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Roma tra le carte. Luigi Stanziani riscopre gli archivi, depositi della memoria e della cultura

di Rita Baghino

«Gli archivi sono i protagonisti di questo godibilissimo libro», scrive Alessandro Portelli nella bella prefazione al libro Roma tra le carte di Luigi Stanziani edito da Efesto nel 2023.

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Siamo abituati a pensare agli archivi come a dei luoghi morti dove giacciono carte ormai inutili. Niente di più sbagliato: una città, Roma in questo caso, si racconta attraverso i suoi documenti, mostrando una quotidianità che si stratifica nel tempo: «un archivio ben conservato è il simbolo di una civiltà cosciente di se stessa, che vuole sopravvivere nella storia dell’umanità (…). Il modo in cui una società gestisce il suo archivio denota il peso che vuole dare alle sue tradizioni e quindi il suo grado di civiltà».

La scelta che fa Stanziani è quindi  raccontare la capitale con una leggera ironia che ci aiuta  ad interpretare gli aspetti più spiccioli dei grandi eventi e le ripercussioni che questi  hanno avuto sulle persone.

Nello stratificarsi della memoria degli eventi storici molte tracce si perdono. Il passaggio dal racconto orale a quello scritto segna infatti l’inizio della storia, perché  trasforma i fatti in “Memoria” e la memoria è una testimonianza indelebile. Non a caso l’Archivio Municipale è stato imposto come servizio indispensabile per la conoscenza e la divulgazione della cultura e delle tradizioni popolari.

Questa abitudine di conservare e catalogare i documenti a Roma c’era già dal 1446. Nel 1561 viene assegnata a questo scopo  una stanza del Palazzo dei Conservatori. Molti di questi scritti  sono andati irrimediabilmente perduti perché venivano conservati tra le carte private dei vari amministratori, e anche il Sacco di Roma del 1527 ad opera dei Lanzichenecchi fu responsabile di un’ampia distruzione di  documenti.

Si arriva addirittura al 1736 quando papa Clemente XII decise di minacciare la scomunica per chi non si fosse attenuto alle norme di conservazione e riordino di questo patrimonio pubblico. La quantità dei documenti è davvero incredibile; è costituita da memoriali, ordini di pagamento, verbali di processi, donazioni, battesimi, testamenti. Nel 1847 nasce l’archivio moderno suddiviso finalmente per materie, molto simile a quello che abbiamo ancora oggi.

Con l’annessione di Roma del 1870 l’archivio si sposta all’ex Oratorio dei Filippini a Piazza della Chiesa Nuova.

Dopo questa premessa storica, il libro si inoltra nei più svariati esempi di vita quotidiana che hanno una forte valenza storico sociale anche quando appaiono frutto di abitudini apparentemente poco significative.

Un esempio sono le lettere augurali che si scambiavano i nobili per Natale e per l’inizio dell’anno nuovo. Questa corrispondenza serviva a mantenere gli equilibri tra le famiglie aristocratiche e tra queste e il papato. Esattamente  quella che oggi definiremmo una rete di “pubbliche relazioni” assolutamente indispensabile  per la detenzione e la spartizione del potere.

Il censimento è un altro strumento fondamentale per comprendere l’evoluzione della città e i suoi periodi bui e fiorenti. All’epoca della dittatura di Giulio Cesare Roma aveva circa un milione di abitanti. Pestilenze, invasioni, la portarono ad averne solo cinquantamila durante il regno dei Longobardi. Man mano il conteggio diventa sempre più complesso e come accade sempre, l’ideologia condiziona l’andamento dei dati certi. Nei censimenti ad esempio non figuravano i Mori, i forestieri di passaggio, i militari, gli ebrei, i turisti, i pellegrini.

Durante il governo pontificio, esattamente come adesso, i visitatori rimanevano colpiti soprattutto dal problema della nettezza urbana. I viaggiatori che includevano Roma nel “grand tour” ne parlano come di una città trasandata, sporca e maleodorante, soprattutto a causa dell’abitudine  di lasciare i morti esposti a lungo prima di seppellirli sotto i pavimenti delle chiese.

