Poco tempo fa cercando qualcosa su You Tube, mi sono casualmente imbattuta in un’intervista al figlio di Mengele, il medico di Auschwitz che usava i bambini, soprattutto gemelli, come cavie per i suoi esperimenti.
Mi ha colpito l’espressione sconcertata e sofferente di quest’uomo al punto che ho iniziato a cercare altre notizie e ho scoperto che nel 2016 Tania Crasnianski, un’avvocatessa franco tedesca ha scritto un libro dal titolo I figli dei nazisti edito da Bompiani in cui ha raccolto le sue ricerche su otto figli di gerarchi del terzo Reich, tra cui appunto Rolf Mengele, e ha deciso di raccontare le loro storie.
Questi otto personaggi hanno in comune un genitore molto “imbarazzante”. Sono tutti nati tra il 1927 e il 1944; la maggior parte di loro sono venuti a conoscenza di quello che era realmente accaduto solo dopo la fine della guerra, e ancora dopo hanno saputo delle responsabilità che i loro padri avevano avuto nell’olocausto.
L’autrice si chiede come si può far fronte ad un passato così infamante e come si possono fare i conti con “la Storia” che inevitabilmente si sovrappone e condiziona la storia individuale di ognuno di questi figli. Ha fatto delle ricerche estremamente approfondite; ha studiato le carte dei processi, i diari, le corrispondenze, gli articoli di giornale. Ha analizzato le storie una ad una cogliendone le diversità profonde, ma sempre alla ricerca di qualcosa che le accomuna e che stimola in noi che leggiamo una serie enorme di interrogativi.
«Giudicare i propri genitori è un’impresa difficilissima. Maggiore è la prossimità affettiva più problematico risulta prendere partito (…). Le soluzioni adottate dai figli dei gerarchi nazisti tendono a polarizzarsi in modo netto: alcuni si allineano alle posizioni dei genitori, altri li condannano fermamente, ma è rarissimo che l’atteggiamento sia di neutralità.» Le loro posizioni personali sono dunque un interessante sintesi di affettività, esperienze, storia.
Quasi sempre questi figli sono stati cresciuti e trattati dai loro padri in modo affettuoso ed irreprensibile. Questo lato della personalità paterna è l’unico che hanno conosciuto. Hanno conosciuto l’altro lato solo dopo la disfatta del nazismo.
Anna Arendt nel suo libro La banalità del male che ricostruisce il processo ad Eichmann, ci presenta uno scialbo funzionario, mediocre anche intellettivamente, il prototipo di questa doppiezza. A farne uno dei maggiori criminali della storia è la sua incapacità di pensare e distinguere il bene dal male.
Come dice Gustave M.Gilbert, uno psicologo americano che all’epoca del processo si è occupato dei criminali nazisti, il loro tratto caratterizzante è la mancanza totale di empatia nei confronti dell’altro.
La maggior parte di questi “figli” hanno continuato a vivere in Germania. Alcuni di loro si sono convertiti alla religione ebraica o al cattolicesimo. Altri hanno operato un meccanismo di rimozione non volendo parlare o negando ogni accaduto. È stato sicuramente per tutti difficilissimo prendere posizione su quel passato, anche quando non li riguardava da vicino.
Anne Weber, scrittrice e traduttrice tedesca, a proposito della storia della Germania dice: «è una specie di fardello con il quale si nasce (…) Eppure nessun russo è sinonimo di Gulag, nessun francese è sinonimo di rivoluzione o colonialismo.» La Germania viene spesso ancora identificata con il nazismo.
Gudrun Himmler ed Edda Goering hanno delle similitudini inquietanti. Gudrun, come dice il sottotitolo del capitolo a lei dedicato è “la bambolina del nazismo”. Idolatrava il padre fin da bambina e pregava la mamma di tenergli nascoste le sue birichinate per paura di deluderlo. Quando nel ‘45 scoprirà che suo padre si è tolto la vita ha uno shock tremendo. Pagherà dei prezzi altissimi; verrà respinta da una scuola di arti applicate e ogni volta che si presenta con il suo cognome viene licenziata o non assunta affatto.
