Il forum leghista – The deep forum. Conversazione con Fabio Cavallucci fondatore del Forum dell’arte contemporanea italiana Museo Pecci Prato

“È un fenomeno del nostro tempo, che all’improvviso gli uomini si interessino del concetto di creatività. È un interesse istintivo, che naturalmente quasi sempre non porta da nessuna parte, perché molti intendono per creatività tutte le cose possibili e immaginabili, tutto il ciarpame hobbistico, e naturalmente questo, anche dal lato economico, viene fagocitato dal sistema, compreso il cosiddetto tempo libero. Ossia, anziché libertà, si acquisisce tempo libero, e questo spazio libero – che non è spazio di libertà – viene trasformato economicamente in un colossale affare dal sistema capitalistico”.
(Joseph Beuys, Arte e politica.).

Ciaone Arte!

Eh sì, tutta l’anagraficamente giovane realtà curatoriale e artistica italiana coinvolta nella “Chiamata alle Arti” dal Forum dell’arte contemporanea italiana ha bucato. Dopo un mese e mezzo, lunedì 13 luglio è giunta la notizia che “è stato inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini il documento conclusivo del Forum dell’arte contemporanea italiana”.

Quale documento? E chi lo sa! Se si prova a leggerlo cliccando sopra l’indirizzo indicato nel comunicato spedito da Culturalia di Norma Waltmann, agenzia di comunicazione bolognese, questo è il risultato:

 

già nel documento di Prato 2015 si parlava di oltre 13 mila persone e, ora, non è dato sapere a quante migliaia di email sia stato spedito quel comunicato col collegamento sbagliato e dove manca, guarda caso, una “A”, portandoti nel vuoto; non si sa se prima di spedire l’email l’agenzia di comunicazione avrebbe dovuto controllare attentamente i collegamenti prima di inviarle ma, di fatto, poco importa leggere il documento la sintesi del comunicato è più che sufficiente.

Di fatto, peggio di un ministero artritico, la giovane artocrazia rampante si è dimostrata persino peggiore della vecchia partitocrazia nostrana. Partito tardi per dare risposte alla “situazione urgente e visioni per il futuro”, coinvolgendo:

  • oltre “250 esperti e addetti ai lavori. Da Manuel Borja-Villel, direttore del Museo Reina Sofia di Madrid, alla giurista Maria Rosaria Marella, dalla presidente del Comitato delle Fondazioni Arte Contemporanea Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, all’economista Christian Marazzi;
  • artisti, direttori di istituzioni, curatrici e curatori, critici d’arte, galleristi, giornalisti, collezionisti, ma anche legali, politici, amministratori, ricercatori e attivisti.

Attraversando decine di incontri, conferenze, blog, panel suddivisi in sei tavoli di lavoro, tenutisi in rete nel corso di tre settimane, e con tanto di sessione finale plenaria svoltasi sabato 30 maggio, il Forum dell’arte contemporanea italiana ce ne ha messe più di sei, di settimane, per elaborare le “risposte alla situazione urgente”.

E qui non tocchiamo il ridicolo, siamo pienamente dentro il ridicolo perché, scusate, ma se voi foste il Presidente Conte o il Ministro Franceschini, vedendovi arrivare a metà luglio le “risposte alla situazione urgente” cosa pensereste? Pensereste: “Ah beh allora non erano e non sono urgenti!”, è evidente. Ma c’è, se possibile, anche di più. La scelta del momento in cui spedire le risposte alla situazione urgente: alla vigilia di un Consiglio europeo straordinario il 17 e 18 luglio, straordinario e delicatissimo. Per carità! Come sostiene Cavallucci nella conversazione “l’artista italiano è un artista mondiale”, però Cacciari sostiene che proprio per questo è oggi insignificante. Ma chiedo: se è un artista “mondiale” perché non va a chiedere i soldi alle Nazioni Unite anziché chiederli a noi italiani, all’Unione europea?

Se il “Forum porta avanti anche una visione dell’arte come strumento di crescita sociale, legata a un’idea di welfare e di cura, vicina alle comunità, ai territori”: perché non manda il documento alle Regioni?

Ero contro il “genius loci” negli anni ’80, rispondendovi col mio primo saggio Arte e critica dalla crisi del Concettualismo alla fondazione della cultura europea, a maggior ragione ora dichiaro la mia più completa avversione al punto 3 del documento.

Perché? Perché dietro c’è la concretizzazione della secessione deviata. Portata avanti dalla Regioni ricche del Nord Italia contro quelle del Centro-Sud attraverso l’Autonomia Rafforzata. Lo disse chiaramente Salvini: la strada dritta alla Secessione è impossibile, dobbiamo optare per la strada curva.

Voglio essere chiarissimo nei confronti del Forum tutto: io ritengo che il Nord debba pagare i Danni del Dopoguerra al Sud!

Stiano bene attenti gli artisti, le gallerie, tutto il mondo dell’arte contemporanea del centro-sud italiano su questa pericolosissima posizione del Forum: sostenere che l’artista italiano non è italiano ma mondiale, che non è nemmeno europeo, però (ma pensa te!) è localizzato nel suo circondario, significa di fatto voler abbattere tutta la storia italiana degli ultimi 160 anni, abbattere l’idea stessa di Unità d’Italia, il percorso fondativo dell’Unione europea, per lasciare al Sud solo “gli occhi per piangere”!

Bene! Dopo avervi fatto scoprire il… – vogliamo dirlo alla provinciale? In anglocoloniale? E diciamolo! – il Deep Forum, il Forum salviniano e leghista, buona, approfondita spero (ne va della vostra “pelle”), lettura.

Giorgio Kadmo Pagano – Il Forum dell’Arte Contemporanea nasce con te al Museo di Prato giusto?