L’editto di Saint Cloud emanato da Napoleone nel 1804 pose fine a questa situazione e vennero definite due zone adatte alla sepoltura dei morti: a est il Verano, e a nord ovest la valle dell’Inferno sotto Monte Mario che  non verrà mai utilizzata.

Sono molti i confronti con il tempo attuale che Stanziani ci propone con ironia, come l’abitudine mai tramontata  di parlare male del municipio o la leggenda sulla nascita della professione del giornalista. È solo con la rivoluzione francese che nasce la coscienza moderna della libertà di stampa e i giornali diventano fondamentali per la diffusione delle notizie ma anche per la propaganda delle idee.

Anche l’amministrazione della giustizia durante lo stato pontificio era, esattamente come oggi, lenta e farraginosa. L’apparato era molto complesso, suddiviso tra camera apostolica e tribunale civile. Il libro racconta a questo proposito le esecuzioni efferate, crudelissime, senza lasciare al condannato diritto di replica; si parla addirittura di processi durati soltanto sei ore, nei quali non c’era il tempo di ascoltare testimoni e reperire prove.

Non sono prerogativa esclusiva del nostro tempo nemmeno la lotta al traffico e al rumore. Si deve addirittura a Giulio Cesare la creazione della prima zona a traffico limitato che vietò il transito di carri superiori ai 500 kg di carico nelle zone centrali,  e più tardi, la gestione dei rumori delle automobili che impose una regolamentazione dell’uso del clacson già nel 1935.

A proposito della pandemia che ci ha recentemente coinvolti, l’autore ci ricorda quante volte il genere umano abbia subito crisi che sembravano punti di non ritorno come nel 1815, quando una violentissima eruzione in Indonesia causò, oltre a 60.000 morti, una nube di cenere che provocò un  abbassamento delle temperature con la conseguente distruzione dei raccolti in America del nord e in Europa occidentale.

L’aria di Roma era considerata malsana già dal VII secolo a.C. per ragioni ovviamente molto diverse da quelle attuali. La malaria era sempre stata un grosso problema per alcune zone limitrofe come l’agro Pontino, e lo fu fino a meno di un secolo fa, ma questo  ha impedito alla capitale di essere uno dei luoghi simbolo del romanticismo ottocentesco.

Tutti questi eventi funesti ricostruiti in gran parte grazie alla documentazione conservata negli Archivi, contribuirono alle fasi alternanti di spopolamento della città e delle campagne circostanti. Il brigantaggio fu un altro di questi: solo nel 1868 ci furono 236 assalti alle diligenze. Un americano di nome Fulchiron si poneva già allora una domanda che oggi ancora formuliamo spesso applicata a situazioni amministrative  diverse e cioè: “come mai  la Romagna, sottoposta allo stesso governo retrogrado di Roma sia uno dei paesi meglio coltivati al mondo”.

Tra il 1839 e il 1840 la diffusione del dagherrotipo, prima forma della tecnica fotografica su lastra d’argento, fa di Roma  un soggetto perfetto; fotogenica, bellissima, diversa da tutto. Le sue rovine diventano spesso lo sfondo di scenografie teatrali. Gli studi fotografici proliferano in città anche se visti con molta  diffidenza dallo stato pontificio che temeva una lassismo dei costumi,  e quindi spesso visitati dalla polizia deputata a controllarne la moralità.

Il libro continua alternando elementi storici e  numerosissimi aneddoti, apparentemente a sé stanti ma tutti chiaramente uniti dal collante delle fonti, che sono i documenti dei quali Stanziani continua a sottolineare il valore. Di questo immenso patrimonio  avremmo perso le tracce senza l’esistenza degli Archivi.

Il linguaggio è “burocratese” come lui lo definisce: un linguaggio arido e impersonale, è vero, ma questo libro riesce  a restituirgli una dimensione insolita, emotiva, leggera e divertente. Le piccole storie individuali e i grandi eventi storici si sovrappongono, come effettivamente accade nella nostra vita di tutti i giorni.  Soprattutto si insinua nel lettore il dubbio che l’uomo e suoi spazi abitati non siano poi cambiati così tanto nel corso dei secoli,  e che ci sia sempre stata un’alternanza di contesti politici e sociali diversi che si sono susseguiti nelle complesse dinamiche tra i cittadini, la storia e il potere.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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