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Grammatica della fantasia. Gianni Rodari alla scoperta dell’arte di inventare con le parole

di Rita Baghino

Il libro di Gianni Rodari Grammatica della fantasia edito da Einaudi nel 1973, inizia con una sorta di prefazione intitolata “antefatto”, in cui l’autore cita i Frammenti di Novalis,  scrittore, teologo, filosofo tedesco tra i maggiori rappresentanti del romanticismo della fine del 700, ed in particolare sceglie questo suo “frammento”: «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare».

immagine per Grammatica della fantasia. Gianni Rodari alla scoperta dell'arte di inventare con le parole

Da questo spunto Gianni Rodari, maestro elementare, tra i maggiori scrittori moderni di storie per bambini, inventò il “Quaderno di Fantastica”, nel quale prendeva appunti su come nascevano le storie, scoprendo trucchi che le sviluppavano senza necessariamente avere riferimenti con la realtà, senza buonsenso, in sintesi: “fuori dagli schemi”.

Nel 1948 Rodari decide di mettere in ordine quei suoi appunti. Nel 1972, invitato dal comune di Reggio Emilia a tenere una serie di incontri con degli insegnanti di scuola elementare, ne parlerà, ed in seguito li sintetizzerà in  cinque conversazioni dalle quali nascerà questo preziosissimo libro, con la speranza che «possa essere utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.

“Tutti gli usi della parola a tutti” mi sembra un buon motto, dal suono democratico: non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo».

La  parola è il centro di questo libro, l’espressione per eccellenza della creatività; le parole sono esempi, inizi, spunti, come i cerchi concentrici di un sasso tirato nello stagno. Attivano reazioni a catena coinvolgendo suoni, immagini, ricordi; creano rime, assonanze. La parola può essere l’inizio di un gioco infinito che serve ai bambini per spaziare con la mente.

I giochi che si possono immaginare sono tantissimi: si può pensare a delle “ipotesi fantastiche” rappresentate dalla domanda: «cosa succederebbe se…?», ad esempio, «Milano avesse il mare? O se da un momento all’altro nel mondo sparisse il denaro?»

Le parole si possono deformare e diventare “produttive”; aggiungere o togliere una letterina può stravolgerne il significato: un cannone con la “s” davanti può diventare uno “scannone” che potrebbe disfare la guerra piuttosto che farla. Questo, che lui definisce  “prefisso fantastico” può essere una “s”come “bis”  o “dis” o “semi”.

Anche gli errori possono essere creativi. Un errore ortografico può stimolare un voluto malinteso, e andare in una direzione diversa. «In ogni errore giace la possibilità di una storia» dice l’autore. E se quell’errore si potesse assecondare piuttosto che contrastare? Non potrebbe, oltre che divertire, restare molto più impresso nella mente di un bambino e quindi più difficilmente replicabile? Non potrebbe aprire porte sconosciute  il senso della storia può essere stravolto?

E continua con tanti altri esempi; si può giocare a sbagliare le storie, a storpiare i nomi dei personaggi conosciuti, a modificare il finale. I bambini spesso chiedono sempre la stessa favola condita dagli stessi particolari; sono alla ricerca di sicurezze attraverso la ripetizione di cose note, routinarie. L’apparizione del nuovo li inquieta, perché non sanno se sarà nemico o amico. È capitato a tutti, mentre raccontavamo una storia, di dimenticarne qualche particolare e sentire il nostro ascoltatore protestare con veemenza e dire: “ma no! Non era così! Non diceva questo!”

Se Cappuccetto Rosso diventa Giallo, se invece di andare dalla nonna va dalla zia, sicuramente  protesterà, ma  imparerà che non ci sono percorsi obbligati nella fantasia. Le figure che incutono paura si possono ridicolizzare stabilendo un confine tra le cose vere e quelle solo possibili.  Questo  permette al bambino di “controllare” l’adulto che è con lui e sorvegliare che la storia si svolga come sempre, secondo lo schema che  già conosce.

Quando la fiaba finisce spesso i bambini chiedono: “e dopo?” C’è sempre la possibilità di giocare con un “dopo”. È quella che Rodari  definisce l’“inerzia dell’immaginazione” che tende a perseverare e trasformarsi in una fantasia automatica irresistibile.

Si può fare “un’insalata di favole”, mescolando i personaggi e gli eventi. Cosa succederebbe se Cenerentola incontrasse Pinocchio o il Gatto con gli stivali?

Anche l’indovinello è un metodo di allenamento della fantasia, un processo che separa l’oggetto dal suo significato. Descrivere un oggetto senza nominarlo  è una conquista della realtà attraverso l’emozione della ricerca ed infine della sorpresa.

È impossibile, secondo Gianni Rodari, parlare di storie senza nominare Calvino e Propp.

Calvino, sostiene l’autore, ha permesso di dare alla nostra lingua quello che non aveva avuto nell’800 per mancanza di scrittori di fiabe come Grimm o Andersen o Perrault. Il nostro paese in quegli anni ha avuto il grande Collodi, ma il materiale fiabesco era ancora poco conosciuto e non era facile trattare a stravolgere le fiabe classiche e popolari come oggi ci possiamo permettere di fare.

