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Vincenzo Schillaci. Movimento stratificato e perpetuo dell’immagine. Pescara, Fondazione La Rocca

di Patrizia Ruscio

Nel lavoro di Vincenzo Schillaci (Palermo, 1984) il movimento non coincide mai con l’idea di dinamica visibile o di azione rappresentata. È piuttosto una condizione diffusa, un principio che attraversa l’immagine e ne destabilizza lo statuto.

«Qualsiasi forma di mutamento»: così l’artista definisce il proprio campo d’indagine, spostando l’attenzione dal gesto al processo, dalla forma al tempo che la attraversa. Le sue opere non si offrono come esiti conclusi, ma come configurazioni provvisorie, punti di arresto temporaneo all’interno di una traiettoria continuamente riscritta.

La ricerca di Schillaci procede per addensamenti e ritorni, rifiutando qualsiasi sviluppo lineare. Ogni lavoro nasce in relazione ad altri, come parte di una costellazione in cui immagini, materiali e idee si richiamano e si trasformano reciprocamente. In questo senso, la pittura diventa un dispositivo critico: non più superficie da abitare, ma spazio di tensione in cui accumulo e cancellazione, presenza e assenza, convivono senza risolversi.

È una pratica fondata sulla stratificazione, intesa non solo come procedimento tecnico ma come forma di pensiero. Carta, tela, tavola e bronzo sono attraversati da una memoria materica che si deposita per livelli successivi.

Nei lavori del ciclo Phantasma, ad esempio, calce, gesso, pasta di quarzo, polvere di marmo, pigmenti, inchiostri e spray si sovrappongono fino a generare superfici dense, opache, quasi archeologiche. Come osserva il curatore Gaspare Luigi Marcone, l’atto artistico di Schillaci richiama un processo geologico: gli strati si accumulano, si neutralizzano e al tempo stesso si riattivano, senza che nessuno possa dirsi definitivamente cancellato.

La mostra Movimento (perpetuo), in corso fino al 30 aprile 2026 presso la Fondazione La Rocca di Pescara, raccoglie circa venti lavori inediti, concepiti appositamente per gli spazi espositivi.

Il progetto si inserisce con coerenza in un percorso ormai riconosciuto a livello nazionale e internazionale, ma ne accentua ulteriormente la dimensione processuale e riflessiva. L’allestimento contribuisce in modo decisivo a questa lettura. Gli ambienti della Fondazione vengono ripensati come una sequenza di soglie percettive, ciascuna governata da una diversa intensità temporale.

I lavori su carta, raccolti in una sala dedicata, assumono la forma di appunti visivi, di partiture aperte che restituiscono il pensiero dell’artista nel suo farsi. Qui la pittura smette di essere soltanto un linguaggio e si configura come spazio relazionale, capace di mettere in comunicazione immaterialità, architettura e durata dello sguardo.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato alla riflessione sull’origine dell’opera, su quel momento fragile e ambiguo in cui l’immagine inizia a prendere forma senza essere ancora riconoscibile. Da questa zona di incertezza nascono i cosiddetti “dipinti in bronzo”, una serie che Schillaci sviluppa dal 2021 attraverso la distruzione dell’opera pittorica originaria.

I quadri stratificati vengono utilizzati come matrici per la realizzazione di calchi, trasformandosi in superfici metalliche che trattengono le tracce del gesto pittorico. Ciò che resta è una memoria solidificata, un’immagine che sopravvive alla propria scomparsa.

In questo cortocircuito tra pittura e scultura, tra permanenza e perdita, si colloca Fare un quadro (2025), opera emblematica dell’intero progetto. Il bronzo nasce da un dipinto modellato a mano in argilla, attraverso un gesto che costruisce e distrugge simultaneamente. È qui che il concetto di movimento perpetuo trova la sua formulazione più radicale: ogni forma è il risultato di una trasformazione irreversibile, di qualcosa che non è più ma continua ad agire.

In Movimento (perpetuo) anche lo sguardo è chiamato a mettersi in gioco. Guardare non significa riconoscere, ma partecipare a un processo di riattivazione continua dell’immagine. Le opere di Schillaci si offrono come superfici-limite, instabili, che mettono in crisi la fiducia nella visione e sollecitano un’immaginazione in ascolto. È nello scarto tra ciò che appare e ciò che resta latente, tra essere e divenire, che il lavoro dell’artista trova la propria necessità più profonda.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Allemandi e da un public program di incontri di approfondimento, oltre a visite guidate dedicate alle scuole. Vincenzo Schillaci è rappresentato dalla Gallerie Rolando Anselmi di Roma.

immagine per Patrizia Ruscio
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Laureata in comunicazione alla facoltà di Psicologia della Sapienza, ho mosso i primi passi nel giornalismo nel 2005, grazie a uno stage all'interno della redazione cronaca del TG3 nazionale. Sono iscritta all’ordine dei giornalisti pubblicisti del Lazio e scrivo di cultura e spettacoli su alcuni dei settimanali e mensili italiani più diffusi, cartacei e online (D di Repubblica, Donna Moderna, Famiglia Cristiana, Confidenze, Pianeta Donna, Io Donna, Benessere). Per qe-magazine.com, il magazine del Principato di Monaco, curo "Scintille", una rubrica di interviste a personalità del mondo della cultura e dello spettacolo mentre per l'Almanacco del Cnr scrivo articoli scientifici. Oltre alla passione per il giornalismo coltivo quella per la scrittura creativa. Negli anni ho seguito numerosi corsi e i miei racconti compaiono in diverse antologie (Giulio Perrone Editore, Marsilio, Emma Books). Al 2011 risale il mio debutto nella narrativa biografica con "Quella volta un angelo, incontri che cambiano la vita" (Paoline) una raccolta di venti interviste a personalità note e amate dal grande pubblico che raccontano gli incontri importanti della loro vita. Ho avuto l’onore di intervistare, tra gli altri, Carla Fracci, Ennio Morricone, Alessio Boni, Francesca Archibugi, Maria Grazia Cucinotta e Fabrizio Gifuni.

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