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Un libro di Stefano Rodotà per tornare a pronunciare senza dubbi la parola solidarietà

di Rita Baghino

Avevo acquistato (come supplemento al quotidiano La Repubblica) diverso tempo fa questo libro di Stefano Rodotà dal titolo Solidarietà, un’utopia necessaria edito da Laterza nel 2014; lo avevo letto e riposto nella libreria.

immagine per la copertina del libro Solidarietà. Un'utopia necessaria, di Stefano Rodotà
Solidarietà. Un’utopia necessaria, di Stefano Rodotà

Oggi, che siamo in un tempo di perdita della memoria e regressione culturale, trovo più che mai necessario ritornare a sfogliarlo e sfruttare l’opportunità di parlarne perché, oltre a resuscitare il vocabolo quasi obsoleto di “solidarietà”, parla di un’Europa che pensavamo potesse avere un futuro e un peso molto più rilevante nell’equilibrio mondiale di quello che purtroppo constatiamo oggi.

Stefano Rodotà, giurista e politico, prima iscritto al partito radicale, nel 1979 è stato eletto deputato nelle liste del partito comunista italiano e poi nuovamente nel 1983 e ancora nel 1987. Nel 1994 decise di non ricandidarsi preferendo l’insegnamento universitario. Ha fermamente creduto nell’importanza dell’Unione Europea e ha partecipato alla scrittura della Carta dei Diritti fondamentali della UE. È stato il primo Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali dal 1997 al 2005.

In questo piccolo saggio Stefano Rodotà afferma fin dalle prime pagine che «la cancellazione del principio di solidarietà come guida dell’azione pubblica e privata e criterio di valutazione dei comportamenti, si presenta come un atto di arbitrio, un’ amputazione indebita dell’ordine giuridico».

La solidarietà non è più qualcosa che lega benevolmente le persone, ma quasi un “delitto” quando i comportamenti di accettazione  dell’altro (come nel caso degli immigrati o dei lavoratori irregolari) vengono considerati illegittimi e sanzionati.

Anche storicamente la solidarietà ha conosciuto momenti di difficoltà, ma non tali da consentire di ignorare che non è possibile ridurre le regole sociali a ciò che è finalizzato al funzionamento dell’economia e del mercato.

La crisi della solidarietà non ci esonera dal dovere di confrontarci, non  solo con principi etici e morali, ma con le norme giuridiche che li regolano. Occorre quindi riprendere il tema dei “princìpi”, forse anacronistico nella nostra società liquida e globale, ma fondativo della democrazia e dei legami sociali.

La modernità occidentale si è formata attorno al principio che gli uomini nascono tutti liberi ed uguali. Da questo concetto di uguaglianza nasce quello della “fratellanza”. Ma la fratellanza nella triade della rivoluzione francese (liberté, égalité, fraternité), è sicuramente l’anello più debole, tanto che Napoleone si presentò ai suoi concittadini come il difensore di libertà, uguaglianza e “proprietà”.

La fraternità viene così spodestata dal primato della proprietà, cioè dal diritto di escludere gli altri dal godimento di un bene.

La fraternità si presenta spesso come «una comunione mistica e religiosa» piuttosto  che come un’esigenza di reciproco aiuto che dà senso alla libertà e all’uguaglianza. Per uscire da questa ambivalenza lessicale, la fraternità viene ribattezzata “solidarietà”, spogliandola definitivamente da quell’aura di carità, di beneficienza, che dipende quasi esclusivamente  dalla benevolenza altrui.

Questo slittamento del significato è in gran parte avvenuto negli anni 60, comprendendo bene  che il perno della stratificazione sociale è l’occupazione. La solidarietà in un certo senso cercava un soggetto storico: il movimento operaio lo è stato.

Il  peso politico crescente della classe operaia ha avuto un ruolo fondamentale in questa trasformazione, perché l’Internazionale Socialista non era semplicemente una somma di persone, ma un’entità che agiva per un interesse comune. Questo ha fatto sì che la solidarietà si  distaccasse dalla ricchezza della proprietà per fondarsi sulla dignità del lavoro.  In realtà però, le varie crisi economiche e la scarsità delle risorse, hanno spesso riproposto la solidarietà nel suo significato peggiore.