Gudrun come pure Edda hanno deciso di non fare i conti con il loro passato, cosa che invece hanno fatto i pronipoti interrompendo ogni rapporto con la loro famiglia. Uno di loro si è convertito all’ebraismo e vive in Israele dai primi anni del 2000.
Anche Wolf Rudiger Hess dedica la propria vita all’apologia del padre. Suo padre Rudolf aveva avuto la condanna all’ergastolo del tribunale di Norimberga. Per Wolf è un trauma inaspettato e inspiegabile. Inizia una battaglia personale nella quale sostiene che il padre era stato incaricato da Hitler a negoziare la pace. Negli anni 60 lotta per riabilitare la sua figura. La fine di Hess è avvolta dal mistero; viene trovato impiccato in carcere con dei segni di strangolamento precedente mai appurati.
Niklas Frank solo nel dopoguerra viene a conoscenza del ruolo avuto dal padre nell’istituzione del ghetto di Cracovia. Anche suo padre Hans, come quasi tutti i criminali della Gestapo, subito dopo il suo arresto tenterà il suicidio. L’assenza di rimorso mostrata durante il processo esaspera i sentimenti di Niklas. A differenza di altri eredi del nazismo, Niklas non opera nessuna rimozione: vuole sapere tutto.
Detesterà il padre tutta la vita senza riuscire a liberarsene facendone una vera ossessione; «non passa giorno senza che mi tocchi di ripensare a mio padre e a tutto quello che i tedeschi hanno fatto. Il mondo non lo dimenticherà mai. Ovunque io vada, in qualunque paese del mondo io metta piede, non appena dico che sono tedesco la gente pensa una sola cosa: Auschwitz.» I fratelli di Niklas hanno avuto atteggiamenti diversi tra loro, creando incomprensioni e spaccature insanabili.
Negli anni 80 uno psicologo israeliano, Dan Bar-On, effettua una ricerca sui figli dei criminali nazisti per capire come abbiano affrontato la propria eredità interiore. Sostiene che anche i figli dei nazisti siano in realtà delle vittime che portano il peso di colpe che non hanno commesso. Il mondo li giudica e gli mostra ostilità. Molti di loro si chiudono in un silenzio completamente diverso da quello dei figli dei sopravvissuti alla shoah.
Gli ebrei raccontano spesso di provare quasi una vergogna nel dover ammettere alcuni aspetti terribili della natura umana. Il loro silenzio serve a proteggere i propri figli da un orrore che non hanno ancora compreso, e i figli tacciono per una sorta di compassione e pudore nei confronti delle sofferenze dei loro genitori.
«Il peso del silenzio che schiacciava me» dice Martin Adolf Bormann junior «era qualcosa di molto diverso». Ha timore di parlare, di venire scoperto ed essere ritenuto responsabile dei crimini nazisti.
I cinque figli di Hoess, uno dei più zelanti criminali del Terzo Reich, specializzato nell’uso del Zyklon-B che consentiva di uccidere un numero maggiore di ebrei del monossido di carbonio, raccontano che il loro padre conduceva una normalissima vita familiare.
Anche lui, come la maggior parte di questi personaggi era un uomo mediocre, obbediente, ossequiente, certo non brillante. Sua figlia Brigitte anni dopo viene assunta da una donna ebrea come commessa in un negozio di abbigliamento. I suoi datori di lavoro vengono a sapere che è la figlia di Rudolf Hoess. Decidono di non licenziarla e di non dirle che “sanno”, considerandola non responsabile delle colpe del padre.
Brigitte solo molti anni dopo scoprirà quel retroscena e deciderà di tenere ancora per sé i suoi segreti. Solo in vecchiaia in un’intervista dichiarerà di non avere risposte che possano spiegare la doppia personalità del padre, ma tenderà a sminuire gli orrori dei quali si è macchiato. Il nipote Rainer invece, quando scopre che suo nonno è stato tra i più efferati criminali nazisti vuole che i segreti vengano a galla; colleziona fotografie ed informazioni e tenterà ben due volte di suicidarsi.
