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Damien Hirst, la Magna Grecia e Roma contemporanea

di Francesco Cascino

Da giugno a novembre 2021 va in scena Archaeology Now, la strabiliante mostra di Damien Hirst al Museo di Villa Borghese di Roma, ma se non prenotate subito non la vedrete; fatelo qui e adesso, a proposito del contenuto del progetto.

Come vedete dalle foto che ho scattato personalmente – come sempre faccio per essere coerente con la mission di questa rubrica, cioè raccontare la mia esperienza di viaggio, esplorazione o visita con gli occhi e lo smartphone che potrebbero essere di ognuno di noi – le opere giganteggianti di Hirst hanno tre versioni: una è coperta di alghe e materiale marino, come se fossero state sepolte sott’acqua per millenni, una è in via di ripulitura da fossili e sporcizia, l’ultima è come ogni statua riportata alla luce e rimessa a lucido per essere mostrata.

Tutta l’operazione, che riporta Roma sul palcoscenico del mondo evoluto, richiamando in città migliaia di viaggiatori colti e imprenditori sensibili all’economia intelligente e duratura, è basata sull’arte dell’ironia di alto profilo.

Esiste addirittura un video in cui si vedono sommozzatori e archeologi che ritrovano e riportano in superficie le opere dal fondo del mare. Tutto falso o, meglio, tutto fatto apposta e messo in scena per creare significanti estremamente importanti per le nostre riflessioni percettive.

Intanto il progetto, l’idea e la mise en scene parlano del tempo che passa e di quello che viviamo: ogni cosa è stata contemporanea e il tempo che le passa sopra non cancella quel momento, semmai lo ferma nella memoria e lo fa diventare eterno, soprattutto se quel momento viene formalizzato come arte od oggetto di rimando a quello spirito.

Pensate che lezione fondamentale per chi, come tutti noi, teme il passare del tempo.

Inoltre, tutto è stato glorioso ma, nonostante la grandezza, è morto, per cui la caducità della gloria rimanda all’importanza della felicità, delle valenze che davvero ci riempiono la vita da sostituire a quelle che la svuotano con falsi orgogli e successi effimeri.
Sic transeat gloria mundi.

Non sempre si trovano le parole giuste per descrivere le informazioni emotive che arrivano da un progetto geniale e ironico come questo, e me ne scuso; bisogna andarci davvero, passarci ore, farsi divertire dal rapporto paradossale, elettrizzante e creativo tra i capolavori assoluti di Bernini, Botticelli, Caravaggio, Raffaello e gli altri classici, e le gigantesche opere finte di Hirst, tra cui troviamo Topolino, Paperino, Pluto ma anche Dafne, Diana, Apollo, i cerberi dell’Inferno e mille altri personaggi del mito e della storia.

Non crediate che sia solo vacuo intrattenimento, trastullo, o, peggio, sterile provocazione, cosa di cui l’arte non si è mai occupata, come non si è mai occupata (come fine unico, scopo primario) di bellezza; l’ironia, in Archaeology Now, per Damien Hirst, ma non solo per lui, è il linguaggio più colto ed efficace per far passare concetti tragici e dolorosi che la superficialità umana non farebbe entrare se fossero nudi nella loro insostenibile verità.

Infatti, i padri della Magna Grecia ci hanno insegnato a vestire i temi di costumi paradossali, quelli che spostano il punto di vista e fanno entrare tragedie e tematiche vitali che altrimenti noi, abituati come siamo alla sottocultura degli influencer e della TV spazzatura, oggi come allora, mutatis mutandis, terremo ben distanti dalle nostre sfere più intime.

Il Gay Pride, con i suoi travestimenti necessari a trasferire contenuti bioetici e biologici essenziali, esiste da sempre e nasce in aree che persino la piccola borghesia restauratrice riconosce e capisce come culla di civiltà, come la Grecia, Roma o l’Estremo Oriente…

Peccato che in troppi non sappiano niente di cultura vera e si fermino alla cosmetica.

Il teatro è estetica fondante di ogni trasmissione culturale; se non ci si veste del tema che si vuole trasferire non si riesce a dialogare con la nostra ghiandola pineale, c’è poco da fare.

L’ironia è il linguaggio per cui il mondo ci ama: Dino Risi, Fellini, Gassman, De Filippo, De Sica, Totò, Benigni e tutti gli altri sono quelli a cui hanno dato l’Oscar e, soprattutto, sono i più imitati dal cinema francese, quello che dopo di noi indaga(va) meglio la realtà reale.

L’ironia è cultura millenaria e sempre attuale e viene dal Sud del mondo.
Non solo.

Damien Hirst porta in scena un dialogo tra vero e falso, tra storia e presente, tra tempo e tempi, tra paura e mito che altrimenti non avrebbe potuto essere rappresentato.

La sua precedente mostra a Punta della Dogana e Palazzo Grassi nel 2017 non era che un’esibizione muscolare, una gara con Jeff Koons che da anni stava riempiendo le città di opere gigantesche e incombenti; un’operazione commerciale di alto profilo ma senza contesto storico e culturale adeguati.

Alla Borghese l’idea è geniale, utile e vitale, e gran parte del merito va all’opera dei curatori, Mario Codognato e Anna Coliva, che hanno anche disegnato il layout della mostra e posizionato le opere in dialogo con i capolavori della storia in modo mirabile e soprattutto trasmissivo, come solo i grandi curatori sanno fare.