Fabio Cavallucci – Sì diciamo nel 2015, quando io diventai Direttore del Centro per l’arte contemporanea di Prato e mi resi conto che c’era bisogno in Italia di un momento di incontro comune. Tra l’altro quest’incontro, in passato avveniva: c’era una tradizione per esempio di incontri di carattere molto critico sull’arte, sulla storia dell’arte che avvenivano a Verrucchio, a San Marino… Di solito erano i famosi storici dell’arte, critici d’arte, Argan, Valsecchi che erano attivi in queste situazioni. Però erano molti anni che il mondo dell’arte non si ritrovava più insieme e allora decidemmo di avviare questa sperimentazione, Forum, e fu un ottimo successo credo perché organizzammo più di 40 Tavoli di lavoro, quindi 40 temi diversi, c’erano almeno quattro cinquecento persone: artisti, curatori, direttori, coinvolti.

Questo momento se vogliamo è un po’ rimasto nella piccola storia dell’arte italiana anche perché tra le varie ipotesi che si sono sviluppate ce ne fu una, che fu l’idea (devo dire che non è un’idea geniale, non è un’idea assolutamente innovativa, ma in Italia questa cosa non c’era)  di costituire un’organizzazione per sostenere e per produrre l’arte italiana. C’è in quasi tutti i paesi, c’era allora in quasi tutti i paesi sviluppati d’Europa perlomeno.

G. K. P. – Gli scenari in realtà rispetto a quel 2015 sono completamente cambiati.

Dal 2016 c’è un completo ribaltamento di quelle che sono anche delle posizioni storiche, nel senso che ad esempio la Gran Bretagna decide di staccarsi totalmente per tentare una sua via della globalizzazione, nel senso che vuole costituirsi in quanto nuovo Impero britannico in senso più lato e, da questo punto di vista, aiutato anche dall’espansionismo della lingua inglese, e favorito peraltro in questi decenni dal forte peso imperialistico degli Stati Uniti. Però ecco, a proposito di Stati Uniti, anche lì si ha un ribaltamento: con l’avvento di Trump c’è il ribadire che debba esistere un’unica superpotenza e quella sono gli Stati Uniti e non può essercene nessun’altra. Tant’è che poi iniziano tutte le varie, chiamiamole scaramucce – ma in realtà solo cose abbastanza serie – per cui c’è attacco contro il 5G cinese, c’è sempre questo farneticamento di spionaggio, là dove – quello che è uscito negli ultimi anni – è che era la NSA che ci spiava. Spiava addirittura il telefonino della Merkel, dei vari presidenti del consiglio. Dall’ambasciata americana spiavano direttamente il parlamento francese a Parigi, e poi ci sono tutti i vari dispacci che conosciamo di Wikileaks e poi l’ultima fase diciamo di conoscenze un po’ drammatiche, relative a chi sono questi “amici”, e sono quelle di Snowden.

Diciamo che c’è un ribaltamento che ci costringe a ripensarci. A ripensare anche il gioco italiano. Pperaltro poi voi continuate, questi appuntamenti si ripetono quasi ogni anno,  e nel 2016 riuscite a farne addirittura due di incontri. Lì però, nella parte finale, criticate la posizione dell’Italia, perché il governo sostanzialmente vi fa sapere, allora – se non ricordo male c’era sempre Franceschini -, che  su imitazione più o meno del British Council ha fatto l’Italian Council, che in realtà è  più un programma non certo dotato di fondi molto forti e potenti quali ha il British Council. Cosa che, però,  voi sostanzialmente accettate: in questo atto finale 2016, infatti, vi congratulate con il Mministero. Sostanzialmente, quindi, ritenete che comunque questa sia una posizione da riprendere, cosa che cercherete di fare anche con questo ultimo appuntamento del 2020. Poi c’è  il Forum del 2018 dove ci sono gli artisti che hanno una parte un po’ più preponderante del solito, dei precedenti.

F. C. – Ci eravamo accorti che forse gli artisti erano stati un po’ tralasciati, c’erano più curatori che prendevano parte ai Tavoli, un po’ meno artisti. Ci sono sempre stati ma… Quindi si decise…

G. K. P. – Però diciamo che questa volta non a caso l’avete chiamato La parola gli artisti!

F. C. – Sì certo.

G. K. P. – In questo senso siete stati emblematici. Però in questa cosa che si chiude a novembre 2018, alla fine forse non siete stati molto contenti della parola degli artisti perché poi gli atti alla fine li avete resi pubblici giusto a maggio di quest’anno. Forse non vi hanno tanto accontentato nelle vostre aspettative, no?

F. C. – Non è questo, no certamente. I tempi li ha visti molto bene, sono questi che lei ha raccontato. Diciamo che c’è stato questo. Allora tornando un attimo a questo famoso Italian Council che viene annunciato nel 2016 nel momento in cui c’è un altro Forum a Prato e quindi… Anzi un Forum che aveva elaborato nel frattempo un documento estremamente approfondito, c’erano state persone esperte che non soltanto avevano lavorato prima ai Tavoli, ma avevano veramente indagato tutta una serie di tematiche anche molto specialistiche come le questioni legate all’Iva, le questioni legate alla tassazione per quanto riguarda le gallerie, i confronti con altri paesi europei… un documento veramente dettagliato!

Fummo presi ammettiamolo un po’ di contropiede dall’annuncio lo stesso giorno da parte del Ministero, che il Ministero stava aprendo, avrebbe fatto quello giorno l’Italian Council.

Va be’ lì ci sta diciamo ci sta un po’ in gioco chi l’ha inventato chi l’ha fatto… Noi siamo convinti che l’idea sia venuta dal Forum per una ragione molto semplice perché io stesso incontrai Franceschini un mese dopo al Forum e ricordo che Franceschini ammetteva di non conoscere questi meccanismi, cioè tipo Pro Helvetia e cose di questo tipo.

Però le parole passano, le cose vengono comunicate in tanti modi, non è detto che il fatto che noi poi non abbiamo mai mostrato realmente al Ministero un Documento questo Documento non sia passato, l’informazione non sia arrivata. Diciamo a quel punto il Ministero si sente giustamente così autonomo e autorizzato a sviluppare questo organismo, che è l’Italian Council e, nell’arco di alcuni mesi lo crea. Io devo dire grazie a Franceschini, devo riconoscere che gli ultimi anni è stato il grande, il più bravo ministro della cultura perché almeno alcune cose importanti le ha fatte, l’ultima anche l’Art Bonus.

