Artista palermitano di stanza a Roma da anni, Vincenzo Schillaci (classe 1984) coniuga l’identità siciliana più profonda, il pathos, con quella romana più fondante, la materia.
L’ho conosciuto nel 2013, l’ho perso per colpa dei ritmi milanesi che stanno divorando Roma e le sue radici, quelle che poi la fanno amare nel mondo da millenni, e l’ho ritrovato per merito del suo gallerista, Rolando Anselmi, che sa promuovere la ricerca e gli artisti con una coniugazione tra passione ed efficienza che mi è molto vicina, sia in termini di natura, sia in termini culturali e professionali.
Quando io scelgo o vengo scelto da persone che vogliono apprendere le basi della lettura dell’arte di ricerca, oppure da collezionisti a metà dell’opera, o anche da collezionisti esperti che conoscono alla perfezione la differenza tra comprare random e avere una visione che farà della propria collezione un’opera d’arte unica e leggibile in mille forme, la prima cosa che cerco è la relazione umana, ma lo faccio rispettando le basi comportamentali della professione.
Questo mi colpisce anche negli altri, perché ormai siamo in balìa dell’approssimazione disinformata, e questo mi colpisce di Vincenzo Schillaci, oltre che del suo gallerista. Il lavoro è relazione emotiva e la vita è relazione emotiva e affettiva, senza la quale siamo vegetali puri e semplici, ma questo non vuol dire che competenza, regole non scritte basate su logiche intelligenti, e visione strategica che possa favorire tutti gli attori del tavolo, non siano necessarie.
A gennaio ’24 sono andato a trovarlo in studio, a Pigneto, uno dei quartieri a più alto tasso di artisti e creativi di Roma, e mi ha colpito il profumo di amore per la materia, per l’arte e per l’autenticità che si respira in ogni gesto, angolo, barattolo di pittura o stufetta. Come diceva Picasso, se usi la testa non puoi capire l’armonia del disordine. Mi racconta di quando era bambino e della sua ossessione per la materia, il colore, la trasformazione.
A 6 anni vede un documentario sugli aborigeni che stendono pelli di animali su telai per farne tamburi; Vincenzo si fa regalare dal padre un telaio, prende un foglio di carta e glielo stende sopra. Comincia a disegnare.
A 7 anni partecipa a una vendita di biglietti per una lotteria a scuola, la vendita di uno dei biglietti gli viene pagato con la prima serie delle 2000 Lire con l’effige di Galileo Galilei (a quel tempo in estinzione) e credendo di essere incappato in una moneta rara, la notte, da solo, si mette a disegnarne una copia per lui identica e la sostituisce con l’originale, mettendola nel mucchio con gli altri soldi raccolti.
Il giorno dopo pretende di convincere la maestra che quelle fossero le 2000 Lire vere. Aveva già capito il valore e il significato del simbolo: chi decide quanto vale una banconota, cosa rappresenta, cosa compra.
Perciò la ricerca di Vincenzo Schillaci parte da lontano. Forse da un’altra vita, dalla notte dei tempi in cui la materia stessa si è formata.
A ben guardare le sue opere contengono infinito, uno spazio indefinito eppure percettibile dai sensi e dalla visione che ha dei limiti ma non dei confini, cioè contiene luoghi vivibili ma invisibili che si possono esplorare, e quindi scoprire, nella relazione continuativa tra noi e le sue opere.
A furia di guardarle si supera la paura di cadere nell’ignoto e ci si ritrova nell’universo, fatto dell’impalpabile idea di infinito ma anche di visibile e percettibile materia.
Perché l’arte non si deve capire, si deve sentire, comprendere, prendere con sé.
Le opere di Schillaci sono il luogo in cui viviamo; le stratificazioni di impasti di stucco e polvere di marmo di Carrara, alternata a pigmenti e altri materiali segreti, si accumulano ritmicamente in maniera combinata. Ogni segno, forma o potenziale rappresentazione dipinta sulla superficie dell’opera viene schermata da una materia fitta.
Tutto ciò che percepiamo nella parte finale di ogni quadro non è altro che un eco delle decine e decine di strati accumulati incastrati dentro un tempo determinato. Usando tutti gli altri campi della superficie su cui posare lo sguardo e farlo proseguire verso il successivo, l’opera diventa anche metafora di memoria, esperienza, fatti della vita che hanno dato forma a quello che siamo, strade da fare e strade già fatte, ignoto che finalmente si riconosce ma non si conosce. Prospettiva significante.
