Come ho scritto nel lontano dicembre 2024, ormai sono anni che Roma è piena di mostre e progetti di arte contemporanea, ma anche moderna e antica, di primissima qualità: la parte di città che fa un’enorme fatica per arrivare a fine mese, che soffre dei quotidiani problemi di trasporto, che bestemmia ogni minuto contro gli infiniti cantieri, soprattutto quelli inutili come Piazza Venezia, bloccata per 10 anni per favori in corso, non si accorge di quanta cultura visiva mondiale respira tra strade, musei, gallerie e spazi no profit.
Ed è un vero peccato: bisognerebbe portare l’arte di massima qualità nei luoghi dimenticati. Mica per pietismo, il contrario: nelle periferie romane vive la migliore intelligenza, il problem solving geniale e creativo, la visione ironica e sottile che un centro invecchiato e decrepito, oltretutto assalito da telefonini con i turisti in mano, si può solo sognare.
Soprattutto la città, sommersa di politica e capitalismo relazionale modello soviet, non si accorge che non c’è miglior modo di nutrire e aggiornare il proprio immaginario se non l’arte contemporanea di qualità. Eppure ne fanno di campagne elettorali sulla preziosità di una città d’arte!
Perché le istituzioni non lo sanno, quindi non lo dicono; le scuole vanno dietro ai programmi ministeriali e nei ministeri siedono dei tali incapaci che avrebbero loro bisogno di tornare a scuola; le mafie invece lo sanno benissimo ma fanno di tutto per far sì che le culture evolutive restino nascoste (pensare che c’è ancora qualche sempliciotto che crede che la Woke e la riscoperta di culture ignorate sia politically correct: è un classico, quando un ignorante non sa una cosa reagisce invece di accogliere e dice che quella cosa è stupida. In effetti solo quelli sicuri di sé sanno darsi dello stupido, e studiano, invece di dare dello stupido agli altri); le nicchie intellettuali sono a loro volta distanti anni luce dalla società “normale” e questo li fa sentire migliori, probabilmente perché non sanno relazionarsi alle persone in modalità di parità e sopperiscono con l’eccesso di avorio nelle torri.
Solo gli artisti e le artiste più bravi sono in strada per costruire un mondo intelligente. Solo loro.
Per il resto della società è un disastro, pur essendo questo uno dei periodi più fertili e ferventi di tutti, com’è giusto che sia visto che siamo animali evolutivi per natura e, quindi, la mente cresce per motivi biologici. Quelli intelligenti la assecondano, quelli stupidi dicono “eh ma sono fatto così” e ingabbiano la propria crescita come si ingabbia un cervello crescente in un cranio più piccolo. Poi dice la sofferenza: se la percezione di sé stessi viene affidata solo ai medici, ogni forzatura, ogni gabbia, ogni freno allo sviluppo produrrà una malattia, ma noi crederemo che sia lo stress o altre patologie ascritte al vocabolario statico delle accademie.
Se invece andate a vedere queste mostre eviterete il sonno della ragione che genera mostri, e quello della Regione che genera narcolessia congenita. Per Giunta.
Il problema delle istituzioni è sempre quello che molti di noi, sin dagli anni ’90, hanno individuato come il male del secolo: la distanza siderale tra la cultura della società evoluta, quella delle avanguardie, di molti giovani e della ricerca, e la sottocultura asfittica e ammuffita della politica, delle procedure, dei Bandi e dei recinti amministrativi per sudditi obbedienti.
C’è un solo modo per rigenerare e aggiornare l’immaginario: l’arte, la musica, il teatro, la danza, l’architettura e tutte le altre discipline espressive contemporanee. E non solo: prendere le pratiche di queste discipline e farle diventare politica, art thinking sul modello del design thinking, Bauhaus, cultura incarnata.
Il resto è manierismo, quella che i semplici chiamano bellezza, termine desueto ormai preda di una moda che ha intossicato il mondo, salvo poche eccezioni, o di categorie dialettiche buone per convincere follower e distratti da sfratti e altri ricatti.
La bellezza non esiste, in quanto è eros, attrazione soggettiva, corrispondenza di onde invisibili, emozione della scoperta e dello stupore, energia rispondente, calamita che protegge dalla calamità della solitudine in una moltitudine ingannevole e a buon mercato.
Vogliamo cominciare a elencare le mostre per farle nostre?
Per cominciare, al posto vostro, io andrei a vedere Caravaggio a Palazzo Barberini. Erano anni che non mi venivano le lacrime ad una mostra; la prima volta me la ricordo, fu davanti a un’opera di Kiefer a Palazzo Grassi a Venezia, negli anni ‘90. Di fronte alle opere di Caravaggio, durante l’Opening al museo, la potenza assoluta della poesia e della verità messe insieme mi ha travolto.
Le opere di Caravaggio il ribelle, l’artista libero e visionario, il più contemporaneo di tutti, risvegliano l’anima e la mente. In queste opere, alcune delle quali inedite e provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo, Caravaggio ci mette le meretrici, gli uomini di fatica, le cameriere al posto di santi e regine.