Detto questo, è chiaro che, come succede spesso in Italia, c’è una burocrazia, ci sono dei sistemi, vanno trovate delle soluzioni talvolta anche così poco lineari, ed Italian Council nasce in una modalità un po’ particolare: con fondi che vengono dati per la realizzazione di opere.

Che è giusto in fondo produrre opere, per carità, ma una volta che lo Stato produce deve anche possedere!

Quindi il meccanismo non è tanto promuovere l’arte, magari anche in forme immateriali perché pensiamo che oggi, sia chiaro, può essere anche performance, può essere anche un’attività del tutto immateriale, alla fine comunque sia, quest’arte ha bisogno di produrre degli oggetti, delle cose che debbano entrare di proprietà, debbano diventare proprietà di un museo perché in qualche modo lo Stato deve mantenere la proprietà di ciò che produce, dei soldi che investe in questa produzione. Quindi diciamo c’è un piccolo vincolo, ma questo diciamo è tutto sommato ancora un aspetto limitato.

In realtà nel frattempo però dal 2016 al 2018 a Bologna non è soltanto La parola agli artisti. Nel frattempo secondo me sono cambiate parecchie cose, almeno io ho visto come un cambiamento abbastanza profondo, cioè ho verificato che, proprio a Bologna, nelle parole degli artisti (il ritardo nella pubblicazione degli Atti non è colpa degli artisti, è colpa del board, è colpa nostra, sa alla fine siamo tutti volontari, non è che queste cose vengono fatte sempre con la stessa… soprattutto nel momento in cui non c’è un’urgenza, non vengono fatte con quella metodicità che consentirebbe poi di fare le cose ovviamente sempre in tempo, eccetera). Però lì ricordo di avere sentito da parte degli artisti levarsi una voce quasi di richiesta d’aiuto. Cioè eravamo già in una situazione in cui l’artista italiano che finora in qualche modo era riuscito a vivere, era riuscito a trovare delle forme di sostentamento, che fosse l’insegnamento, che fosse la famiglia, che fossero tante modalità… In quel momento l’artista italiano cominciava già ad avere difficoltà serie, vere. Per due ragioni: uno perché da una parte sembrava che l’unico sistema che funzionava ancora, almeno in parte, costringeva, costringe a realizzare soltanto degli oggetti che poi sono vendibili, e questo se ci pensiamo è un limite. L’arte oggi in un mondo totalmente virtuale immateriale può essere fatta di virtualità pura, può essere pura esperienza che magari non ha la possibilità o la necessità di diventare un oggetto. Invece il sistema tende ovviamente a renderla oggetto per poterla poi immetterla in un sistema di mercato, e queste diciamo è un aspetto concettuale ma, dall’altra parte, anche questa chiamata profonda, questa richiesta forte che veniva per una possibilità di sostentamento, che cominciava ad entrare in crisi. La stessa cosa si percepiva sempre di più da parte dei musei: i musei d’arte contemporanea italiani non erano già nel ‘18 confrontabili sul piano della possibilità di programmazione con nessun paese europeo che abbia una minima… Guardi io in questo momento sto parlando dalla Polonia, voglio dire se andiamo a vedere i budget dei musei polacchi rispetto ai musei italiani d’arte contemporanea, ma non c’è confronto, non c’è confronto! Siamo su un altro pianeta.

Quindi ci si rendeva conto che non ci si poteva più fare, se non con un intervento forte dello Stato. Nel frattempo ora arriva questa pandemia, che non riguarda chiaramente soltanto il mondo dell’arte, ma il rischio vero, il dramma possibile, è che in una situazione già critica di tutto questo sistema è che, ora, questo sistema possa veramente essere spazzato via.

G. K. P. – Un attimo, cerchiamo di avere uno scenario un po’ più ampio. Partiamo dall’ultimo momento di gloria che è riuscito a valorizzare l’arte italiana nel mondo, che stato la Transavanguardia, fine anni 80 inizi primissimi anni 90: c’è da dire che nel ‘91 l’Italia è la quarta potenza del mondo, mentre oggi sta scivolando inesorabilmente addirittura oltre l’ottavo posto. Se l’artista non è apprezzato, non chiediamoci solo se abbia, come ha, dei problemi di sopravvivenza ma che, probabilmente, non è riuscito lui a costruire una cultura con la C maiuscola in grado di trascinare il resto.

Non è un caso insomma che, oggi come oggi, noi continuiamo ad avere come riferimento il lavoro di Beuys rispetto ad una visione più globale, certamente anche di ricostruzione di un tessuto europeo. E non a caso allora il parallelo era Warhol perché, giustamente, rappresentava il tipico, e forse il più evangelico in questo senso, rappresentante del sistema capitalistico americano. Il nostro problema era negli anni ‘70 ma continua ancor oggi, addirittura nel 2020, quindi a quarant’anni, cinquant’anni dopo, ed è ancora quello di una società che non funziona.  Non funziona in Italia innanzitutto, ma che non funziona nemmeno in Europa!

Allora la mia visione è meno interessata alla storia personale dell’artista o alle vicissitudini personali dell’artista ma alle vicissitudini dell’arte. Nel senso che è evidente che se l’artista non riesce ad interessare la società e il problema è sì vitale – per intenderci: riguarda  la sopravvivenza  dell’artista – è anche evidente un problema di cultura che lui stesso non riesce ad affermare.

Il fatto che in trent’anni l’Italia scivoli oltre l’ottavo posto, come detto, è chiaro che ciò è un problema economico che si pone per l’Italia. Ho visto che alcuni Tavoli previsti dal Forum sono quasi di tipo sindacale, col continuare a vedere l’artista come bisognoso di “cure”; con uno Stato che abbia una visione assistenzialistica anche sull’artista si rischia di compromettere in modo sostanziale anche l’idea di Arte. Tant’è che poi, alla fine, la politica oggi non riesce comunque ad emanciparsi.

