«Il verbo leggere non sopporta l’imperativo». Questo è l’incipit del libro Come un romanzo di Daniel Pennac edito da Feltrinelli nel 1992.
Questo libro ha cambiato il mio approccio alla lettura; in un certo senso mi ha “liberata” da pregiudizi e preconcetti e mi ha fatto tirare più di un sospiro di sollievo.
Pennac è nato nel 1944, appartiene ad una generazione alla quale molti genitori dicevano: «smetti di leggere, ti rovinerai gli occhi! Spegni la luce è tardi!» Per molti della mia età leggere era una trasgressione, un atto sovversivo. Si continuava a leggere sotto le coperte, di nascosto, e dalla letteratura si cercava di imparare i misteri ed i piaceri della vita in un’epoca in cui i genitori erano molto più avari di adesso di confidenze e complicità con i propri figli.

Poi si è capito quanto era importante la lettura, forse anche per fare fronte al potere che iniziava ad avere la televisione, e al tempo che ci sottraeva. Siamo stati i romanzieri e i narratori della generazione successiva: noi eravamo “il Libro” per i nostri ragazzi, sia che fossimo i genitori, gli zii, gli amici, o gli insegnanti.
In questo libro c’è una struggente nostalgia per quella che Pennac definisce «un’intimità perduta», e cioè quell’incontro fortissimo che racconta di avere avuto col proprio figlio ogni sera per due o tre anni, in cui raccontava una storia. Spesso la storia richiesta era sempre la stessa: prova inconfutabile di un amore instancabile.
«La storia letta assolveva la più bella funzione della preghiera, la più disinteressata, la meno speculativa, che concerne solamente gli uomini: il perdono delle offese». È il ritorno al paradiso dell’intimità, perduto durante il frastuono della giornata. Era gratis; un regalo, un momento esclusivo e speciale, diverso dalla ricompensa che sottintende un merito: «la gratuità, che è la sola moneta dell’arte».
Come si è giunti da quei momenti magici ad un oggi in cui il bambino ormai cresciuto si è arenato davanti ad un “libro scogliera” insormontabile, difficile, noioso, soprattutto… ”obbligatorio”?
All’inizio la lettura è stata per tutti noi la scoperta di un linguaggio sconosciuto, segreto. Improvvisamente quei segni prima indecifrabili sono divenuti pieni di significato semantico e affettività. Era la scoperta di una nuova autonomia, viaggiare nel labirinto di quei segni che diventavano immagini. Uscire tenendo la mamma o il papà per mano e poter finalmente leggere le insegne dei negozi, i manifesti pubblicitari, il proprio cognome sul citofono. Il mondo dei grandi apriva una delle sue innumerevoli e blindatissime porte. Non si aveva più bisogno di un traduttore del quale fidarsi, si diventava protagonisti.
Pennac a proposito di questo piacere troppo spesso negato, cita un bellissimo passo dell’ “Emilio” di Rousseau: «la lettura è il flagello dell’infanzia (…). Un fanciullo non è gran chè desideroso di perfezionare lo strumento col quale lo si tormenta (…) Aggiungerò solo questo, che è una massima importante: di solito si ottiene con tutta sicurezza e assai presto ciò che non si ha fretta di ottenere».
Pennac si diverte con pungente ironia ad elencare i luoghi comuni con i quali condanniamo i ragazzi a disamorarsi alla lettura. C’è la ricerca di un colpevole: perché si legge di meno? È sorprendente: molti bambini leggono molto, poi non più.
Leggere dunque ad un certo punto diventa un dogma senza che ce ne accorgiamo? Ci sono persone che non hanno mai amato leggere e faticano ad ammetterlo; persone che leggerebbero volentieri di più, persone che leggono solo classici, o solo saggi. Tutti sono però accomunati dalla necessità di leggere o dal dovere di giustificarsi se non lo fanno: un dogma appunto.
La lettura non può essere assolutamente un dogma, ma piuttosto un atto di condivisione; quello che leggiamo è spesso il risultato di un “passaparola” tra persone care, ed è ad una persona cara che ne parleremo. Leggere e amare hanno una peculiarità: preferire qualcosa o qualcuno a tutto il resto.
Quando qualcuno ci consiglia un libro, non solo lo leggiamo affidandoci al suo giudizio, ma tra le righe lo cerchiamo, cerchiamo i suoi gusti e cerchiamo di capire cosa lo ha spinto a parlarcene. Cerchiamo i segni di una fraternità e di una complicità.
Pennac racconta che un suo vecchio professore di lettere portava in classe una grossa borsa che rovesciava sulla cattedra. Ne cadevano chiavi, pipe, tabacco, occhiali, taccuini, e poi…finalmente un libro. Lo leggeva ad alta voce, passeggiando avanti e indietro per la classe, e i ragazzi scoprivano una cosa che non avevano mai pensato: tutto ciò che era stato scritto era per loro. Era un regalo che cadeva dal cielo e soprattutto che meritavano. Mostri scolastici irraggiungibili come Molière, Zola, Apollinaire, Wilde, Brecht, diventavano “intimi e misteriosi”. «Lui, che se ne sbatteva dell’insegnamento, sognava ridendo un’università itinerante…» Rompeva uno schema e trasmetteva un fondamentale: leggere può dare piacere.
Ma dove trovare il tempo per leggere? E soprattutto, a cosa sottrarlo? Il tempo per leggere è un tempo rubato, come quello per riposare, divertirsi, amare. Quel tempo dilata il tempo per vivere; esattamente come per innamorarsi, quel tempo che non sapevamo di avere, come per incanto si trova.
L’autore ci invita a sposare una maggiore leggerezza e riconciliarci con la lettura. I libri non sono da studiare, né da capire, né da riassumere. Sono semplicemente da leggere. Il fine non è parlarne, o meglio, scambiarsi delle idee su un libro è certamente un piacere. Ma il fine è l’opera stessa, e il lettore ha, se vuole, tutto il diritto di tacerne.
A questo proposito Flannery O’Connor quando venne a sapere che gli studenti venivano interrogati sulle sue opere scrisse: «Se i professori hanno oggi come principio quello di affrontare un’opera come se si trattasse di un problema di ricerca per il quale ogni risposta è buona a condizione che non sia evidente, temo che gli studenti non scopriranno mai il piacere di leggere un romanzo».
È a questo punto che Daniel Pennac redige una lista di “diritti” del lettore come fossero i dieci comandamenti. Una lista che come dicevo all’inizio, mi ha liberato da quelle convenzioni che hanno reso la lettura, un compito, e mi ha aiutato a riscoprirne il piacere assoluto: il diritto di non leggere, di saltare le pagine, di non finire un libro, di rileggerlo, di leggere qualsiasi cosa, e così via.
Un elenco di concessioni, di permessi piuttosto che divieti, per vivere la lettura in un modo personale e appassionato, accettando che tocchi emotivamente le nostre corde e susciti in noi delle sensazioni non necessariamente razionali, perché la lettura non è un obbligo morale, né un misuratore della cultura, della profondità o dello spessore della persona.
Si può accettare tranquillamente che una persona rifiuti la lettura ma non si può accettare che si senta “rifiutata” dalla lettura. Si può imparare ad avere il coraggio di dire, in un salotto colto, che non abbiamo mai letto Stendhal, Joyce o Proust, o peggio ancora, che ci abbiamo provato senza riuscirci.
Pennac tirando le somme di questo libro ironico e al tempo stesso serissimo, ci restituisce il diritto di gestire liberamente il piacere, e conclude dicendo: «le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità».
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








