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Dieci splendidi oggetti morti di Massimo Mantellini. I talismani contro l’incertezza del futuro

di Rita Baghino

“… Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi” (Cesare Pavese)
Questo è esattamente quello che mi è successo leggendo Dieci splendidi oggetti morti di Massimo Mantellini – Edizione Einaudi 2020. Se sapessi scrivere come lui avrei scritto le stesse cose su questi oggetti che io stessa ho a lungo maneggiato, usato, fino a doverli abbandonare e infine sostituire.

Quegli oggetti «collegano tempi differenti. Disegnano la traiettoria della bellezza. Ogni tanto muoiono. Ci rimangono accanto per anni: improvvisamente scompaiono dalla nostra vista. Noi non sappiamo se ci hanno abbandonato per sempre, se torneranno, se là dove sono ora mantengono qualcosa di noi (…) Da lì silenziosamente, raccontano il mondo.»

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Gli oggetti ci sopravvivono, questo è spesso il pensiero che tutti noi facciamo quando muore qualcuno che ci è caro. Li conserviamo, li custodiamo gelosamente, li regaliamo a chi con noi ha condiviso quell’affetto e condivide con noi lo stesso lutto. È come se rimanessero “intrisi” dell’essenza di quella persona.

Poi lentamente quella memoria si diluisce fino a svanire. Il “non uso” agisce nella stessa maniera. Sono “gli oggetti orfani” (cit. Remo Bodei); muoiono con noi e ci sopravvivono al tempo stesso. La tecnologia in un certo senso “brutalizza” gli oggetti morti, li rimpiazza senza scrupoli, e  perdendo la loro funzione perdono il loro senso.

Mantellini dedica dieci capitoli ad altrettanti oggetti: le mappe, il telefono, la penna, la lettera, la macchina fotografica, i giornali, i dischi, i fili, il silenzio, il cielo. In ogni capitolo si susseguono ricordi personali sovrapposti a notizie, pareri, citazioni e indicazioni di libri che lo hanno colpito.

Nel capitolo dedicato alle mappe, ricorda quando da bambino con la sua famiglia apriva con cautela la carta Michelin per aiutare il padre a trovare la strada per le Dolomiti. Oggi le mappe sono ovviamente sostituite da Google Map e dal GPS satellitare. «Nelle mutazioni qualcosa perdiamo e qualcosa portiamo con noi: l’indagine di tutto questo, la contabilità del dare e dell’avere è, alla fine, la nostra storia.»

Il telefono fisso è l’oggetto morto per eccellenza e a pensarci bene, è tra quelli più diversi dallo smartphone che lo ha sostituito.

Le nuove generazioni che non hanno conosciuto quello di bachelite attaccato al muro con il disco di composizione, la cornetta e il filo, o quello pubblico nei bar o nelle cabine telefoniche (dove capitava anche di dover fare la fila), che hanno funzionato prima con gli scatti o con i gettoni, poi con le monete ed infine con delle schede prepagate, lo trovano paradossalmente “complicato”.

A volte gli oggetti, e lo smartphone in particolare, diventano degli status. In un primo tempo,  Umberto Eco nella sua rubrica sul settimanale l’Espresso, La bustina di Minerva, notava come gli uomini d’affari ci tenevano ad appoggiare il loro costoso telefono mobile sui tavoli delle riunioni o del ristorante quando erano ancora in pochi a possederlo. Era un modo di «mostrare in pubblico di essere molto ricercati.»

Il capitolo dedicato alla penna mi ha fatto pensare che esclusi gli amici storici, delle persone che ho conosciuto negli ultimi dieci o quindici anni non conosco la calligrafia, e che qualche volta, quando l’ho scoperta in una firma su un bigliettino di auguri, nella dedica in un libro o in qualche breve appunto, mi ha colto di sorpresa, perché la scrittura fa parte del modo di essere di una persona;  in un certo senso e secondo alcuni che si sono dilettati non poco a studiarla, rivelatrice di aspetti della personalità.

Abbiamo accolto con entusiasmo i vantaggi della tastiera che ci consente di non accumulare più cancellature, correzioni, asterischi con note infinite difficili poi da ripescare e riordinare fino a  renderci indispensabile una brutta e una bella copia.

Scrivere a penna è diventato faticoso, se capita di doverlo fare dopo un po’  vengono i crampi. Eppure molte ricerche parlano di un «impoverimento delle nostre capacità», e sostengono che scrivere con la tastiera o a penna reca «differenti risultati e imparagonabili raffinatezze».

Scrivere non è solo comunicare, è ancora prima “registrare”. Platone ancora prima di tutti, nel dialogo tra Socrate e Fedro, esprime delle perplessità sulla scrittura: «svilupperà l’oblio nelle anime di chi l’apprende trascurando l’esercizio della memoria». Una sorta di delega quindi che esenta la memoria della sua funzione in virtù del richiamo alla scrittura.

