Alla Fonte di Luigi Ontani – Fontana che ambisce all’unità e alla gioia, foriera di futuro

Quest’articolo era quasi pronto, quando a un mese dall’inaugurazione della Fontana di Luigi Ontani, voluta dal Comune di Vergato e promossa dalla Città Metropolitana di Bologna, in collaborazione con Bologna Welcome, è stata scatenata una grossolana mistificazione, a cui si è aggiunto un vero e proprio sabotaggio, colpendo in questo modo, non solo le istituzioni che hanno promosso l’opera e la cittadinanza di Vergato che l’ha entusiasticamente accolta, ma anche la cultura italiana nella sue più alte cariche.

Luigi Ontani è stato infatti insignito del Premio Presidente della Repubblica 2015, su segnalazione dell’Accademia di San Luca, e la sua opera è mondialmente conosciuta e apprezzata. Quanto è avvenuto, inaccettabile già in ogni sua modalità, lo è ancor più, per chiunque ami l’arte e ne difenda la libertà e il valore.

Abbiamo, pertanto, sospeso qualsiasi intervento, non volendo prestare il fianco a nuove strumentalizzazioni e a fatti incresciosi, come quelli scaturiti – va detto – a ridosso delle elezioni comunali del 26 maggio scorso, ma che non per questo in ogni caso possono essere giustificati.

Intanto la cittadinanza è intervenuta vivamente a sostegno dell’opera e del suo autore e un’interrogazione è stata fatta alla Camera nello scorso maggio, molti scrittori, giornalisti, cultori e protagonisti della scena artistica hanno commentato l’accaduto e hanno espresso il proprio elogio nei confronti dell’opera d’arte, respingendo interpretazioni strumentali, illegittime e di subdola finalità.

E’, quindi, venuto il momento di fare un riepilogo dell’accaduto e di riassumere i fatti e gli antefatti, in modo che possano essere ricondotti alla loro natura e verità.

L’inaugurazione della Fontana di Luigi Ontani nel suo paese d’origine – Vergato, sull’Appennino tosco-emiliano – è avvenuta dopo ben 13 anni dalle prime intenzioni.

Un tempo lungo non certo per l’elaborazione dell’opera, pressoché immodificata dai primi bozzetti, ma necessario a superare gli scogli burocratici e le difficoltà a cui devono sempre sottostare le opere pubbliche, a far sì che la cittadinanza gradualmente potesse far propria l’idea e che il Comune riuscisse a tributare al suo cittadino, attualmente più illustre, anche una Sala museale di 45 opere proprio nel Palazzo Comunale dei Capitani della Montagna, al cui piano superiore splendono sin dal 1998 le incantevoli vetrate realizzate – e poi donate – dall’artista, che rappresentano appunto i quattro Capitani della Montagna.

La presa di coscienza di un territorio costellato di straordinari esempi paesaggistici e socio-politico-culturali, in un’area ancora incontaminata, ma piuttosto isolata e incapace fino allora di valorizzare la propria ricchezza, è stata infatti lenta, benché costante, e il contributo alla sua rinascita profuso da Luigi Ontani nel corso di questi anni, è stato fondamentale.

L’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese, nata nel 2013, con sede a Vergato – un ente montano che riunisce undici Comuni allo scopo di razionalizzare i costi e di ottimizzare i benefici coordinando le iniziative pubbliche e private – è stato il primo segno consistente. Nel 2015 poi, abolite le Province, fu istituita la Città Metropolitana di Bologna che si compone di 54 Comuni, nell’intento di valorizzare il complesso e articolato patrimonio locale.

Intanto, anche la spettacolare e inedita architettura della Rocchetta Mattei, rarissimo esempio di eclettismo che domina tutto il paesaggio di Riola poco sopra Vergato, vedeva finalmente la riapertura nell’agosto del 2015, dopo una chiusura quasi trentennale – grazie all’acquisto nel 2005 da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna che ne ha curato anche il restauro per i due/terzi e l’ha resa possibile.