Ricordo benissimo la teorizzazione di Achille Bonito Oliva della Transavanguardia – se la ricorderà anche lei penso – vale a dire : c’è il crollo delle ideologie, la società non sa più dove andare, non rimane che ritornare agli strumenti primi dell’essere pittore, quindi la pittura, il quadro, la dimensione locale, il genius loci indigeno; grazie a quest’operazione l’Italia riesce a riconquistarsi una leadership a livello internazionale, però, di fatto noi ci troviamo in una situazione dove da trent’anni, al di là di quella che è stata la Transavanguardia, non ci sono artisti o non ci sono stati artisti che, oltre a proporre la propria personale vicissitudine, abbiano potuto porre un Disegno che fosse vincente o quantomeno altro, e comunque all’altezza di quello che poteva essere, per dire, anche persino quello di Beuys con l’idea dell’Eurasia, eccetera eccetera.

Quindi diciamo che gli artisti alla fine in un qualche modo mi sembra si riducano al “cappello in mano” nei confronti della politica, laddove però anche la politica è un po’ col cappello in mano rispetto, ad esempio, alla dimensione europea.

F. C. – Lei ha ragione quando sottolinea questa incapacità del mondo dell’arte, del sistema dell’arte di essere vincente. Di ottenere dei risultati. Però sa è sempre un problema che si può vedere da due parti: da una parte è chiaro che siamo in un momento, in una fase storica – lei mi parla della Transavanguardia – ci sono stati gli anni ‘90, abbiamo avuto alcuni artisti importanti, giustamente magari singoli casi come Maurizio Cattelan più che movimenti, ma forse non è più veramente il tempo dei movimenti

G. K. P. – Però Cateltan non aveva alcun disegno sociale.

F. C. – No, no. Certo, certo.

G.  K. P.- Quindi non va a coprire quello che è un vulnus storico in Italia. Non c’è un disegno che va a coprire quella dimensione e, quindi, nel momento in cui si ha una società alla deriva… Francamente ho visto anche il comunicato della Federica Galloni, dove parlava di quest’idea della dell’Italian Council come nome provvisorio, che però è rimasto quello. E quel nome è già una debolezza: gli si dà un nome inglese. C’è già una debolezza culturale se tu non affermi la tua cultura italiana (sappiamo che nel ‘600 tutte le corti d’Europa parlavano italiano), significa che stai subendo una sconfitta e non hai alcuna voglia, tra l’altro, di venirne fuori. Tant’è che non affermi nemmeno la tua identità storica che, peraltro, non è certamente da buttare, c’è comunque il più grande poeta e letterato italiano Dante Alighieri mentre Shakespeare arriva 3 secoli dopo. Senza contare che potremmo parlare del nostro italiano come continuità dell’italiano antico, il latino.

C’è una dimensione culturale enorme, forse questo anche scombussola un po’ gli artisti che non riescono a venire a capo da questa situazione, però ecco anche questo, il provvisorio alla fine proveniente dal Ministero è diventato definitivo, per cui anche questo nome dell’Italian Council è rimasto a tutt’oggi.

Notavo, ad esempio, che su tutti questi Tavoli non c’è per niente la dimensione europea, a tutt’oggi cerchiamo di andare in Europa e di avere la costruzione europea che è iniziata nel ’51, ma della quale né gli artisti né la critica si interessano. Come se vivessero in un Italia isolana, con questo grande gigante angloamericano, adesso più americano che anglo ma, insomma, è un po’ come una zattera alla deriva… Non riescono a capacitarsi. Mentre nel governo il Primo Ministro strappa finalmente questi fondi per la per la ripresa che non sono pochissimi, si parla di 80 miliardi, dall’altra parte c’è un Tavolo che discute di arte, là dove l’Italia addirittura c’è come fondatore dell’Unione europea nel ‘51 che, invece, non discute di questa dimensione.

Se lei va in qualsiasi edificio pubblico troverà due bandiere quella italiana e quella europea; nei vostri Tavoli, sì ci sono dei fiumi carsici, ma non c’è un tavolo dedicato a questo su sei. Non vi  ponete affatto il problema di una cultura europea.

F. C. – Non è che non ci si ponga il problema di una cultura europea, perché gli artisti, i curatori, si pongono quello di una cultura mondiale. Anzi l’arte è forse l’unica delle forme espressive umane che, proprio perché non usa un linguaggio nazionale ma usa un linguaggio altro, espressivo, chiaramente attraversa tutti gli Stati, attraversa tutti i paesi, tutte le lingue.

Quindi l’arte in realtà è già internazionale, anzi paradossalmente si fa quasi fatica, ciascuno di noi sente anche un poco come costrittivo, come faticoso dover ancora parlare di forme dell’arte contemporanea italiana. Non è che noi lo facciamo perché vogliamo dire “Italia prima”, perché siamo diversi dal resto d’Europa.

G. K. P. – Però chiedete i soldi all’Italia. Allora, voglio dire, andate a chiederli a qualcun altro!

F. C. – Evidentemente non è chiedere soltanto soldi. Questo Forum on-line nasce perché c’è una pandemia e ci siamo trovati soverchiati da questa situazione, quindi è chiaro che ci sono tante questioni che vanno affrontate; ha ragione lei, senza dubbio una di queste è il rapporto con l’Europa, il rapporto con il mondo ma, in questo momento, dobbiamo affrontare anche il problema banale di sopravvivenza. Perché è inutile discutere dell’Europa se poi la nostra sopravvivenza – non la nostra, ma la sopravvivenza di quella che lei appunto ha definito questo sistema dell’arte – la sopravvivenza dell’arte, ce la può garantire soltanto in questo momento l’Italia.

Perché è lì che ancora non siamo stati in grado – qui è limite nostro, per carità, lo riconosciamo -, di far passare un messaggio forte per far capire non che stiamo chiedendo chissà che cosa, ma che l’arte, forse, potrebbe così come il resto della cultura, essere anche uno strumento di innovazione, se sostenuto. È vero che il mondo dell’arte italiano in qualche modo manifesta anche dei limiti, però ci sono, come dire, modi e modi.

Da una parte – è verissimo, come dice –  probabilmente noi, cioè il sistema dell’arte italiano, non è ancora stato in grado (se no ci sarebbe stata una risposta!) di far capire al mondo politico, alla società nella sua interezza, qual è l’importanza dell’arte anche per un rinnovamento della società stessa; dall’altra però è anche vero che se qualcosa arriva, se c’è un sostegno, è più facile. I musei italiani si trovano a dovere fare mostre, iniziative e progetti, a produrre opere con… noccioline, e non è possibile propseguire in questo modo.

