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Camminare di Erling Kagge. Il gesto sovversivo che tutti possiamo fare

di Rita Baghino

«Camminare significa sottrarsi alla tirannia della velocità». È una delle prime affermazioni di Erling Kagge nel libro Camminare. Un gesto sovversivo, edito da Einaudi nel 2018.

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Camminare, di Erling Kagge

Gli anziani smettono gradatamente di camminare. I bambini imparano a farlo. Per tutti e due è l’esperienza più significativa e “umana” che possiamo immaginare.

L’Homo Sapiens incarna una storia di migrazioni e cammini. La capacità di camminare in stazione eretta ha costituito un cambiamento enorme per il genere umano e ha gettato le basi di quello che siamo. Partendo dall’Africa orientale e dal Medio Oriente ci siamo spostati in tutti i continenti fino a diventare stanziali.

Le lingue di tutto il mondo hanno parole e modi di dire per esprimere il concetto che la vita è un cammino. In sanscrito c’è un termine specifico per dire che il passato è «quello che abbiamo camminato» e il futuro «quello che non abbiamo ancora raggiunto».

Erling Kagge è un camminatore ed esploratore. È stato il primo uomo a raggiungere in solitaria il Polo Sud, è stato al Polo Nord e ha scalato l’Everest.

Oggi che ha tre figlie, spesso menzionate nel suo libro, ed è forse più “radicato” nel luogo in cui vive, sfrutta ogni occasione per spostarsi a piedi, anche e soprattutto in città.

Ogni camminata, anche la più banale, è accompagnata per lui da un silenzio interiore. «Camminare è una zona franca», sostiene, in cui tempo e velocità scorrono parallelamente.

Se andiamo più velocemente anche il tempo scorre più veloce. Se rallentiamo, tutto rallenta, e possiamo tornare ad essere padroni del nostro tempo.

Spazio e tempo sono sempre interconnessi. Nel nostro quotidiano attraversiamo lo spazio  frettolosamente, senza rendercene conto, come se lo guardassimo dal finestrino di un treno o di un auto. In realtà conoscere lo spazio che ci circonda con la giusta attenzione esige un rallentamento.

Essere “qui ed ora” è più facile se la velocità di spostamento è lenta tanto da consentirci di guardarci attorno, notare i particolari, i cambiamenti: è un atto di aderenza al contesto. Questo è uno dei  vantaggi del camminare a piedi del quale Kagge ci parla con convinzione.

Purtroppo la tentazione di scegliere la via più rapida è sempre in agguato perché la fretta e la possibilità di fare più cose contemporaneamente è tra le cose che contraddistinguono maggiormente la nostra epoca. “Ottimizzare” è tra le nostre parole d’ordine, anche quando abbiamo molto tempo a disposizione.

Ma è davvero così necessario fare più cose contemporaneamente? E “fare” cosa significa? Osservare, svolgere un compito o partecipare? E partecipare cosa vuol dire per noi? Semplicemente presenziare o essere impegnati con tutti i nostri sensi?

Dice Kagge che «camminare può essere un piccolo viaggio di scoperta all’interno di noi stessi (…) È un insieme di movimento, umiltà, equilibrio, curiosità, odori, suoni, luci, e anche di nostalgia.»

Quando camminiamo sono molte le cose che notiamo: un disagio nel passare davanti ad un mendicante, riconoscere quotidianamente persone delle quali conosciamo orari ed abitudini pur senza frequentarle, gli alberi che cambiano durante le stagioni, la pittura dei muri di anno in anno più scolorita.

Stare in piedi, camminare, rappresenta il nostro radicamento sulla terra. I nostri stati d’animo condizionano la nostra andatura che si diversifica secondo dove andiamo o da dove veniamo; è personalissima e ci consente  di riconoscere una persona da lontano molto prima che sia il volto a rendercela nota.