Propp, linguista e antropologo russo del 900, sosteneva che il nucleo più antico delle fiabe popolari nasce dai riti di iniziazione delle società primitive. La separazione dalla famiglia di Pollicino o Biancaneve, che si perdono nel bosco e vengono sottoposti a prove difficili, altro non sono che simboli per accedere all’età adulta. Ricevono doni o armi quando superano le prove per poi tornare a casa, spesso in incognito, e sposarsi.

Propp sosteneva che la fiaba serve a sostituire i riti scomparsi attraverso il loro racconto; ci sono degli elementi ricorrenti, stabili, che si esplicano attraverso i personaggi, anch’essi ricorrenti.

Lui raccoglie 31 elementi, definiti “carte”, che si ripetono nelle fiabe tradizionali: l’allontanamento del nostro eroe, il tranello, il tradimento, la partenza, la messa alla prova, la salvezza, il ritorno, e così via. Non tutte le fiabe contengono tutti i 31 elementi e non appaiono sempre nello stesso ordine.

Chiunque può farsi un mazzo di carte di Propp scrivendo su ognuno il titolo della funzione e divertirsi a mescolarle costruendo storie diverse.

Ogni adulto che si sofferma a “giocare” con un bambino piccolo, senza saperlo applica un principio fondamentale della creazione artistica: l’estraniazione dell’oggetto. Non è altro che il “fare finta” che un oggetto ne rappresenti un altro e ne mimi la sua funzione. Usare uno scatolone per fare un treno, pettinarsi con una penna, non sono altro che l’inizio di quel fondamentale sviluppo simbolico che aiuta i processi di decodificazione per eccellenza come la scrittura, la lettura e il pensiero astratto.

Tutti gli oggetti usati in questi giochi possono essere rivoluzionati nella loro funzione. Non ci sono limiti all’immaginazione e anzi, esercitandola si amplifica trascinandoci in un esponenziale gioco dell’assurdo che diventa più divertente ed educativo tanto più ci inoltriamo.

Esistono anche le storie “tabù”, che riguardano le sue curiosità sessuali e le sue funzioni corporali. Ogni bambino attraversa una fase in cui ha bisogno di scandalizzare gli adulti con le “parole proibite”: la risata può essere un’ottima risposta, il sintomo di stare al gioco senza però prenderlo troppo sul serio. È quello che Rodari definisce il “riso di superiorità”. Il riso di superiorità può assumere una funzione conservatrice, quella di mettere in ridicolo l’insolito, l’originale, quello che esce dal seminato.

Esiste una comicità reazionaria che pur con ironia sottile condanna chi non parla come gli altri, chi non la pensa come gli altri. Perché il riso abbia una funzione liberatoria e rivoluzionaria deve colpire il vecchio, il conformismo, il bigottismo.

Il libro si conclude con una considerazione importante: le parole “immaginazione” e “fantasia” sono state appannaggio della storia della filosofia. La psicologia, scienza molto più giovane, ha iniziato ad occuparsene molto tempo dopo. Attenzione e memoria rimangono ancora, soprattutto nel mondo accademico, le prerogative più preziose per lo scolaro modello.

Solo Hegel parlerà di una distinzione tra immaginazione e fantasia come parti dell’intelligenza.

Ma saranno ancora rigorosamente distinte: la prima è riproduttiva, l’altra creatrice, e questa distinzione porta con sé un classismo, una discriminazione, esaltando il talento dell’artista capace di “fantasia creatrice” a discapito dell’immaginazione dell’uomo comune, che semplicemente quando ha fame “immagina” una tavola imbandita e quando è stanco un letto dove riposare.

Oggi questa distinzione è obsoleta. Rodari ne racconta  la cronologia  fornendo  citazioni ed indicazioni bibliografiche; è l’ennesima occasione per chiarire che questa “grammatica della fantasia” è una proposta che vorrebbe arricchire l’ambiente di stimoli e giocare a stravolgerli, colorarli, renderli divertenti e vivi.

“Creativa” è una mente sempre pronta a rompere gli schemi, a coltivare un pensiero autonomo e divergente,  a vivere situazioni fluide.

Schiller scriveva che: «l’uomo gioca unicamente quando è uomo nel senso pieno della parola, ed è pienamente uomo unicamente quando gioca».

Le fiabe nutrono la poesia, l’utopia, la politica. «Servono proprio perché, in apparenza, non servono a niente». Questo è il senso di  questi “esercizi” che Gianni Rodari suggerisce.

Grammatica della fantasia vuole essere un allenamento, un insieme di spunti per insegnanti, per educatori, per genitori; ma direi che al di là dei ruoli professionali o dell’età, è un invito per tutti noi a ripensare che la vita si può almeno alleggerire e stravolgere quando non si può modificare la realtà, con l’aiuto del gioco e dell’immaginazione.

 

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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