G. K. P. – Quello che vedo comunque è un grande sperpero in ogni caso anche di danaro pubblico: vedo musei d’arte contemporanea che sono diventati quasi dei circhi, nel senso che fanno tutto e il contrario di tutto. Basta vedere anche l’attività del MAXXI – ho fatto una lunghissima intervista con Hou Hanru – e comunque anche lì vedo che in ogni caso non si hanno proprio le idee chiare.

Lei ha messo a fuoco secondo me due o tre cose, prima la questione dell’internazionalità dell’arte. Sicuramente lei non l’avrà vista, ma il 10 aprile ho pubblicato qui su art a part of cult(ure), un articolo che si chiamava “Covid 19 non destino ma l’arte della destinazione” dove, sostanzialmente dicevo: noi siamo talmente caduti in basso per cui oggi puntare unicamente sul fronte della sussistenza anche del mondo della cultura (e con questo dico “anche” dal momento che ci muoviamo su un debito pubblico che è già al 135% e che potrebbe arrivare al 165-170%); questo significa che le giovanissime generazioni avranno un fardello sulle loro spalle inimmaginabile, che non potranno assolutamente sopportare. Sostenevo che non è questa la metodologia, non bisogna mettersi nell’idea, come dire, di andare a “batter cassa”, ma di capire su quali nuove idee guida si potesse rimettere in marcia il treno; se l’Italia, ad esempio, fosse in grado, o potesse essere in grado, di gestire una leadership sull’arte contemporanea italiana, in questo senso chiaramente mondiale, ci dovrebbe essere solo una cosa in questo momento in Italia: l’Arte della Decolonizzazione. Questa sarebbe una cosa vincente perché ne ha bisogno l’arte, ne ha bisogno il governo, ne ha bisogno l’Europa.

F.C. – Mah, guardi che c’è addirittura un Tavolo proprio di questo Forum ed è intitolato Dalla città creativa alla città della cura che tocca anche questi temi, anzi ha già sviluppato in questi giorni (perché, insomma, il Forum è avviato dall’inizio di maggio, è partito con una serie di incontri che poi si concluderanno con una plenaria il 30 maggio), ma ha toccato a lungo e approfonditamente, per esempio, il tema della decolonizzazione, e sono temi assolutamente sentiti dal mondo dell’arte italiana. Questo però non vuole dire che, allo stesso tempo, non si possano fare anche delle richieste se vogliamo più pragmatiche, che anche possano servire ad aiutare a sviluppare una visione diversa, che poi non può crescere se non ha dei sostegni, se non ha delle forme di sostegno.

Il vero problema dell’Italia deriva dalla televisione berlusconiana che ormai sono trent’anni che ha portato tutti a ragionare, a ragionare forse una parola addirittura eccessiva, a vedere il mondo con una superficialità assoluta: questa è l’Italia!

G. K. P. – Però, passando appunto alla televisione, ad un certo punto della vita mi sono accorto che nessuno aveva studiato, anzi addirittura non esisteva – ma non esiste nemmeno oggi – in Italia, in nessuna Università una Cattedra di Economia Linguistica, che studia quanto perde e quanto guadagna chi prende e utilizza una determinata lingua straniera, ad esempio quanto costa a noi l’autocolonizzazione inglese e quanto ci guadagna la Gran Bretagna dal fatto che loro non insegnano nessuna lingua straniera. Questo per tornare però di nuovo alla televisione, io feci dell’ambito dell’Economia Linguistica una ricerca nel 2014 dove presi in esame tutte le televisioni, non solo quelle di Berlusconi, dalla quale risultò che sia la Rai che tutte le televisioni private, in prima serata mandavano il 70% di cinematografia americana, il 18% di cinematografia italiana e il 12% europea e del resto del mondo. Quindi io credo che la questione Berlusconi non si ponga nell’ambito del merito. Poi lasciamo stare chi è Berlusconi, in questa fase parliamo della questione culturale: io invece continuo a dire che la colpa è degli artisti, degli artisti e del mondo che hanno attorno.

Io ricordo di quando mi sono formato: già nel ‘75-76 ero a Radio Radicale e avevo inventato una trasmissione “Lo specchio degli enigmi” dove chiamavo Gianni Kounellis, Antonio Passa, non so se lo ricorda…: da questo punto di vista, c’era un dialogo continuo con gli artisti e proprio loro, gli artisti, formavano gli artisti.

Con la Transavanguardia è vero che si è rotto qualcosa: innanzitutto si è rotto questo meccanismo. Quindi, gli artisti tra di loro non parlano più, ma anche tra i critici sostanzialmente non è che ci si parli granché e, di fatto,  è questa bussola dell’arte contemporanea in Italia che è andata persa. Però nessuno, anche nel Cinema, ha posto la questione: scusate perché trasmettete ogni sera e ogni anno il 70% di cinematografia americana? Allora è lì il problema! È appunto  la colonizzazione, l’occupazione, direi: non è che c’è bisogno del militare presente per riconoscerla (a parte il fatto che abbiamo 110 basi militari americane, a prescindere); è qui, sono qui, ogni sera, con il 70% di uomini e donne e vite americane che entrano nelle nostre case, nei nostri salotti, nelle camere da letto, sono storie e vicende che riguardano un Paese oltre Oceano e non riguardano nemmeno la nostra storia.

Allora la questione che lei pone, in una chiave secondo me astratta oggi come oggi, vale a dire che esiste l’artista ed esiste l’ambito internazionale, beh, questa chiave è, secondo me, vetero-storica, perché non è così. Oggi l’italiano, l’artista italiano, deve capire qual è la sua responsabilità, deve capire che Yale ha abolito lo studio dell’arte del Rinascimento italiano!