Due mesi prima, tuttavia, a Grizzana, dopo un biennio di studio e di lavoro, Ontani aveva riallestito la Casa-studio di Giorgio Morandi, ormai spogliata delle sue immortali Nature Morte, sostituendole temporaneamente con la loro versione tridimensionale da lui eseguita in una ceramica di raffinata fattura, aggiungendovi altri innumerevoli, felici particolari d’invenzione, mentre negli antistanti Fienili del Campiaro, con una mostra più libera di sue opere e speciali citazioni e commenti a Morandi, proseguiva, arricchendolo, l’omaggio al grande conterraneo.

Era, invece, caduto, poco prima, il progetto che avrebbe dovuto ospitare in forma permanente un numero consistente di lavori di Ontani, appropriati e in sintonia con quegli ambienti, proprio all’interno della Rocchetta Mattei.

In quello che Ontani ha spesso fregiato del titolo affettuoso di “paesello”, convivono, in sostanza, presenze straordinarie: al di là del Reno, a Grizzana, la Casa-studio di Morandi, con il suo retaggio culturale e il magnifico borgo medievale di La Scola; a Riola, la chiesa di Alvar Aalto, voluta dal Cardinal Lercaro a conferma dell’attenzione del Concilio Vaticano II per un nuovo rapporto tra architettura e liturgia – unica opera italiana, fra l’altro, di uno dei padri del movimento moderno, nonché singolare gioiello di edificio sacro contemporaneo, realizzato da un finlandese protestante per il culto cattolico.

A Marzabotto, i siti etruschi con scavi in costante evoluzione disseminati in un vasto territorio che arrivava sino all’Adriatico, da dove intenso si sviluppava il traffico con la Grecia e, ai nostri giorni la vicenda tragica, ma esemplare di oltre 1700 morti caduti in difesa della libertà, sterminati dalle truppe nazifasciste in uno dei più spaventosi eccidi di guerra e crimini contro l’umanità.

A Sasso Marconi il Mausoleo progettato da Marcello Piacentini e la Fondazione Guglielmo Marconi che hanno sede presso Villa Griffone da cui lo scienziato lanciò nel 1895 i primi segnali radio.

A Porretta, le Terme conosciute e frequentate già in epoca romana; poi, tutt’intorno, il quadro di un paesaggio fiabesco, indimenticabile per la variegata espressione di una vegetazione fatta di fitti boschi, di anfratti e di alberi che si stagliano spesso liberi, mossi da mille diverse sfumature, attorniati da monti sinuosi, il Vigese, con Montovolo – ricordato ovunque nell’opera di Ontani, sin dagli esordi – da cui scendono copiose le acque intrecciando variamente il loro corso.

Sopra ogni cosa spicca in aggiunta l’apparizione sorprendente e in quel paesaggio inattesa, del Castello della Rocchetta Mattei, memore nel suo stile della cattedrale di San Basilio a Mosca a cui, tra il XVI e XVII secolo, si pensava come a un’allegoria del Tempio di Gerusalemme.

Costruito dal Conte Mattei – figura leggendaria dedita a un mitico progetto -l’intero complesso è comparabile, per gli aspetti psicoterapeutici, forse solo al Goetheanum di Rudolph Steiner nei pressi di Basilea e, per quelli stilistici, al Castello moresco di Sammezzano in Toscana, che proprio negli stessi anni di metà Ottocento, Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, realizzò sontuosamente in ossequio alla grande voga orientalista.

Il sito – all’incrocio tra le valli del Limentra e del Reno – fu scelto dal Mattei per la sua posizione strategica su uno spuntone di roccia posto un tempo sotto il dominio di Matilde di Canossa e per il suo livello sopraelevato – 407 metri -, destinandolo all’attuazione di un sogno personale, che presto doveva tradursi tuttavia nella trasformazione integrale anche delle condizioni di povertà in cui versava il territorio, procurando lavoro e benessere attraverso lavori che durarono ininterrottamente ben oltre la morte dello stesso Mattei e utilizzando i profitti derivati dalla scoperta dell’Elettromeopatia e dai rimedi farmacologici predisposti dal Conte Mattei, il quale – benché osteggiato dalla medicina ufficiale – riuscì a diffonderli in tutto il mondo.