Rodotà si chiede se la solidarietà possa essere “sociale” piuttosto che individuale, riconosciuta come un principio fondante dell’ordine costituzionale. Lui, che ha  sostenuto e collaborato alla nascita dell’Unione Europea, cita la Carta dei Diritti in cui l’Unione «pone la persona al centro della sua azione», e di conseguenza, propone che i diritti vengano riconosciuti anche a persone che non siano cittadini dei paesi membri, creando così una separazione tra cittadinanza e nazionalità che impone “l’universalità della cittadinanza”.

La nazionalità si presta infatti a criteri identitari che possono ambiguamente scivolare nelle differenze etniche e causare a loro volta sentimenti di razzismo e xenofobia sostenendo la necessità di riservare le risorse ai cittadini dello stato in questione. Le politiche del rifiuto e della violazione del principio di solidarietà possono anche dare dei frutti sul breve periodo che Rodotà definisce “avvelenati”,  ma che inevitabilmente sul lungo periodo si prendono una durissima rivincita.

È proprio il realismo quindi, e non il “buonismo” a suggerire altre strade.

Jurgen Habermas, sociologo e filosofo tedesco della scuola di Francoforte, sostiene che solo la solidarietà «può liberarci dall’odio tra paesi creditori e paesi debitori» che è alla radice di ogni crisi, e che «è un segnale di non aggressione tra gli uomini.»  La solidarietà è dunque un “principio costituzionale”, e come tale deve essere necessariamente “giuridicizzata”, ed entrare a fare parte di una costituzione, con una sua autonomia e con un suo proprio valore sociale.

La solidarietà giuridicizzata trova la sua collocazione in un insieme di doveri. Rodotà  si chiede se oltre alla carta dei diritti, sarebbe necessaria una carta dei doveri.

L’Assemblea Costituente francese, pochi giorni dopo la Rivoluzione  discusse di questa opportunità, perché finalmente ci si riferiva non solo agli uomini, ma ai cittadini, e dunque anche ai  doveri che lo stato aveva nei loro confronti, come garantire le cure agli indigenti, il raggiungimento del più alto grado negli studi ai capaci e meritevoli  privi di mezzi, e il dovere dei genitori di mantenere ed istruire i figli anche se nati fuori dal matrimonio.

«La solidarietà è caratterizzata dalla sua sostanziale irriducibilità alla logica di mercato» dice Stefano Rodotà.

La sua sopravvivenza in un tempo di individualizzazione crescente è davvero difficile: occorre un “salto morale rivoluzionario” che renda possibile amare lo straniero, il diverso, e ci tengo a far notare che dice “amare” e non “integrare”.

Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo citato da Rodotà a questo proposito, arriva a pensare che questo principio fondante del cristianesimo «sia stato un fattore non secondario dell’isolamento, abbandono e morte del Cristo stesso». La risposta più frequente sta nel “rimpicciolire” l’idea del prossimo, farne una comunità ristretta, ridurre il concetto ad una prossimità che consenta di abitare la distanza tra noi e gli altri.

Ancora una volta nella Carta dei Diritti si affronta il tema delle discriminazioni più consolidate, come la razza, il sesso, le caratteristiche genetiche, il patrimonio, l’orientamento sessuale, restituendo legittimità ad ogni differenza, scelta o subita che sia.

In questo meraviglioso saggio, che oggi può sembrare obsoleto e proprio per questo più prezioso, la parola solidarietà ritrova la sua dignità e ritrova i luoghi dove si può legittimamente pronunciarla. Incarna dei paradossi e molte contraddizioni nella sua applicazione profonda, crea una tensione continua tra i diritti fondamentali e la politica.

Rodotà li affronta uno per uno, con senso di realtà e pragmatismo senza però mai abbandonare l’idea che sia l’unica strada percorribile. Conclude dicendo che «occorre un realismo non rassegnato che segua il lungimirante itinerario costituzionale che la individua come solidarietà politica, economica e sociale. Non è una prospettiva retorica ma un principio costitutivo di una società umana e democratica che sa individuare i princìpi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare.»

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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