Se pensiamo agli strumenti che sono venuti ancora dopo la tastiera come Siri, Alexa, Google, o i progetti di intelligenza artificiale (come Duplex) che saranno in grado di prenotare al nostro posto il ristorante o il teatro, la tastiera tutto sommato diventa una buona mediazione. Possiamo seguire la traiettoria secondo la quale da un punto di vista “umanistico” qualsiasi variazione è sempre peggiore della precedente, ma al tempo stesso, ce la sentiremmo di sposare la tesi di Platone secondo la quale l’oralità è superiore alla scrittura?

L’elenco degli oggetti continua, è un’immersione nei ricordi e nelle emozioni di un passato che ci è appartenuto fino a non moltissimi anni fa. Con un po’ di nostalgia sempre compensata da buon senso e senso pratico mai superficiale o banale, Mantellini attraversa questi oggetti perduti.

A proposito delle lettere si potrebbe dire che le chat, le mail, i commenti sui social, con la loro immediatezza hanno distrutto la mediazione e il tempo della riflessione rendendo spesso le comunicazioni impulsive e avventate.

Ci portano spesso ad una dicotomia “tutto o niente” nella quale il pensiero, o una semplice supposizione diventa parola scritta, si decontestualizza, rimane come una pietra difficile  da smentire, da rimaneggiare, cosa che a me sembra uno dei mali peggiori del nostro tempo. Ma è innegabile che «mentre questo accadeva hanno spalancato nuovi spazi di senso».

C’è un filo conduttore che  cuce  insieme gli oggetti di Mantellini: per me è  la malinconia di un passato perduto, di cose che sono state involontariamente testimoni di momenti fondamentali della nostra vita. Nessuno della mia generazione potrà mai dimenticare l’attesa di una lettera nella buca della posta o i pomeriggi passati in casa ad aspettare una telefonata.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati al silenzio e al cielo. Sono apparentemente più astratti. Colgono aspetti ai quali non avevo mai pensato così profondamente.

Nelle “camere anecoiche” (ambienti che riducono le riflessioni dei segnali sonori) il suono siamo noi, i gorgoglii, il rumore del respiro e i battiti del nostro cuore. Non esiste quindi mai un silenzio assoluto, il silenzio è innaturale. Gli auricolari oggi così tanto in uso, servono a segnare un confine, una distanza. Ma da cosa? Da cosa oggi ci dobbiamo preservare per non essere continuamente interrotti? Per non incorrere in un’attenzione sempre più frammentata? «Quando le notifiche hanno iniziato a colonizzarci è accaduta una cosa interessante (…) I ragazzi per primi hanno iniziato a silenziare i loro telefonini». Probabilmente anche per difendere il “diritto all’irreperibilità”, aggiungerei io.

Lo stesso vale per «la scomparsa del cielo», oggetto come il silenzio, sempre più difficile da percepire.  Il cielo rappresenta la trascendenza, un’estensione del nostro pensiero, che come la nostra attenzione continuamente interrotta e frammentata, si fa più banale quando l’inquinamento luminoso ne rende difficile l’osservazione. «La fine dell’oggetto cielo è anche la fine della contemplazione?»

Sono estremamente grata a questo libro di avermi fatto conoscere attraverso i tanti esempi e  citazioni, moltissimi personaggi che non conoscevo bene o non conoscevo affatto.

Il fotografo Luigi Ghirri, l’artista palestinese Emily Jacir, il poeta Bill Knott, lo scrittore Michele Mari, Michel Serres, Francesca Rigotti, Maurizio Ferraris… L’elenco è lungo e degnissimo di essere approfondito.

Io che soffro come Mantellini della perdita di questi ed altri “oggetti morti” c’è tuttavia una cosa che davvero apprezzo del web: la possibilità di cercare facilmente e velocemente, ad esempio,  tutti i nomi appena citati.

Lo facevo anche da ragazzina con l’enciclopedia Treccani; prendevo quei volumi pesantissimi, li aprivo e li sfogliavo su un tavolo e se non bastava li appoggiavo per terra. Ogni tanto mio padre comprava un aggiornamento. Era bellissimo quanto faticoso, ma  sicuramente nelle mie ricerche mi stancavo e desistevo molto prima di oggi.

Un altro filo che connette gli oggetti morti è il nostro cambiamento, semplice, naturale, fisiologico, inevitabile; forse le nostre preoccupazioni sono solo la paura dell’incertezza di un mondo nuovo.

«Nulla del resto» dice Mantellini «è più goffo come l’innovazione ai suoi inizi (…) I primi tentativi di volo di oltre un secolo fa, erano del tutto somiglianti a simpatiche parodie. Quei decolli incerti, abortiti dopo qualche decina di metri in un trambusto di metalli e ossa rotte erano, col senno di poi,  tutti tentativi indispensabili e perfino eroici di immaginare un futuro differente».

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

2 risposte

  1. La ringrazio. È da quando ho letto questo libro che penso di leggere anche gli altri dello stesso autore ma non l’ho ancora fatto. Le sue analisi sono lineari, profonde ed ironiche. Scrive sui cambiamenti portati da internet nella comunicazione e nelle nostre vite. Appartiene alla mia generazione che è nata e cresciuta senza questi strumenti ma non è abbastanza vecchia da poterli ignorare…

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