Grazie al flusso ragguardevole di persone di alto rango e levatura che andavano e venivano dalla valle per affrontare il percorso di cura – tra questi, sembra, persino Ludovico III di Baviera, lo zar Alessandro II, Gioacchino Rossini, senza contare che i farmaci del Conte sono menzionati da Dostoevskji ne I Fratelli Karamàzov – anche il livello culturale poté accrescersi e a mano a mano aggiornarsi.

Ospiti del Castello e degli edifici a esso collegati che il Mattei aveva fatto costruire nei dintorni, i pazienti dovevano infatti condividere ambienti che ricreavano gli archetipi della bellezza attraverso ritmi e stili architettonici tra i più sofisticati – persino la ricostruzione di parte dell’Alhambra nel Cortile dei Leoni e degli archi della Cattedrale di Cordoba nella Cappella – svolgendovi un itinerario iniziatico, in modo che l’aspetto della salute fisica e quello della salute spirituale divenissero tutt’uno nel percorso di cura, integrandovi il nutrimento culturale senza soluzione di continuità.

Senza ben conoscere la storia del Conte leggendario, è impossibile intendere, profondamente, anche l’opera e la personalità – cresciuta e coltivata in un humus pervaso di fantastico – di Luigi Ontani, che per molti versi e soprattutto per l’incrocio fra stili e culture diverse ne può apparire, oggi, come una legittima continuazione.

Nessuna delle esperienze artistiche di Ontani, infatti, è mai stata disgiunta dalla sua vita, e dai luoghi attraversati, al contrario ogni suo incontro, riconoscimento o scoperta si è riflesso nella sua opera rendendo partecipe il pubblico di quanto è servito a darle la forma inimitabile – si pensi ai costanti richiami accumulati nel corso degli anni ai luoghi in questione: la performance tradotta in Super8 ispirata a Montovolo (1969); l’Ecce Homo (1970), il San Sebastiano nel bosco di Calenzano (1970), l’Ippomeneo e il San Giovannino omaggi a Guido Reni degli anni ’70; il Tappeto volante gregoriano d’après Carracci (1973) e il San Luca vergineo pittore da Guercino (1975); le foto ambientate nel giardino del villino Roma-Amor che fanno da cornice a tanti suoi lenticolari negli anni Duemila; la mostra interamente dedicata a Galileo Chini, di cui a Porretta Terme esiste nella Sala Bibita il celebre “grottino”, al Queen’s Museum di Bangkok (2003); le venti specie di alberi presenti nel territorio, incise sulle colonne che circondano la balconata del giardino di Riola, da scalpellini locali su progetto dell’artista; le ceramiche dedicate alle Nature Morte di Giorgio Morandi (2013-2015).

Indicando ogni volta le costellazioni culturali che animano il suo territorio di origine, intrecciandole con i viaggi in Oriente e nel resto d’Italia e d’Europa e utilizzando ogni volta maestranza locali, Luigi Ontani ha resuscitato una sorta di favola della storia dell’arte attraverso i luoghi e ha reso un immenso servizio alla propria Comunità trasmettendo l’importanza delle sue fonti, ovunque nel mondo.

Il percorso di vita e d’arte di Ontani è segnato da abitudini e comportamenti che vanno dalla scelta vegetariana allo studio ricercato, in ogni dettaglio, di una bellezza che si fa ogni volta tramite tra linguaggi e concezioni differenti. All’ispirazione o al ricorso a un “altrove” immaginato – Mattei, infatti, pur coltivando mille interessi e conoscenze, non viaggiava – e allo spostamento linguistico da lui praticato – vedi l’uso di materiali che ne simulano altri con cui chi osserva viene allertato della necessità di superare l’apparenza per attingere la conoscenza – Ontani ha aggiunto la consuetudine del viaggio che insediandolo in una dimensione di perenne mutevolezza e sospensione ha favorito di fatto la tessitura e la ricongiunzione delle molteplici diversità, passando attraverso il suo corpo nella realtà fisica o attraverso l’insistita reiterazione del proprio sembiante e simulacro, nella finzione e allusione artistica.