F. C. – Guardi non so, chiaramente ognuno resta un po’ della sua idea. Io non sento da una parte questa necessità di essere italiani a tutti costi, in un mondo in cui poi chi veramente… Che cosa veramente cambia le cose del mondo sono, in fondo, le situazioni tecnologiche, sono le grandi tecnologie. Certo molte di queste sono americane, altre magari cinesi, altre magari… etc., comunque di solito trasversali, perché ciò che troviamo in Cina lo troviamo anche in America, lo troviamo anche in Europa. Quindi non so se è il momento di discutere veramente di un ritrovamento di un’italianità che, per carità si potrebbe anche trovare, potrebbe anche forse essere una delle ragioni dell’arte, però non sono convinto che stia intanto al Forum discutere di questo, perché sta agli artisti, sta ai curatori. Qui stiamo discutendo… diciamo il Forum è un’organizzazione, un sistema, che cerca di discutere gli aspetti organizzativi del sistema dell’arte, anche se in tanti casi ovviamente affronta anche delle questioni tematiche, soprattutto per cercare di vedere un’arte in una modalità nuova. Le citavo prima il fatto di questa smaterializzazione, di andare verso istanze che sono molto diverse da quelle considerate finora anche dal sistema di mercato. Quindi non è che siamo per tenere il mercato com’è, siamo per guardare a un mondo dell’arte in prospettiva e, ovviamente, per trovare anche delle soluzioni nell’immediato. Perché se non si trovano soluzioni immediate non ci sarà discussione per il domani.

Poi sul fatto che in questo momento l’arte italiana conti poco nel mondo, certo – torno a dire – molto dipende da una parte da una debolezza della politica italiana, evidentemente, dall’altra anche dalla mancanza di sostegno e di riconoscimento. Perché se si investe in un settore, se si investe nella ricerca scientifica, vogliamo scommettere che l’Italia scopre… che so… il vaccino contro il Coronavirus, o scopre il bosone di X  o delle cose importanti nell’ambito scientifico. Se si investe succede. Non credo che geneticamente gli italiani siano diventati cretini.

G. K. P. –  No, no, però si diventa cretini. Nel momento in cui c’è l’autocolonizzazione, si diventa cretini. Le faccio un esempio proprio nell’ambito universitario: lei conosce la funzione dell’Impact Factor, che cos’è l’Impact Factor nella ricerca?

F. C. – No…

G. K. P. – Allora, diciamolo in italiano: il Fattore d’Impatto; è legato sostanzialmente al punteggio che si ottiene per quanto riguarda i finanziamenti della ricerca. Cosa succede? Succede che questo meccanismo è legato soprattutto alle pubblicazioni, dipende dagli articoli scientifici, dipende da quelli che anche io ho prodotto, ad esempio, dipende da… e così via. Ora però cosa succede? Succede che quando viene immesso questo sistema, la banca dati che viene scelta non è una banca dati europea bensì americana e peraltro privata [l’azienda statunitense Thompson Scientific] [1]. Ovviamente la banca dati privata americana cosa indicizzava? Indicizzava tutte quelle che sono le riviste in inglese e quindi noi lì siamo arrivati a una dimensione dove, chiaramente, se tu non pubblichi in una rivista inglese logicamente non hai punteggio e la rivista italiana non è adeguatamente indicizzata.

Io non ho visto allora, neanche lì nell’ambito della ricerca, persone [tranne, tra i pochissimi, Tullio Gregory -Radio Radicale l’11 marzo 2012] dire:

scusate ma a livello europeo noi siamo la terza lingua più parlata, da oltre 60 milioni di oggi, e l’inglese è una lingua avversaria, non è più lingua comunitaria. 67 milioni d’inglesi se ne sono andati dall’Europa mentre noi continuiamo a facilitarli, nel senso che loro continuano a non insegnare alcuna lingua straniera e quindi risparmiano 18 miliardi di euro l’anno e noi spendiamo 50 miliardi perché a noi tutto il sistema di insegnamento, obbligatorio tra l’altro, della lingua inglese costa circa 900 Euro a testa l’anno!

Quindi è evidente che, su questo fronte, andare a finanziare la ricerca, nel momento in cui uno non mette capo ed ordine in un sistema che deve avere la sua gabbia – nel senso che ci devono essere dei riferimenti – è follia; a mio avviso gli interessi dell’artista italiano devono essere, al di là che si dica italiano o non italiano, privilegiati.

Fare anche solo due chilometri, dal Colosseo a Via della Conciliazione ti fa capire che abbiamo tutti noi duemila anni di cultura architettonica come radici! Quindi io non credo che ci sia qualcuno nel mondo che possa vantare una responsabilità e quindi anche la capacità creativa quanto un italiano. Certo, poi è evidente che se non penso più in italiano ma penso in un’altra lingua èlogico che mi perda anche quella caratteristica. E’ anche questo il motivo per cui l’Italia sta perdendo colpi.

Aggiungo che gli  artisti italiani perdono sempre più colpi pure perché non pensano a quella che è unastruttura, che è anche architettonica.

Bisogna pensare, come dire, a un edificio, in grande: non è che c’è la cantina e poi c’è il mondo! No, noi abbiamo un edificio dove c’è l’Italia, dove giustamente voi dite, con il Secondo tavolo che mi sembrava importante; c’è l’Italian Council, eccetera eccetera… Insomma: riorganizziamoci.

Consideriamo che per un americano la sua gabbia – strurura di riferimenti, cultura, interessi etc. – è molto chiara: l’America e anzitutto l’America! L’italiano non sa nemmeno più dove sta, chi è, non sa deve fare l’imitazione dei film americani, non sa se si deve inventare dei supereroi, guardare sempre fuori… Ma la gabbia è, invece, molto precisa:

  • tu sei un italiano quindi il tuo primo cerchio è l’Italia;
  • il tuo secondo cerchio è l’area dei paesiEeuro;
    il terzo è quello dei paesi europei dell’area non Ero;
  • il quarto è l’Europa;
  • il resto del mondo è l’ultimo cerchio.

Ad esempio, ciò che mi chiedo oggi, e che l’artista dovrebbe chiedersi è: io dove sto? Dov’è l’Europa? Dov’è la Google europea?

Su alcuni dati di tecnologia i cinesi sono terribilmente più avanzati rispetto a quelli americani. I cinesi sono astuti, sono intelligenti, sono stati certamente molto più intelligenti di noi. Il social-capitalismo – chiamiamolo così – cinese, da questo punto di vista lo dimostra; e rendiamoci conto che comunque sono un miliardo in più rispetto agli statunitensi.