Albert Speer viene condannato a venti anni di reclusione nel carcere di Spandau. Ha sei figli e ognuno di loro ha una reazione diversa. Quando nel 1966 esce dal carcere nessuno dei figli è lì ad aspettarlo.
Qualche giorno dopo c’è un’imbarazzante riunione familiare in cui ognuno cerca di essere naturale ma l’atmosfera è pesantissima: il suo passato e il futuro dei figli sono inconciliabili: si è creata una frattura insanabile. Una dei suoi alla morte di Speer decide di vendere beni del padre che erano stati trafugati agli ebrei e li versa nelle casse di una fondazione ebraica. Il senso di colpa li ha schiacciati in un modo o nell’altro tutti e sei; hanno passato la vita ad interrogarsi senza riuscire fino alla fine a confrontarsi con il padre.
Rolf Mengele è forse l’unico che riesce a chiudere il cerchio. Josef, suo padre, è il latitante più ricercato del mondo. Rifugiatosi in Brasile non pagherà mai per i crimini commessi. Il viaggio del figlio per incontrarlo è rocambolesco e richiede quasi 5 anni di preparativi per evitare che i cacciatori di nazisti si mettano sulle sue tracce. Nel 1977 finalmente si incontrano. Rolf ha 33 anni e vuole cercare di capire.
Dirà: «Quello che è stato contravviene a ogni etica, a ogni morale, e rende del tutto indecifrabile la natura umana». Mengele non mostra nessun rimorso e fino alla fine continua a credere nella superiorità della razza ariana. Rolf non riuscirà però a tradire il padre e soprattutto, afferma lui stesso, le persone che lo hanno aiutato ad incontrarlo. Non dirà dove si trova ma deciderà di cambiare cognome in modo che i suoi figli non debbano sopportare quella pesante eredità morale. Rolf è l’unico tra gli otto personaggi di questo libro ad avere ignorato l’identità del padre per moltissimi anni.
Nel 1968 Beate Klarsfeld, un’attivista antifascista diede pubblicamente un ceffone al cancelliere urlando: «Kiesinger nazi, dimissioni!» L’era del cancelliere Brandt pone fine al silenzio. Nel 1970 si reca in Polonia e si inginocchia davanti al monumento che ricorda le vittime del ghetto di Varsavia e dice: «Ho fatto quello che fanno gli uomini quando il linguaggio risulta impotente».
L’autrice sostiene giustamente che “sapere” e “sopportare” sono due cose molto diverse. È difficile dire: «mio padre era un mostro ma io gli volevo bene». Costruirsi un’identità deve essere stato molto complesso e doloroso per questi figli, qualunque sia stato l’atteggiamento per il quale abbiano optato.
La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha ricreato una sorta di unità nazionale e il passato è stato rianalizzato con meno veli e silenzi. Il vero collante tra le reazioni più disparate che questo libro descrive è la dimostrazione che non si possono sanare gli orrori facendo finta di niente. Nulla si può costruire senza avere prima accettato la verità e l’oggettività della storia.
Primo Levi ha scritto: “meditate che questo è stato. Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore.»
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.










2 risposte
Molto interessante e anche attuale la segnalazione di questo libro che apre interrogativi su comportamenti nuovamente attualizzati anche dagli eventi bellici in corso.
Eugenia Serafini
Grazie Eugenia, l’ho trovato anche io molto interessante e soprattutto mi sono resa conto che non avevo mai riflettuto abbastanza sullo stato d’animo di chi si è ritrovato un’eredità così ingombrante ricevuta proprio da parte di chi ci dovrebbe educare ai valori fondamentali. Ho provato una compassione e un’ammirazione profonda per alcuni di questi “figli” che hanno dovuto prendere le distanze dalle proprie radici. È
doveroso, assolutamente, ma anche molto difficile.