Per Ontani, l’origine della ricchezza di ogni simbolo sta negli archetipi. Il simbolo, infatti  – σύν “insieme” e βάλλω “gettare”, ovvero “mettere insieme” – è sempre il frutto di una paradossale convergenza di opposti, destinati a restare in sospensione; il giudizio di valore che imporrebbe la scelta fra l’uno o l’altro viene così interdetto a favore di una manifestazione, in cui si dispiega una verità e una legge superiore alle parti in causa, che, tuttavia, entrambe le contempla, incaricandosi di arricchirne il potere, proprio come fa l’ombra con la luce. Anche lo spirito del gioco, a cui Ontani – per tutti il Maestro – da sempre s’ispira, non fa eccezione, rifiutando di schierarsi per l’una o per l’altra condizione, ma istituendo come regola la “convenzione” su cui si fonda la consapevolezza di star giocando dei partecipanti, ossia di condividere un rito e un cerimoniale che sono parte della cultura. Il gioco, appunto, va oltre il puro fatto biologico e indica, rispetto all’animale, il diverso destino dell’uomo come produttore di gioco e di cultura, fattori destinati a essere trasmessi oltre la sua stessa vita e, in qualche modo, a eternarlo.

Ogni forma di cultura, religiosa, politica, economica o letteraria, che sia, si esprime attraverso simboli; in tanto vi è cultura, infatti, in quanto essa è in grado di rappresentarsi e, come avviene nel gioco, di mettere in campo proprie convenzioni e liturgie. Per questo, mi verrebbe da dire oggi, che chi ha sabotato, danneggiandola, la fontana e la porta di accesso al Salone del Museo – denominato, appunto, con un gioco linguistico, MuseOntani – ha soprattutto dimostrato di “non saper stare al gioco”, di non conoscere le regole che hanno a che fare con i simboli e che fanno parte del grande gioco della cultura.

La maggior autorità in fatto di gioco, Johan Huizinga, nel suo intramontabile Homo ludens (1938), mentre indica il gioco come fonte di ogni organizzazione sociale, sottolinea che il “baro” resta ancora dentro le regole del gioco, mentre il “guastafeste” rompe l’in-lusio, spezzando brutalmente ogni incanto.

La parola illusione, infatti, è la combinazione di in e di ludere, “giocare”.

Ciò a cui abbiamo assistito, allora, non è altro che la pesante intrusione di un “guastafeste” – supportato da altri “guastatori” – dopo che una memorabile festa inaugurale, accompagnata dal suono della banda locale, aveva coinvolto l’intero paese e tanti amici e persone dell’arte, convenuti da ogni parte d’Italia e del mondo, per partecipare a un evento tra i più significativi nel coronare l’impegno profuso da istituzioni e da privati. Si voleva, in sostanza, produrre la rottura di un incanto tutto culturale, lontano da ogni faziosità di parte, per riportare gli animi allo scontro elettorale, alla cecità d’interessi parziali di puro utilitarismo, lontano dalla dignità e consapevolezza del fondamento originario comune che attiene, invece, alla costruzione politica. La cultura, infatti, dove essa ha contribuito a forgiare tradizioni e concezioni – non dell’ultima ora, ma di lunga gittata – non è mai di una parte o dell’altra, ma patrimonio comune, fattore aggiunto che unifica e rappresenta la consapevolezza di valori e qualità che non tramontano a ogni giro di volta e per questo, non vengono rimessi in discussione a ogni occasione, bensì contribuiscono ad aggregare. Lo stesso colono non estirpa il nutrimento, ma va eliminando solo ciò che impedisce il suo assorbimento in profondità, per poi trasformarlo in cibo e in ricchezza produttiva. Cultura e coltura hanno nel latino colere, “coltivare”, non a caso, la stessa radice.

La passata amministrazione aveva individuato in Luigi Ontani – e giustamente – il perno intorno a cui far ruotare il movimento di svolta di una comunità alla ricerca dei propri principi identitari, dove fosse possibile tener insieme le diverse realtà e le origini ponendole in dialogo con altri mondi e culture, proprio risalendo al mito che è una delle forme simboliche per eccellenza.