Se l’artista non capisce che quello che è andato avanti finora è assurdo, controproducente, è grave; lo è se non capisce che la sua posizione non si è rafforzata economicamente non perché l’Italia non avrebbe mai potuto peraltro rafforzarsi in questa dimensione, ma soprattutto perché il Consiglio Europeo dell’area dell’Euro  – che è la moneta che l’artista italiano ha in tasca e che condivide con quello francese, olandese e via dicendo -, quella moneta lì è data da un sistema che non vede mai la riunione del Consiglio Europeo in chiave dei Paesi Euro, ma vede sempre un Consiglio Europeo allargato. Per questo l’Europa è ferma!

Noi siamo carne da macello, utenti consumatori della Google americana, utenti e consumatori della Facebook americana e via dicendo. Se l’artista non capisce questo, non va da nessuna parte. Non gli rimane che il “cappello in mano”. Non viene dall’arte né dai curatori né da nessuno la comprensione del fatto che se non c’è una Google europea in realtà tutti i nostri dati… Insomma gli europei sono mezzo miliardo!

Allora se l’artista non riesce a concepire questo come il suo  portato, il suo orizzonte sociale è evidente: per chi la fa questa cultura?! Non si capisce per chi la fa, perché non aiuta l’Europa a svincolarsi da questa dimensione, non aiuta l’Italia a diventare… Ad acquisire una leadership all’interno dell’Europa.

Ma lei conosce il paradosso che, addirittura, c’è la Romania nella Francofonia? La Francofonia è un altro sistema dove ci sono molti fondi, ne abbiamo citati tanti legati ad altri paesi ma, la Francofonia, è molto più allargata, comporta anche rapporti con le ex colonie… La follia è che c’è la Romania dentro la Francofonia, che ovviamente ha possibilità di fare progetti, di acquisire fondi, e noi che abbiamo tre regioni confinanti con la Francia, che chiamiamo i Francesi “nostri cugini”, non siamo dentro la Francofonia!

Questo è un problema culturale per me. Non un problema è che si deve porre Giuseppe Conte, questo è un problema di debolezza, di follia dell’artista, dell’uomo di cultura italiana, dell’intellettuale italiano, che non ha ancora capito dove sta e che pensa che il suo orizzonte sia tra il suo studio e il mondo, che però non è il mondo, e non è la globalizzazione: è l’anglobalizzazione. Già: il vero, grande nazionalismo è quello americano, perchè non c’è nazionalismo in Italia, nel modo più assoluto! Certo, c’è una grande tradizione culturale alla quale possiamo fare riferimento. In quella sì che c’è una dimensione chiaramente nazionale che possiamo rivendicare. Però, se nessuno protesta in Italia nel momento in cui la potente Università di  Yale elimina l’insegnamento del Rinascimento, di che nazionalismo italiano parliamo? Di chee orgoglio? Di che sensatezza? Io penso che dovevano protestare prima di tutti i Direttori dei musei, gli artisti, i critici. Ma nessuno dice niente!

F. C. – Il problema che lei pone è che l’arte italiana o il sistema dell’arte italiana, gli operatori italiani, non sono abbastanza attenti alla dimensione politica. Poi lei lo interpreta nella questione europea, ma questo è punto di vista, io stesso sarei anche, diciamo, molto vicino ad un’idea di Europa, sostenere un’idea di Europa. Ma non è che possiamo chiedere a tutti gli artisti, a tutti gli operatori di essere europeisti o di pensare all’Europa, alla questione politica come questione europea nei confronti della Cina o di altri paesi! Nel senso che l’artista, il mondo dell’arte, percepisce una tensione politica fortissima (per tornare anche al Forum, lo percepiamo anche dai tavoli); c’è una tensione sociale fortissima che, secondo me, scavalca addirittura queste problematiche che, è vero che in questo momento possono anche essere importanti e forse ha perfettamente ragione lo sono, ma magari, da un altro punto di vista, in un futuro forse non così lontano, magari saranno altre le problematiche che dobbiamo affrontare. In fondo l’idea di globalizzazione – il virus ce lo mostra – non è più la differenza tra Europa, Cina, Stati Uniti. Siamo tutti ormai nella stessa situazione globale e affrontiamo gli stessi problemi, semmai non lo stiamo ancora facendo in un modo globale ma, torno a dire, questa forte attenzione alla questione politica, alla questione sociale, è estremamente presente in questo momento. Ci sono dei tavoli che stanno discutendo in modalità se vogliamo filosofica anche, di come in questo momento bisogna tornare alla comunità, di come tornare alla dimensione locale, il che non vuol dire secondo me tornare a, che ne so, tornare a fare arte nel piccolo paese ma, semplicemente, capire che se si è in un territorio si parte da quel territorio per poter poi sviluppare dei ragionamenti assolutamente internazionali.

Voglio dire, stiamo attenti a non pensare che ciò che si sta discutendo in questo momento al Forum sia legato a questioni puramente astratte o di richiesta pragmatica di risorse, perché in realtà c’è un pensiero estremamente profondo che si sta sviluppando e sta andando avanti che, forse, porterà anche dei risultati. Indipendentemente dal fatto di avere o non avere prossimamente diciamo delle risposte dalla politica. Ciò nondimeno credo che la politica italiana dovrebbe riconoscere che, se vuole ottenere dei risultati di qualsiasi tipo, non può non avere a che fare con la propria cultura, con il mondo della cultura e dell’arte.

G. K. P. – Penso l’opposto: è la cultura che non fa altro che celebrare la propria assenza e quindi, ovviamente, la politica si disinteressa della cultura perché essa, celebrando la sua assenza, non fa altro che prendere e presentarsi con un cappello in mano dicendo “poi ti darò”, un investimento che, in realtà, oggi come oggi non è in grado di onorare. Perché poi, di fatto, siamo ancora trent’anni fa! Siamo ancora al “locale” e, dopo il locale, c’è “l’internazionale” che, si badi bene, oggi come oggi  in Italia è assimilazione, non internazionale! Ovvero: quando noi parliamo di internazionale e di internazionalizzazione, questo è diventato un escamotage perché in realtà nasconde un fenomeno coloniale che parte dal 1943, da Churchill e Roosevelt ad Harvard. Quindi noi, ancora oggi, non prendiamo nemmeno atto di quella che è la realtà.