Il libro contiene molte citazioni di autori che, ognuno a suo modo, si sono occupati dello spostamento a piedi. Milan Kundera ha scritto un bellissimo libro intitolato La lentezza, in cui svela il legame tra lentezza e memoria e velocità ed oblio. Robert Walser nel libro La passeggiata sostiene che una passeggiata consola, allieta, ristora.  Soren Kierkegaard diceva: «camminando ho incontrato i miei pensieri migliori».

Lo scrittore Tomas Espedal, il regista teatrale Robert Wilson, Melissa Harrison, Kathleen Rooney;  l’elenco degli artisti e dei letterati che hanno parlato del “camminare” è lungo. È come un invito collettivo a rallentare per riappropriarci di un ritmo nostro. Per molti di loro è stato ed è un ottimo metodo per lasciarsi andare e permettere ad idee e immagini di affiorare per poi essere trascritte sulle pagine.

Forse camminare è una sorta di pulsione primaria, un istinto dell’uomo  per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita. George Mallory, probabilmente il primo alpinista ad essere salito sull’Everest dove perse la vita insieme al suo compagno Irvine nel 1924, rispondeva a chi gli chiedeva perché avventurarsi in una spedizione così rischiosa: “perché è lì”. Quell’immensa montagna era lì, quasi come  una provocazione, un invito ad ampliare i propri orizzonti del quotidiano. Che sia in piano o sulle pendici di una faticosa salita, “andare” ha un significato liberatorio e simbolico, come se fosse il disegno su carta di un percorso interiore, diverso per ciascuno.

È un atto sovversivo, come dice il sottotitolo, ed è vero. Camminare, soprattutto in città, crea i presupposti per gli incontri. Gli sguardi si incrociano, ci si può sorridere e parlare, scegliere cioè, che caratteristiche avrà quell’incontro.

Non ci avevo mai pensato in questi termini: incontrarsi è per Kagge uno dei presupposti di una democrazia che non dovrebbe poter prescindere dalla possibilità di vedersi da vicino. I potenti invece spesso hanno paura di mostrarsi, si spostano velocemente in auto con vetri scuri. Questo distacco sicuramente contribuisce ad allontanarsi dalla quotidianità delle persone che rappresentano.

Dice Kierkegaard che “i rapinatori e le élite si trovano d’accordo su una sola cosa: vivere nascondendosi”. Anche  le manifestazioni, i cortei, le fiaccolate, le marce per la pace, sono dei percorsi in cui si cammina insieme, vicini.

Gandhi e i suoi seguaci per protestare contro i coloni inglesi nel 1930 percorsero a piedi duecento miglia. Molte proteste pacifiche ed efficaci sono iniziate così: scendendo in piazza ed iniziando a camminare.

C’è un’altra proposta interessante di cui Kagge si fa portavoce nel suo bellissimo libro: ripercorrere a piedi le strade percorse dai protagonisti dei libri che ci sono più piaciuti  per entrare meglio nei personaggi descritti e assaporarne le sensazioni. Nabokov sosteneva che non si può capire davvero l’Ulisse di Joyce se non si vaga per le strade di Dublino; entrare nel pub preferito del personaggio a bere il suo bicchiere è diventare un po’ lui.

Andare sull’isola nella quale Defoe ha ambientato Robinson Crusoe e ripercorrere a piedi la speranzosa  salita che Robinson ha percorso per quattro anni e quattro mesi, ogni giorno sperando di avvistare una nave, ci compenetra nella tenacia di quel desiderio disperato.

L’ultima pagina è un ricordo struggente di suo nonno che nel 1945 venne portato davanti ad un plotone di esecuzione di tedeschi. Se fosse fuggito, al suo posto avrebbero ucciso un altro norvegese altrettanto innocente. Chissà se procedette verso la fine a testa china, umiliato e spaventato o con passi decisi per dimostrare l’inutilità di quel gesto? Ancora una volta il cammino “parla”, ci umanizza e ci contraddistingue.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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