Quindi, oltre che la rappresentazione di rimando fisico e metafisico all’universo, le sue opere ci spingono verso le nostre interiorità. Conoscete un altro modo per guardarsi dentro e fuori allo stesso tempo?
Se guardate il Tondo Doni di Michelangelo (Uffizi, Firenze) ci vedrete le immagini, certo, ma poi vi rimarrà impressa la percezione di perfezione, l’archetipo stesso dell’eros, una sensazione di familiarità inedita.
Così funziona anche l’arte di Schillaci: la materia parla ma non dice a tutti la stessa cosa, dipende da quante e quali strade abbiamo percorso. Entrate sereni, ne uscirete finalmente sconvolti e liberi da ogni confine. Come Michelangelo, con lui la materia torna ad esprimersi e ci indica la Via: perché siamo fatti della stessa materia dell’arte.
Nato Matera, laureato in Scienze politiche nel 1989, dal 1990 al 2000 è Direttore delle Risorse Umane in tre diverse multinazionali (Montedison, SNIA e Ace Int.l). Oggi è un Contemporary Art Consultant e Cultural Projects Curator,e si occupa di arte da parete e arte da processi: arte da collezione a beneficio di privati, appassionati e collezionisti, arte come pratica e approccio progettuale art thinking oriented per imprese di ogni genere, istituzioni e rigenerazione culturale, urbana e territoriale.
Come Art Consultant in_forma e supporta le scelte di collezionisti, acquirenti e appassionati di arte contemporanea nella selezione di opere d’arte di ricerca e di alta qualità, nell’analisi del miglior rapporto qualità prezzo e nella progettazione di intere collezioni, in Italia e nel mondo.
Come Co-Founder e Art Director di Art Thinking Project ETS si occupa di progettazione culturale a tutto tondo, ideazione e realizzazione di strategie, contenuti, interventi temporanei, installazioni permanenti, inserimento di arte e artisti a monte dei processi di ogni tipo di azienda e attività; di rigenerazione culturale e urbana di città, borghi, territori e paesaggio; di soluzioni inedite a ogni tipo di impresa, dall’ospitalità all’acciaio, dalla finanza all’agricoltura e oltre. Insieme al Network e ai Componenti del Comitato Tecnico Scientifico di ATP, si occupa anche di heritage management, architettura, design, economia della cultura, diritto societario e dell'arte.
È stato ideatore, promotore e co-autore del Manifesto Art Thinking siglato al MAXXI a Giugno 2019 insieme a scienziati, artisti, imprenditori, architetti, ingegneri e professionisti di ogni genere. Tra le altre cose ha ideato e curato la prima e la seconda edizione del Premio Terna per l’arte contemporanea (2008-2009). È stato membro della Commissione dei quattro esperti della Regione Puglia per il Piano strategico per la cultura (2016-2017: riallocazione di 480 MLN di Euro), ideatore e curatore del progetto Matera Alberga per Matera Capitale Europea della Cultura 2019, curatore di diversi progetti culturali per ENEL, Deutsche Bank, Helsinn, SAS Business Intelligence, UBI Banca, Bosch Security System, Fiera Milano, Macro Roma, MAXXI, Comune di Roma, Comune di Matera e altri.
Ha insegnato Organizzazione del Mercato dell’Arte e Progettazione culturale per i Master del Sole24Ore e della RUFA (Roma University of Art), e visiting professor di alcune università italiane e americane. Infine si occupa anche di education & edutainment; progetta e realizza workshop e webinBar sull’arte e la sua relazione con la psiche, sui benefici per l’intelligenza degli individui e la crescita e lo sviluppo di sistemi, territori e imprese. Scrive per art a part of cult(ure), magazine on line inserito nel Codex dell’ADI (Associazione Design Industriale) per le valenze culturali del format, dove cura una sua rubrica su arte, evoluzioni ibride e mostre nel mondo, chiamata I racconti del Cascino.









































