chiude il cerchio della vita e dei ruoli: «Non avrei potuto chiedere niente di più, per me stesso, prima della sua morte: era giusto ed era come doveva essere».
Ogni cosa si compie e ritrova una sua collocazione. Ogni sospeso trova la sua risposta in questa semplice e cruda evidenza, ogni conflitto può finalmente avere la sua riconciliazione.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