Gente coltissima e preparata che conosce il rapporto tra le interiorità delle persone e i dispositivi in_formanti delle opere, e ne sa fare una relazione fertilizzante, elettrizzante, divertente ed educativa come poche altre cose al mondo. Un mondo di capolavori è quello che vogliamo tutti.

immagine per francesco cascino
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Nato Matera, laureato in Scienze politiche nel 1989, dal 1990 al 2000 è Direttore delle Risorse Umane in tre diverse multinazionali (Montedison, SNIA e Ace Int.l). Oggi è un Contemporary Art Consultant e Cultural Projects Curator,e si occupa di arte da parete e arte da processi: arte da collezione a beneficio di privati, appassionati e collezionisti, arte come pratica e approccio progettuale art thinking oriented per imprese di ogni genere, istituzioni e rigenerazione culturale, urbana e territoriale.

Come Art Consultant in_forma e supporta le scelte di collezionisti, acquirenti e appassionati di arte contemporanea nella selezione di opere d’arte di ricerca e di alta qualità, nell’analisi del miglior rapporto qualità prezzo e nella progettazione di intere collezioni, in Italia e nel mondo.

Come Co-Founder e Art Director di Art Thinking Project ETS si occupa di progettazione culturale a tutto tondo, ideazione e realizzazione di strategie, contenuti, interventi temporanei, installazioni permanenti, inserimento di arte e artisti a monte dei processi di ogni tipo di azienda e attività; di rigenerazione culturale e urbana di città, borghi, territori e paesaggio; di soluzioni inedite a ogni tipo di impresa, dall’ospitalità all’acciaio, dalla finanza all’agricoltura e oltre. Insieme al Network e ai Componenti del Comitato Tecnico Scientifico di ATP, si occupa anche di heritage management, architettura, design, economia della cultura, diritto societario e dell'arte.

È stato ideatore, promotore e co-autore del Manifesto Art Thinking siglato al MAXXI a Giugno 2019 insieme a scienziati, artisti, imprenditori, architetti, ingegneri e professionisti di ogni genere. Tra le altre cose ha ideato e curato la prima e la seconda edizione del Premio Terna per l’arte contemporanea (2008-2009). È stato membro della Commissione dei quattro esperti della Regione Puglia per il Piano strategico per la cultura (2016-2017: riallocazione di 480 MLN di Euro), ideatore e curatore del progetto Matera Alberga per Matera Capitale Europea della Cultura 2019, curatore di diversi progetti culturali per ENELDeutsche BankHelsinnSAS Business Intelligence, UBI Banca, Bosch Security System, Fiera Milano, Macro Roma, MAXXI, Comune di Roma, Comune di Matera e altri.

Ha insegnato Organizzazione del Mercato dell’Arte e Progettazione culturale per i Master del Sole24Ore e della RUFA (Roma University of Art), e visiting professor di alcune università italiane e americane. Infine si occupa anche di education & edutainment; progetta e realizza workshop e webinBar sull’arte e la sua relazione con la psiche, sui benefici per l’intelligenza degli individui e la crescita e lo sviluppo di sistemi, territori e imprese. Scrive per art a part of cult(ure), magazine on line inserito nel Codex dell’ADI (Associazione Design Industriale) per le valenze culturali del format, dove cura una sua rubrica su arte, evoluzioni ibride e mostre nel mondo, chiamata I racconti del Cascino.

2 risposte

  1. Complimenti per le foto! …Sono d’accordissimo con il giudizio sull’ottimo allestimento che dialoga con i capolavori antichi. Non entro sul contenuto concettuale delle opere dello Studio/Officina di Hirst. L’ottimo “gioco” di una nave ritrovata con vari capolavori del passato mi è sembrato un alibi meraviglioso e furbo per far lavorare i migliori collaboratori creativi di Hirst sulla sua idea. I vari lavori esposti infatti tradiscono mani diverse (in linea con la “collezione” ritrovata) che hanno lavorato con le stesse tecniche. Hirst non è l’artista ma il regista dell’operazione. Il risultato è certamente stupefacente e ben si riallaccia con le opere del Bernini e le altre presenti. Da stampi e scansioni in 3d si ricavano opere che vengono completate con arricchimenti diversi. Non è un togliere le incrostazioni marine, non è un ripulire le statue per riportarle all’originario ma un accrescimento: all’originaria stampa 3d in bronzo dipinto (per la maggior parte) si aggiungono incrostazioni spettacolari e ori e altro. E anche questo ben si raccorda con lo splendore delle statue della collezione della Galleria. Anche quelle opere sono infatti meravigliose per l’inserimento in marmi diversi di parti in bronzo, in oro e altri materiali. In questo trovo maggiormente la corrispondenza: grandissima perizia e uso di materiali preziosi, costosissimi. Sono, quelle attuali, dello Studio-Officina Hirst, opere che ben competono con il passato e destinate come quelle antiche ad un pubblico di Principi moderni superextraricchissimi e alle loro dimore e corti. Una grande operazione finanziaria e di marketing che ci lascia stupefatti per il risultato, che rimarrà nella Storia, quanto le opere del Passato.

  2. Sandro Fogli grazie per il commento. Io però fossi in te eviterei la retorica melensa e strasuperata secondo cui le opere le fa lo studio (e in questo caso non è vero, per cui una persona responsabile si informa) e quindi non sarebbero frutto di creatività dell’artista, perché l’arte è idea, messa in scena di nuovo senso ormai da millenni. Duchamp e Cattelan sono i protagonisti del secolo scorso, non tramonti e fiorellini che lasciano indifferenti sinapsi e coscienze. Anzi le derubano. Poi la storia dell’operazione finanziaria… ancora? Quando le volpi non arrivano al Louvre dicono che è acerba. Suggerirei di provare a fare l’artista di valore senza confrontarsi con i giganti ma con i propri limiti. La gente sa guardare da sola. E tu anche, da come scrivi.

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