Tafadzwa Tega nasce ad Harare, in Zimbabwe nel 1985 e già a 10 anni, ispirato e circondato da padre e parenti artisti a loro volta, disegna, dipinge e crea immagini di grande impatto identitario inconscio. Sembra una storia occidentale, ed è questo il problema.
Dovremmo smetterla di credere che l’Africa sia solo natura e che vada protetta solo per motivi ecologici. L’Africa, fuori da ogni retorica, è un luogo come gli altri, prezioso e vitale più di alcuni altri perché in alcuni casi è ancora conservato in forma di savana selvaggia e potente, ma le donne e gli uomini che ci vivono sono esattamente come noi, hanno i nostri pregi e difetti come tutti.
Detto questo, perché il vostro immaginario si rimetta nella giusta prospettiva, esploriamo questo artista, quest’uomo, questo straordinario interprete della sua storia; che non vuol dire che rappresenti l’Africa, essendo un continente enorme e impossibile da comprendere e conoscere fino in fondo persino per i suoi abitanti. Ci siamo tristemente abituati a sintetizzare complessità attraverso mappe e notizie dei giornali, ma la vita, quella vera, è fatta di milioni di elementi che cambiano ogni istante, e quello che ci tiene in vita tutti è intangibile, invisibile, a volte persino impalpabile, anche se il corpo racconterebbe molte più cose se non ci limitassimo a osservarlo come tanti guardoni dei pixel.
La vita è fatta di profumi, vista, olfatti distintivi, tatto e contatto; l’amore, l’odio, il desiderio, le identità, l’orgoglio, la dignità non si vedono, eppure esistono. Anzi, sono la stessa esistenza. Quindi la realtà reale è quella che il pragmatismo spicciolo e realista non vede né prevede, invece è la parte più importante del mondo, e solo l’arte sa esplorarla e portarla in emersione.
Tega quindi si è dato il compito di coniugare la realtà fisica e metafisica. Attraverso l’uso potentissimo del colore, per cui è uno dei migliori artisti che io abbia mai visto, racconta storie antichissime di simboli e identità perdute o sopite che resistono al tempo e alle azioni perché sono parte integrante del DNA. Ogni luogo, ogni continente, ogni nazione, regione, città, paesino, frazione e località rurale ha una sua identità, e su questo c’è poco da dire. I dialetti sono espressione di libertà dalle imposizioni linguistiche dei ministeri, ad esempio.
Tutto questo è uno straordinario tesoro, un patrimonio di cultura che dovremmo vivere per imparare mille cose di vitale importanza, tra cui convivere, che rischia di scomparire per l’eccesso di sintesi che la tecnologia impone a chi non ha il senso critico e tattile per distinguere realtà vera da realtà virtuale. Tra le principali vittime della narrazione virtuale della vita ci sono giovani e giovanissimi che, come se non bastasse, in tempi di pandemia e lockdown, hanno interrotto la loro crescita naturale attraverso la definizione del sé che passa solo dal rapporto con gli altri, come per tutti noi, per essere messi di fronte a uno schermo a imparare le vite degli altri.
Ma lo schermo è bello quando dura poco.
Guardate le opere di Tega. Guardatele bene. Hanno i colori dell’Africa, e va bene, questo lo sanno dire tutti. Hanno i colori del genio, come quelli di Andy Warhol, e anche questo è verissimo. Hanno i simboli della rivalsa dalla segregazione razziale messa in opera in Sud Africa e ovunque nel mondo, per cui celebrità, condottieri, re e papi che trovate nei milioni di quadri iconici sono tutti bianchi, salvo qualche rara icona bizantina dove il Cristo è dipinto per quello che era: un nero. Hanno anche i colori di Giotto, quel pittore che ha rivoluzionato il modo di dipingere la realtà esprimendone i semi istitutivi invece di descriverne pedissequamente gli elementi visibili.
Per vedere la realtà del mainstream basta la retina, sembrano dire Giotto e Tega, mentre se volete allenare il terzo occhio, la ghiandola pineale, quella che indica la vera Via e che non a caso è in tutti i giardini vaticani di Roma sotto forma di pigna che fa da pomello, maniglia o corrimano, dovete usare la pittura e cambiare i colori di quel che vedete con i colori di quel che percepite. Hanno i colori liquidi della contemporaneità digitale ma passano lo schermo e parlano di storia, presente e futuro, dialogano e cantano, si spogliano e seducono. È la tecnomagia di Tafadzwa Tega, quella che unisce Africa tribale ed evoluzione digitale per farne un vero cuore pulsante di informazioni e stimoli erotici.
Solo così, a ben guardare, potete vedere.
Nelle opere di Tega si parla di schermo, di computer, di colori elettrici e psichedelici che sono tipici della realtà virtuale, degli NFT, dell’arte digitale e dei telegiornali di Fox News. Li stessi costruiti per portare le masse a comprare cose inutili e dannose che poi conducono dritto in ospedali e cliniche di proprietà delle stesse emittenti televisive. Nelle opere di Tega c’è la magia del popolo nero che balla e parla con il corpo, esprime l’eros, la vera spinta vitale, col sorriso e con le mani.
