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Premio Strega Poesia 2026: i versi come spazio condiviso che vincono la paura e l’oblio

di Patrizia Ruscio

In un’epoca che va di fretta, parlare di poesia potrebbe sembrare quasi un atto anacronistico. Forse lo è, ma senza ne saremmo irrimediabilmente orfani.
Siamo abituati a messaggi brevi, notifiche, video di pochi secondi e parole che bruciano rapidamente.

La poesia, al contrario, richiede tempo: quello della lettura, dell’ascolto, dell’osservazione e dell’interpretazione della realtà filtrata attraverso una luce più profonda e morbida. Per questo, la poesia è più che mai necessaria ora. Perché in una società che corre, la poesia insegna a rallentare.

Perché in una società che semplifica, la poesia incita ad amare e conoscere la complessità. Perché, infine, in una società che parla continuamente, la poesia insegna ad ascoltare.

A ricordarcelo è anche il Premio Strega Poesia, giunto alla quarta edizione. A vincere l’edizione 2026 è stata Carmen Gallo con Procne Machine, pubblicato da Einaudi, che ha ottenuto 33 degli 83 voti espressi dalla giuria degli Amici della poesia.

immagine per Carmen Gallo, Premio Srega oesia 2026. Credits MUSA-Fondazione Bellonci
Carmen Gallo, Premio Srega oesia 2026. Credits MUSA-Fondazione Bellonci

Al secondo posto si è classificata Isabella Leardini con Maniere nere (Mondadori), opera vincitrice del Premio Strega Giovani Poesia 2026, mentre al terzo posto si è classificato Vincenzo Ostuni con Faldone (Il Saggiatore). Il risultato è significativo non soltanto per il riconoscimento attribuito alle autrici, ma perché dimostra come la poesia contemporanea interpreti le inquietudini e le speranze del presente.

Le cinque opere finaliste, selezionate tra 138 candidature, affrontano temi molto diversi: dalla memoria della paura nucleare in Godzilla e altre poesie di Federico Italiano alle fratture individuali e collettive de La linea spezzata di Fabrizio Lombardo, fino all’ambizione di raccontare il mondo nella sua totalità presente in Faldone di Vincenzo Ostuni.

Un altro aspetto interessante del recente Premio Strega Poesia riguarda il modo in cui il linguaggio poetico non sia stato unicamente concepito come un evento letterario.

Sul palco si sono incontrati poesia, musica e arti audiovisive, con la partecipazione di Ginevra Nervi, Cristina Donà e del rapper Rancore, a testimonianza del fatto che la poesia non deve necessariamente rimanere confinata alla pagina ma può essere letta ad alta voce, trasformata in canzone, accompagnata da immagini non senza qualche rischio, perché quando il contenuto è rapidamente condivisibile, la poesia può perdere la lentezza e la forza che la caratterizza.

Ma il confronto con i nuovi linguaggi non deve essere necessariamente visto come una minaccia. Può essere, al contrario, un’occasione per rendere la poesia più fruibile e riportarla al centro del dibattito culturale. Per molto tempo la poesia è stata associata all’intimità, ai sentimenti personali, alla contemplazione. Questa dimensione non è scomparsa, ma la poesia contemporanea dimostra che parlare di sé significa spesso parlare anche della società e dei suoi ritmi, anche forsennati.

Questo aspetto è particolarmente evidente nel libro di Carmen Gallo che recupera il mito greco di Procne e Filomela, narrato da Ovidio, e lo utilizza per interrogare questioni estremamente attuali. Il mito, dunque, non rappresenta un rifugio nel passato ma diventa uno strumento per comprendere il presente.

La distanza temporale permette alla poesia di osservare con maggiore lucidità paure e conflitti che, pur assumendo forme diverse, continuano ad attraversare la nostra società. In questo senso rappresenta una forma di resistenza alla superficialità. Non perché sia necessariamente difficile o oscura, ma perché rifiuta l’idea che ogni cosa debba essere immediatamente consumabile e comprensibile.

Leggere poesia significa accettare anche l’incertezza, il dubbio, il silenzio.

Significa riconoscere che non tutto debba avere una risposta immediata. Non è un caso che proprio la paura sia una delle parole chiave di Procne Machine.

La motivazione del Comitato scientifico del Premio descrive il libro come una

«sorta di monumento classico paradossale, la scultura a parole di quanto di più lieve conosciamo: il volo. E del suo contrario, volo e canto bloccati dal disincanto in varie forme di bellezza atroce. A metà libro compare un saggio in versi sull’atto del volare, con parole che spiccano dalle terre del mito e planano su tutta la volatile, commossa, intelligente materia letteraria, che – come tutta la poesia – è attraversamento della paura, fissazione verbale di una fobia».

Questa metafora ben si adatta alla nostra epoca. Viviamo in un tempo segnato da crisi ambientali, guerre, trasformazioni tecnologiche, precarietà economica e profonde incertezze sul futuro. Molte di queste paure sono difficili da esprimere perché sono collettive e, al tempo stesso, profondamente personali.

Le poesie non propongono soluzioni ma parole, e talvolta le parole sono il primo strumento con cui una società può comprendere ciò che sta vivendo.

La poesia, allora, può allora diventare uno spazio condiviso in cui la paura trova cittadinanza. E dare un nome a qualcosa significa sottrarla all’oblio e alla velocità cannibale.

immagine per Patrizia Ruscio
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Laureata in comunicazione alla facoltà di Psicologia della Sapienza, ho mosso i primi passi nel giornalismo nel 2005, grazie a uno stage all'interno della redazione cronaca del TG3 nazionale. Sono iscritta all’ordine dei giornalisti pubblicisti del Lazio e scrivo di cultura e spettacoli su alcuni dei settimanali e mensili italiani più diffusi, cartacei e online (D di Repubblica, Donna Moderna, Famiglia Cristiana, Confidenze, Pianeta Donna, Io Donna, Benessere). Per qe-magazine.com, il magazine del Principato di Monaco, curo "Scintille", una rubrica di interviste a personalità del mondo della cultura e dello spettacolo mentre per l'Almanacco del Cnr scrivo articoli scientifici. Oltre alla passione per il giornalismo coltivo quella per la scrittura creativa. Negli anni ho seguito numerosi corsi e i miei racconti compaiono in diverse antologie (Giulio Perrone Editore, Marsilio, Emma Books). Al 2011 risale il mio debutto nella narrativa biografica con "Quella volta un angelo, incontri che cambiano la vita" (Paoline) una raccolta di venti interviste a personalità note e amate dal grande pubblico che raccontano gli incontri importanti della loro vita. Ho avuto l’onore di intervistare, tra gli altri, Carla Fracci, Ennio Morricone, Alessio Boni, Francesca Archibugi, Maria Grazia Cucinotta e Fabrizio Gifuni.

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