Il maestro di luce e ombra fa di questi elementi una metafora, altrimenti sarebbe solo tecnica inutile e manierista: mette cioè in luce tutti gli indesiderati necessari che però noi teniamo in ombra, e presenta la reale realtà invisibile e indicibile: siamo fatti di bene e male, cioè di buio e luce, e dobbiamo imparare a guardarci dentro, nel buio di un enigma che solo l’arte può insegnarci a illuminare attraverso lo sviluppo dell’intuito e della visione divergente, laterale, dirompente.
400 anni fa Caravaggio ci insegna che noi viviamo e mangiamo per merito del lavoro manuale e di chi tutti i giorni si spezza la schiena, si alza col buio e lavora sotto una luce accecante. Noi però non li vediamo. Sono gli invisibili che ci consentono di mostrarci, quelli fotografati dai Neorealisti italiani – e non – negli anni del Dopoguerra.
Altro che Instagram: quelle fotografe, a cominciare da Dorothea Lange, e quei fotografi, a cominciare da Mario Cresci, ci stavano informando e avvisando della catastrofe che avrebbe provocato ignorare chi lavora e produce per noi. E ancora oggi molti non hanno capito, guarda la tecnologia o certa finanza.
L’arte, quando è innervata di intelligenza ricetrasmittente, apre le porte della coscienza ed entra nell’inconscio, e lì rimane: in questo modo, e solo in questo modo, il nostro immaginario è davvero consapevole e informato sulla verità reale del mondo che calpestiamo ogni giorno, mentre di notte sogni e incubi nutrono la materia di cui siamo fatti.
E non finisce mica qui.
Roma è una Capitale vera, almeno la sua classe creativa lo è, ed è a livello di New York o Londra, tanto che ancora tutti i più grandi artisti del mondo vogliono vivere qui. Dove tutto può capitale.
Se i campioni della ragioneria di Stato, e mi chiedo in quale stato siano, capissero che un’IVA sull’arte armonizzata con quella dei nostri maggiori concorrenti in Europa e nel mondo, tra il 5% e il 10%, porterebbe ricchezza diffusa, investitori, collezionisti e viaggiatori veri, invece di respingerli insieme a tutti i collezionisti italiani, saremmo già un passo avanti.
Ma questi non sanno nemmeno la differenza tra l’acqua e il vino; un fiasco totale. E dire che con l’IVA al 5% i primi a guadagnarci sarebbero i trasportatori e i falegnami, a proposito di labour intensive e Caravaggio, mica quelli già ricchi: l’arte è un bene culturale, non di lusso, bisogna che lo capiscano anche dalle parti di Pontida dove il presente non arriva. IVA qui non è compresa, troppo difficile.
Torniamo alle mostre vere, che quelle patinate non hanno lo stesso potere…
C’è Tony Cragg alle Terme di Diocleziano, che ci insegna la proporzione, l’eros e la metafisica, e con questo ci fa vedere la relazione tra chi sa costruire armonie seducenti che vivono per millenni e chi invece mette al mondo cemento informe che deprime l’anima degli abitanti.
Alle Terme c’è anche il Chiostro di Michelangelo, non ve lo perdete.

Poi c’è Francesco Clemente al Palazzo delle Esposizioni, una mostra magistralmente costruita e curata da Bartolomeo Pietromarchi, che porta simboli e simbolismi in viaggio per territori profumati di sorpresa, enigma e spiritualità profonda, viaggiando con le tende dei Tuareg, nomadi erranti capaci di trovare la strada solo con il proprio istinto informato, dipinte dal grande artista napoletano.
Con calma, con molta calma; non uscite prima di due ore.
C’è un’installazione imperdibile di Bruna Esposito al Museo delle Civiltà, (MuCiv) luogo unico al mondo con due milioni e mezzo di reperti che raccontano la vera storia del mondo, ben diversa da quella dei libri di storia.
Nel Palazzo delle Tradizioni popolari, mi raccomando non vi perdete, siamo all’EUR e lì chiamano la Neur.
Un’imperdibile mostra di Alighiero e Boetti all’Accademia di San Luca, un dispositivo che apre la mente come poche altre cose al mondo, curata da quel grande artista di Marco Tirelli che è anche il Presidente dell’Accademia.
C’è Edvard Munch a Palazzo Bonaparte ed è inutile che io lo presenti: un artista da urlo.
C’è una splendida collettiva al MAXXI, The Large Glass, dove c’è anche una delle mostre più acute e geniali mai viste, quella dedicata a Guido Guidi, un fotografo folle quanto lo sguardo di Platone e Archimede messi insieme, che io seguo da 20 anni.

Una menzione speciale per un happening one shot nella mitica Litografia Bulla; una delle performance più radicali e toccanti che io abbia mai visto: Paolo Canevari, grande artista e docente all’Accademia delle Belle Arti di Roma, si è fatto tatuare in modo permanente delle opere su un braccio dai suoi studenti.
