Ho trovato per caso in una vetrina questo piccolo libro dal titolo Roma di periferia, da Pasolini a De Cataldo di Aurora Terzigni, edito da Giulio Perrone nel 2015.

Non conoscevo l’autrice e ho scoperto che è un’insegnante abruzzese trasferitasi ad Ostia dove vive e lavora. Purtroppo non ho trovato altre informazioni su di lei e su altri suoi scritti, e dico “purtroppo” perché ha, oltre ad una notevole conoscenza delle cose che dice, una capacità non comune di connettere tra loro fatti e analisi socio-politiche della periferia romana analizzandoli a trecentosessanta gradi.

immagine per La Roma di periferia, di Aurora Terzigni
La Roma di periferia di Aurora Terzigni

L’introduzione racconta i paurosi squilibri di Roma dovuti  alla coesistenza tra la vita difficile delle borgate e l’opulenza dei quartieri alti.

Questa eterna contraddizione è mirabilmente narrata da una letteratura esistente già dal secolo scorso: sonetti, racconti, canzoni. Una letteratura popolare, ma anche dotta e più ricercata; Carducci, Lord Byron, Goethe,  visitarono Roma,  ne rimasero stregati e la raccontarono ognuno a suo modo.

Il libro si sofferma soprattutto sulle descrizioni delle periferie e dei suoi abitanti fatte da Pier Paolo Pasolini e Giancarlo De Cataldo, che in maniera profondamente diversa hanno analizzato le condizioni di vita e il bisogno di riscatto di un proletariato cacciato dal centro storico a causa dei grandi lavori di sbancamento degli anni 30 del 900, e confinato nelle borgate appena nate del Quarticciolo, Tor Marancia, San Basilio, Pietralata, Tiburtino terzo. Borgate che al tempo  non avevano l’impianto fognario, figuriamoci i servizi e le possibilità di spostamento verso il centro.

Il volume si articola in tre parti: la prima si sofferma sugli aspetti storico culturali della capitale e su come questi aspetti abbiano condizionato la letteratura e il cinema di quegli anni. La seconda parte descrive le differenze tra il romanzo di Pasolini Ragazzi di vita e quello di De Cataldo Romanzo criminale La terza cerca di interpretare le due storie attraverso i sentimenti e il vissuto dei protagonisti.

Tra la stesura dei due romanzi c’è un intervallo di circa 50 anni; Roma è profondamente cambiata e con lei i suoi abitanti, pur conservando sfumature comuni.

In tutti e due i racconti «i personaggi non inorridiscono in vuote tipologie o addirittura in macchiette, ma scavano a fondo nelle loro coscienze, cercandovi le motivazioni dei loro atti, la profondità dei pensieri di ognuno».

L’autrice ci invita a partire da un assunto: Roma era ed è meravigliosa. «Era un luogo dove si poteva perdere tutto il proprio tempo, addirittura la propria vita senza accorgersene (…) L’aria era dolce, piena di suggestive ed improvvise esaltazioni per quelle vite vissute in uno scenario incantevole». Ora la città è cresciuta, affollata, rumorosa, ma mantiene ancora quell’atmosfera magica, e Pasolini probabilmente direbbe che la mantiene di più in periferia.

Le borgate inizialmente erano abitate soprattutto dai meridionali. Pasolini ne resta sedotto. Negli anni 60 si convince che possano coesistere con i quartieri alti. Ma il boom economico degli anni 60, genererà un consumismo insensato, un desidero di riscatto, una sorta di “trauma ideologico” che farà nascere nel proletariato delle aspirazioni dalle quali resteranno  travolti perdendo così le proprie caratteristiche originarie.

Da quel momento non saranno più né proletari né borghesi. Pasolini intuirà profeticamente che «l’Italia tutta stia vivendo un processo di adattamento alla propria lenta degradazione.»

Nel 1962 il suo film Mamma Roma sancisce il fallimento di quelle aspirazioni. Gli ideali della protagonista, una incredibile Anna Magnani, sono “piccolo borghesi”: una casa decente in un quartiere di alto rango, un lavoro ben pagato e sicuro per il figlio. Il tentativo di affrancarsi dalla sua condizione proletaria le fa disprezzare la classe dalla quale proviene, senza capire che ne uscirà comunque sconfitta perché quella classe sociale alla quale aspira  respinge e discrimina quelli che non le appartengono.