Quale miglior opera si poteva proporre in un’area così ricca di acque e di varia vegetazione se non una Fontana, REN-VERGATELL-APPENNIN-MONTOVOLO ? Quale miglior rappresentazione si poteva dare dell’umor panico che serpeggia in tutta la valle, se non quella di un magnifico fauno, il Reno, umanizzato tuttavia dall’atto di “caricare sulle spalle” caratteristico dei fondatori – Enea con Anchise, S. Cristoforo con Gesù, quest’ultimo raffigurato anticamente con fattezze animalesche – il genio alato del Vergatello ? E quale miglior collocazione si poteva dare all’opera se non la sua prossimità a una stazione, crocevia di incontri dove accogliere con un forte, ma brioso richiamo simbolico, ogni visitatore convenuto a Vergato?

L’antico piazzale della Stazione – oggi piazza Giovanni XXIII – ospita in questo modo con spirito unitario, il religioso e il sacro, il pagano e il cristiano con la stessa lungimiranza manifestata da Giovanni XXIII nel Concilio Ecumenico Vaticano II al quale il cardinal Lercaro si appellò quando decise di affidare a un protestante la costruzione di una chiesa cattolica. E lo fa, oggi, in omaggio a quello spirito ludico che è anche estetico. Nel gioco, che per l’appunto è “relazione”, si esprime infatti il principio più saldo dell’estetica contemporanea. Chi ha visto nel serpente avvolto intorno all’uovo un simbolo diabolico, ha davvero volato raso terra. L’uovo rappresenta Montovolo – ossia per Ontani il Cosmo dei propri natali, cui ama far riferimento come al proprio sembiante in ogni opera – esattamente come in ogni religione è presente l’uovo-cosmico.

La modernità avendo sete di conoscenza ha dissepolto concezioni antichissime – dall’alchimia all’esoterismo toccando le iconografie più antiche ai quattro canti della terra – per poter rivelare la struttura polissemica di ogni simbolo, così come ha analizzato la scissione o fissione dell’atomo per produrre energia.

Il serpente che circonda il mondo – o Ouroboros – evoca in ognuna di quelle iconografie, con piccole varianti, il movimento ciclico del divenire, dove ciò che appare come uno, in effetti, è in perpetuo movimento –Ἓν τὸ πᾶν, ovverossia “L’Uno il Tutto”. Esso ha dunque significato propiziatorio di rinascita dopo ogni fine, come il costante rinnovarsi della pelle del serpente, che rappresenta anche la figura di Saturno o Κρόνος – figlio di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra) – signore dell’Agricoltura, di cui con la lunga falce taglia le messi. Quanto al seno da cui la figura in marmo bianco di Appennino distilla l’acqua, esso non è ambiguo, bensì complesso, vuole farci riflettere che sotto un appellativo maschile si nasconde pur sempre la materna, feconda, Madre Terra da cui nascono tutte le sorgenti e la vita. D’altronde la stessa forma che spezza-unisce-ricongiunge è presente nei titoli compendiari di ogni opera di Luigi Ontani.

Il ritorno all’unità superate le frantumazioni e le scissioni prodotte dall’avanguardia, nonché gli illusori “ritorni all’ordine” è stato, nella seconda metà del Novecento, la parola d’ordine dell’arte contemporanea. Lo stesso ritorno al mito praticato da Ontani, altro non è se non il recupero dell’origine unica e una di tutte le cose. Oltre a spiegare esteriormente, la letteratura di segni e simboli, sarebbe davvero necessario introdurre i giovani alla natura profonda dei simboli per allargare il loro vocabolario, ma soprattutto per abituarli a quella complessità cui attingere contro ogni semplificazione e rischio di superficialità. Prima di essere uno e inscindibile, ogni “in-dividuo” –  letteralmente, che “non si può dividere” – è parte di quella universale sostanza – o Sé – che gli consente di riconoscere nell’altro il suo simile e di poter comunicare profondamente attraverso le facoltà intuitive, proprio quelle che l’arte sa aprire a una dimensione straordinariamente estesa, includendovi lo stesso sentimento religioso. Per questo è davvero un paradosso, che richiamandosi alla variegata Sostanza del Tutto all’interno di una struttura che permane unitaria, l’opera di Ontani possa generare malintesi e scatenare divisioni e impulsi distruttivi, ma certo pur sempre riaffermanti il segno di elezione di quella complessità cui si accennava, alla quale non si deve pretendere che l’arte abiuri, se non si vuole fuorviarne e depotenziarne la magia e l’enigma che stimolano l’uomo a interrogarsi, per attingere, alla fine, conoscenza, gioia e bellezza.  Per questo all’arte come alla scienza, si deve essere educati come a un fecondo ausilio in grado di procurarci occhi limpidi e sgombri da ogni pregiudizio.          William Blake sul finire del XVIII secolo ha scritto:

“Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.

 Non resta che augurarsi che il sindaco in carica, consapevole del consistente cammino compiuto in questi anni – prima grazie all’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese, poi con la Città Metropolitana, in seguito con la raccolta di fondi da parte di privati, a dimostrazione di quanto quest’opera, che onora il territorio e la sua cittadinanza, sia stata voluta – un gesto a cui si aggiunge quello di donazione da parte dell’artista per una seconda volta dalla realizzazione delle vetrate – quando si tratterà di rimettere in funzione la fontana gravemente danneggiata sia nella struttura idraulica che nel nitore del suo marmo – sappia prendere le distanze da quanto è successo, riconfermando la fiducia a un progetto lungimirante che include la concessione di una magnifica Sala Museo all’artista, a parziale risarcimento della sua mancata realizzazione nel quadro del Castello della Rocchetta.

Il villino Roma-Amor, un tempo parte del Castello, acquistato negli Anni Ottanta da Ontani che ne ha fatto una sua privilegiata residenza – e insieme il Magnum Opus che in ogni momento egli arricchisce di nuove creature – susciterà un giorno flussi altrettanto significativi di quelli stimolati un tempo dall’attività terapeutica del geniale conte Mattei, aggiungendo altro pregio a quelli già menzionati. L’arte infatti, oltre a essere una forma di diletto sa elevare l’animo al pari di un’autentica terapia, pur non contemplando tale aspetto tra i suoi fini.

Luigi Ontani ha dimostrato che si può ritornare alle radici, sapendo integrare con intelligenza il passato e il futuro, il vicino e il lontano, tanto da poter coltivare a Vergato un sogno europeo. Il titolo di “maestro”, con cui anche gli amici lo apostrofano, non vale solo a elogiare la conoscenza della materia e la scienza delle tecniche di cui egli dispone, ma la sapienza del mondo e della vita in cui convivono l’ardore per l’arte e il sentimento etico. Questo, siamo sicuri, non potrà non essergli riconosciuto, là dove più profonda la sua identità incontra e intreccia il proprio corso con il luogo delle origini di cui con tanta autorevolezza egli incarna lo spirito.

 

Giovanna dalla Chiesa

Giovanna dalla Chiesa

Giovanna dalla Chiesa è storico e critico d'arte. Si è laureata in Storia dell'Arte con una tesi innovativa su Calder all' Università di Roma con G.C. Argan e
ha lavorato, in seguito, con Palma Bucarelli presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Vincitrice di una prestigiosa Borsa dell'American Council of Learned Societies nel 1976 è stata affiliata per un anno presso il M.O.M.A di New York,
dove ha arricchito le proprie conoscenze. In seguito, i suoi studi su de Chirico di cui è autorevole esperta, l'hanno condotta in svariati centri europei:
Parigi, Monaco di Baviera, Atene e Berlino. Ha curato importanti mostre monografiche in sedi pubbliche: Ca' Pesaro, Palazzo delle Esposizioni, Palazzo Pitti, Ala Napoleonica del Museo Correr, Accademia di Francia.
E' stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Roma. Ha collaborato con quotidiani e riviste come pubblicista indipendente
e curato mostre interdisciplinari e convegni come: Allo Sport l'Omaggio dell'Arte (Giffoni Valle Piana 2001), L'arte in Gioco (MACRO 2003), L'Età Nomade (Campo Boario 2005), Che cosa c'entra la morte ? (Aula Magna Liceo Artistico 2006, 3 Giornate si studio su Gino De Dominicis)

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