L’operAzione, cioè un’opera che diventa azione vivente, si chiama To My Students e parla ironicamente di “Corpo docente”: se vuoi fare un salto in avanti con il pensiero leggi il testo e guarda le immagini, e scopri come l’arte riesce a incidere sulla consapevolezza di valori umani e relazionali altrimenti ormai intangibili.
Paolo e i suoi studenti hanno usato i simboli immaginifici dell’arte unendoli al corpo che così diventa collettivo, unificante, opera partecipata fin nella carne, rendendo questi valori e queste consapevolezze indelebili, in questo caso, fuori da ogni facile retorica.
Così si é davvero artisti e maestri: mettendosi in osmosi col mondo.
Ancora le mostre: c’è Gianfranco Baruchello a Villa Farnesina e c’è un’opera geniale di Santiago Sierra in una collettiva chiamata Exprimo al Mattatoio, dove c’è anche una bella mostra di Felice Levini.

Ci sono i Gelitin da ForoF ed Enzo Cucchi, insieme ad altri, alla Fondazione Memmo.
Delle gallerie, che hanno un’offerta eccezionale, vi parlo in privato; qui non posso e non voglio fare pubblicità alle mie preferite, che poi sono preferite perché fanno la migliore ricerca, quindi l’orientamento non è legato all’empatia o ad altre vicinanze ma ai progetti di collezione pubblica e privata che seguo e di cui mi assumo la responsabilità.
E poi ci sono i luoghi geniali di Roma dove potete vedere cos’è l’Art Thinking: Chiostri funzionali che sembrano opere d’arte, acquedotti millenari funzionanti che contengono e trasmettono il ritmo dell’eros di cui siamo fatti.
Insomma c’è Roma, dove davvero tutto può capitale.

Nato Matera, laureato in Scienze politiche nel 1989, dal 1990 al 2000 è Direttore delle Risorse Umane in tre diverse multinazionali (Montedison, SNIA e Ace Int.l). Oggi è un Contemporary Art Consultant e Cultural Projects Curator,e si occupa di arte da parete e arte da processi: arte da collezione a beneficio di privati, appassionati e collezionisti, arte come pratica e approccio progettuale art thinking oriented per imprese di ogni genere, istituzioni e rigenerazione culturale, urbana e territoriale.
Come Art Consultant in_forma e supporta le scelte di collezionisti, acquirenti e appassionati di arte contemporanea nella selezione di opere d’arte di ricerca e di alta qualità, nell’analisi del miglior rapporto qualità prezzo e nella progettazione di intere collezioni, in Italia e nel mondo.
Come Co-Founder e Art Director di Art Thinking Project ETS si occupa di progettazione culturale a tutto tondo, ideazione e realizzazione di strategie, contenuti, interventi temporanei, installazioni permanenti, inserimento di arte e artisti a monte dei processi di ogni tipo di azienda e attività; di rigenerazione culturale e urbana di città, borghi, territori e paesaggio; di soluzioni inedite a ogni tipo di impresa, dall’ospitalità all’acciaio, dalla finanza all’agricoltura e oltre. Insieme al Network e ai Componenti del Comitato Tecnico Scientifico di ATP, si occupa anche di heritage management, architettura, design, economia della cultura, diritto societario e dell'arte.
È stato ideatore, promotore e co-autore del Manifesto Art Thinking siglato al MAXXI a Giugno 2019 insieme a scienziati, artisti, imprenditori, architetti, ingegneri e professionisti di ogni genere. Tra le altre cose ha ideato e curato la prima e la seconda edizione del Premio Terna per l’arte contemporanea (2008-2009). È stato membro della Commissione dei quattro esperti della Regione Puglia per il Piano strategico per la cultura (2016-2017: riallocazione di 480 MLN di Euro), ideatore e curatore del progetto Matera Alberga per Matera Capitale Europea della Cultura 2019, curatore di diversi progetti culturali per ENEL, Deutsche Bank, Helsinn, SAS Business Intelligence, UBI Banca, Bosch Security System, Fiera Milano, Macro Roma, MAXXI, Comune di Roma, Comune di Matera e altri.
Ha insegnato Organizzazione del Mercato dell’Arte e Progettazione culturale per i Master del Sole24Ore e della RUFA (Roma University of Art), e visiting professor di alcune università italiane e americane. Infine si occupa anche di education & edutainment; progetta e realizza workshop e webinBar sull’arte e la sua relazione con la psiche, sui benefici per l’intelligenza degli individui e la crescita e lo sviluppo di sistemi, territori e imprese. Scrive per art a part of cult(ure), magazine on line inserito nel Codex dell’ADI (Associazione Design Industriale) per le valenze culturali del format, dove cura una sua rubrica su arte, evoluzioni ibride e mostre nel mondo, chiamata I racconti del Cascino.





