C’è la savana calma e profumata che induce alla gioia dell’inatteso ma anche al senso del pericolo, c’è l’enigma della stregoneria e c’è la magia delle posizioni simboliche del corpo, ma c’è anche il superamento della black painting modaiola, della retorica sull’apartheid sbattuta in faccia come passiva richiesta di risarcimento che lascia il posto a una riflessione necessaria: abbiamo capito che c’è un mondo reale, passionale e nero da cui abbiamo da imparare come si vive, come si ama, come si tocca, si annusa, si ascoltano i ritmi vitali delle danze e dei tamburi? Abbiamo compreso perché l’invidia per questa bellezza innata ci ha portati prima a renderli schiavi, poi a vivere isolati nei nostri appartamenti, non a caso, mentre loro vivono in agglomerati che creano vicinato e vicinanza? Abbiamo capito che non si chiamano risorse ma maestri?
Per non dire di Zumbani, l’erba a cui si riferisce il titolo dell’ultima serie e di questa mostra: un’erba miracolosa che serve a riconnetterci alla natura e alle sue leggi, quindi alla salute che ne deriva e al potere che ci trasferisce, ma anche a costruire il mito, la più antica forma di educazione che i Greci usavano per formare le masse e che hanno tramandato fino ai nostri Romani.
Le opere di Tega ci stanno dicendo una cosa fondamentale: senza coltura non c’è cultura ma la prima cosa che dobbiamo coltivare non è la vista, è la visione.
Questo testo di Francesco Cascino accompagna la mostra Zumbani di Tafadzwa Tega da Scognamiglio Arte Contemporanea (Milano), in corso fino al 15 – 04 -2022
Nato Matera, laureato in Scienze politiche nel 1989, dal 1990 al 2000 è Direttore delle Risorse Umane in tre diverse multinazionali (Montedison, SNIA e Ace Int.l). Oggi è un Contemporary Art Consultant e Cultural Projects Curator,e si occupa di arte da parete e arte da processi: arte da collezione a beneficio di privati, appassionati e collezionisti, arte come pratica e approccio progettuale art thinking oriented per imprese di ogni genere, istituzioni e rigenerazione culturale, urbana e territoriale.
Come Art Consultant in_forma e supporta le scelte di collezionisti, acquirenti e appassionati di arte contemporanea nella selezione di opere d’arte di ricerca e di alta qualità, nell’analisi del miglior rapporto qualità prezzo e nella progettazione di intere collezioni, in Italia e nel mondo.
Come Co-Founder e Art Director di Art Thinking Project ETS si occupa di progettazione culturale a tutto tondo, ideazione e realizzazione di strategie, contenuti, interventi temporanei, installazioni permanenti, inserimento di arte e artisti a monte dei processi di ogni tipo di azienda e attività; di rigenerazione culturale e urbana di città, borghi, territori e paesaggio; di soluzioni inedite a ogni tipo di impresa, dall’ospitalità all’acciaio, dalla finanza all’agricoltura e oltre. Insieme al Network e ai Componenti del Comitato Tecnico Scientifico di ATP, si occupa anche di heritage management, architettura, design, economia della cultura, diritto societario e dell'arte.
È stato ideatore, promotore e co-autore del Manifesto Art Thinking siglato al MAXXI a Giugno 2019 insieme a scienziati, artisti, imprenditori, architetti, ingegneri e professionisti di ogni genere. Tra le altre cose ha ideato e curato la prima e la seconda edizione del Premio Terna per l’arte contemporanea (2008-2009). È stato membro della Commissione dei quattro esperti della Regione Puglia per il Piano strategico per la cultura (2016-2017: riallocazione di 480 MLN di Euro), ideatore e curatore del progetto Matera Alberga per Matera Capitale Europea della Cultura 2019, curatore di diversi progetti culturali per ENEL, Deutsche Bank, Helsinn, SAS Business Intelligence, UBI Banca, Bosch Security System, Fiera Milano, Macro Roma, MAXXI, Comune di Roma, Comune di Matera e altri.
Ha insegnato Organizzazione del Mercato dell’Arte e Progettazione culturale per i Master del Sole24Ore e della RUFA (Roma University of Art), e visiting professor di alcune università italiane e americane. Infine si occupa anche di education & edutainment; progetta e realizza workshop e webinBar sull’arte e la sua relazione con la psiche, sui benefici per l’intelligenza degli individui e la crescita e lo sviluppo di sistemi, territori e imprese. Scrive per art a part of cult(ure), magazine on line inserito nel Codex dell’ADI (Associazione Design Industriale) per le valenze culturali del format, dove cura una sua rubrica su arte, evoluzioni ibride e mostre nel mondo, chiamata I racconti del Cascino.


