In compenso, in questo contesto, grandi scrittori come Alvaro, Moravia, Gadda, sperimenteranno il dialetto dandogli una nuova dignità. Il sottoproletariato delle periferie diventa così il collante di una nuova cultura. Pasolini con il suo cinema penetra in questo mondo meglio di chiunque altro, riuscendo a creare una continuità tra il  cinema neorealista di pochi anni prima e il suo. Accattone e l’episodio La ricotta  sono un esempio magistrale.

I paesaggi che fanno da sfondo sono degradati, desolati e desolanti; sono gli anni dei palazzinari, della speculazione edilizia che nega ogni principio estetico alla capitale.

Pasolini inizialmente è ottimista. Questa nuova cultura è secondo lui una cultura che nasce dal basso, come le rivoluzioni. È la nascita di un neorealismo che ha come pubblico il popolo che politicamente e socialmente si è evoluto, che è assetato di un dibattito culturale dal quale non vuole più essere estromesso. I temi ricorrenti sono la resistenza, la liberazione, il meridionalismo, l’antifascismo.

Ma il contesto cambia rapidamente, e sempre secondo lui, l’industrializzazione e il consumismo porteranno ad un imborghesimento ancora più pericoloso del primo perché “finge” un superamento delle differenze di classe.

(Tutto questo sarà oggetto di forti polemiche. Nella rivista “Il Politecnico”, una discussione tra lo scrittore Elio Vittorini e Palmiro Togliatti sui rapporti tra politica e cultura, ne sono un esempio interessantissimo.
[Losbuffo.com/2016/09/07 cultura e politica: la polemica tra Vittorini e Togliatti])

Quel contesto verrà ripreso molti anni dopo da Giancarlo De Cataldo, giudice e scrittore. L’idea di Romanzo criminale è quella di raccontare 15 anni di storia italiana, tra il 1977 e il 1992 attraverso la storia della banda della Magliana, nucleo malavitoso potentissimo che controllava gran parte delle attività illecite delle periferie romane. I loro adepti erano i figli della gente che si era trasferita nelle borgate.

Dice del Dandi, uno dei personaggi: «era nato dove Roma è ancora dei romani, nelle case di Tor di Nona. A dodici anni lo avevano “deportato” all’Infernetto». Il trasferimento sembrava provvisorio, ma non lo fu mai. Rimase il suo sogno di tornare al centro, stavolta “da padrone”.

L’idea era costruire una impresa criminale ampia ed un controllo totale della capitale. La banda sbaraglia il campo dai delinquenti della generazione precedente. Verranno assassinati giornalisti, banchieri, malavitosi,  usando killer esterni: tossicodipendenti e inconsapevoli  piccoli delinquenti  diventeranno carne da macello. «È una sconvolgente storia di delinquenza collettiva che sta tra i traffici de “i 40 ladroni” di Alì Babà de le Mille e una Notte e le stragi dei gangster nella Chicago degli anni 30.»

È una narrazione che prende spunto dalla storia ma la tradisce ogni volta che esigenze letterarie lo impongono. È così che Romanzo criminale diventa  un romanzo di 600 pagine; non è un giallo perché da subito la verità viene svelata e gli assassini palesati: ognuno di loro ha  un soprannome.

Erano gli anni della “strategia della tensione”, della P2, dell’assassinio di Aldo Moro; l’attenzione è puntata sulle BR, sul movimento universitario, sullo spettro del comunismo. E’ un periodo ideale per confondere le acque. Ma tutti gli eventi della cronaca di quegli anni incrociano la banda della Magliana, ora mandanti, ora esecutori. Resta tuttora il crocevia dei misteri della storia recente.

La sensazione attraverso l’analisi degli scritti dei due autori è di amara sconfitta, di un fallimento individuale che riflette quello di tutta la società, e che costringe il lettore ad una analisi  della omologazione culturale delle classi di cui parlava Pasolini.

Lui e De Cataldo costituiscono due tra le più interessanti espressioni della narrativa contemporanea; la compenetrazione nei loro personaggi è profondamente umana, e sfugge a “qualsiasi sommaria definizione e a facili etichette”, anche quando la condanna di certe efferatezze è scontata ed inevitabile.

Nell’epilogo Aurora Terzigni ci lascia con l’amarezza della delusione e dell’impotenza, ma al tempo stesso con una profonda voglia di comprensione e il dovere di continuare ad interrogarci.

Ci offre infiniti spunti di riflessione sui modelli che i giovani hanno assimilato, sull’etica delle aspirazioni; è profetica, come in fondo lo è stato Pasolini nei suoi Scritti corsari, perché giudicare, serve a poco. L’unica speranza è capire, immedesimarsi; solo allora «affiora un velato sentimento di speranza, e in quel momento il pessimismo si tinge di fiducia e lo strazio di massima pietà.»

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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