Ciò detto, affrontiamo un attimo il secondo Tavolo perché poi, alla fine, forse è quello più di “ciccia” potremmo dire: in esso c’è una non velata critica nei confronti del Mibact, si torna in illo tempore, ad ottobre 2015, e sostanzialmente ora si dice: questa roba del programma Italian Council è una cosa che ha fatto il suo tempo, è il caso di rifondarla, e rifondarla come organismo indipendente.

F. C. – Certo. Questo è un Tavolo con due coordinatori, Matteo Luchetti e Valerio Del Baglivo, che hanno coinvolto in una discussione decine e decine di persone per affrontare la questione in due modalità: una, la più contingente, (poi sa io non sono all’interno di tutti i Tavoli, questo lo capiremo meglio sabato pomeriggio quando ogni Tavolo, ogni coordinatore, ogni  gruppo di coordinamento, esporrà i risultati del proprio Tavolo), ma è chiaro che stanno andando in una direzione da una parte di risposte più contingenti, più legate anche i prossimi Bandi, al prossimo Bando; dall’altra una revisione generale di una parte del sistema, perché i limiti dell’Italian Council determinano poi dei limiti anche alle modalità di lavoro, quando si parlava prima di lavoro immateriale, di lavoro artistico immateriale, di lavoro performativo, tutto questo fa fatica ad entrare all’interno del Bando. Perché evidentemente il bando è nato per ottenere dei prodotti, per produrre delle opere che poi devono entrare in una Collezione, devono essere già circoscritte, definite, quindi tutta una serie di meccanismi, di funzioni già definite; quindi allargare questa modalità e cercare attraverso questo anche di immaginare una nuova modalità artistica. Perché dietro a tutto questo lavoro del Tavolo ma in generale anche del Forum c’è anche questo, cioè come riuscire a pensare, visto che siamo d’accordo su una cosa noi due: che siamo indietro rispetto al resto del mondo! Poi non diciamo di chi sono le colpe.

G. K. P. – Beh, io le ho dette!

F. C. – Vabbè su questo ognuno mantiene la propria opinione.

G. K. P. – Però, ad esempio, se la televisione mi manda il 70% di roba americana, come ci siamo detti, vuol dire che stanno lavorando il 70% dei parrucchieri americani, di scenografi americani, di fotografi americani, cineasti americani, di attori americani eccetera, eccetera, e che non lavorano gli italiani! Non è che un artista deve essere un genio per capire una cosa così banale.
Ora, voi vi candidate, in prospettiva, ad essere il riferimento del Consiglio Italiano del Mibact?
Oppure pensate ad una struttura più articolata?

F. C. – La parola forum vuol dire piazza, no?! Quindi diciamo il Forum è nato e continua ad essere un luogo dove tutti si incontrano, tant’è vero che poi all’interno del Forum…

G. K. P. – Beh no, voi avete scelto dei conduttori, diciamo le cose come stanno; dal momento in cui uno dà un impianto…  conduce. Ad esempio, magari io sarei anche stato interessato a partecipare a quello sul Mercato, o anche quello sull’organizzazione, dopo di che però vedendo l’impianto e vedendo chi l’organizza io non vi partecipo, nel senso che se vedo che in quel tale Tavolo si afferma, dall’inizio, alla base, che “mercato significa anche cultura”,  laddove io penso esattamente l’opposto, che cosa ci vado a fare? Non è che devo andare lì a rompere le uova nel paniere…

F. C. – In realtà non è questione di rompere le uova nel paniere. Il Forum è nato con la pretesa, con l’aspirazione, di non avere – diciamo di non essere – una struttura politica organizzata, ma di essere un ambito dove i pensieri anche diversi si incontrano. Perché? Per cercare di portarli più possibile verso una coesione. Non è che la coesione sia per forza necessaria ma, se vogliamo ottenere anche dei risultati, se vogliamo fare qualche passo avanti, in questo momento storico è bene diciamo essere in tanti, essere insieme, discutere, ma alla fine trovare delle ragioni che ci accomunano. Questo è il Forum ed è la ragione per cui è nato e che, al momento, continua ad essere.

G. K. P. –  Ma l’intenzione comunque, oltre a quella di riorganizzazione del Consiglio Italiano così com’è, in realtà è quella di un nuovo organismo no?
E voi come lo concepite? Come l’avete ipotizzato? Almeno nella prospettiva.

F. C. – Adesso devo essere sincero rispetto al Tavolo specifico non sono in grado nemmeno di entrare nei dettagli perché non ho seguito i lavori del Tavolo che, comunque, sono in qualche modo o attraverso diciamo il blog o attraverso delle dirette Facebook o attraverso Zoom sono sempre stati tutti Tavoli in qualche modo aperti all’intervento, aperti all’osservazione, aperti alle proposte.

G. K. P. – Infatti io parlavo delle proposte, nel senso che nel momento in cui voi l’avete proposto c’è anche una concezione, dite: il Consiglio Italiano si dovrebbe evolvere verso un’entità autonoma rispetto al Ministero.
Quindi la domanda è: secondo voi come dovrebbe evolversi?

F. C. –  Allora, la proposta che sta emergendo, anche se torno a dire perché non ho seguito personalmente i dibattiti di questo Tavolo, la proposta che sta emergendo è quella di costituire un organismo autonomo che abbia una visione dell’arte innovativa e che, quindi, sia autonomo dalla politica e autonomo sul piano anche finanziario, possa gestire, possa attivare anche delle cose molto più ampie di quelle che attualmente sta facendo l’Italian Council, il Consiglio Italiano è estremamente limitato: non fa altro che sostenere linee di 15 operazioni artistiche per volta con un intervento relativamente significativo di 80, 40, 50, fino ai 100, 120.000 Euro ciascuno ma, tutto sommato, con risultati – ammettiamolo – anche abbastanza limitati. Io poi qui ho un’idea mia ma non è il caso di portarla avanti.

Io direi però un’altra cosa: quello che credo si possa dire, si debba dire, è che in un momento come questo in cui si pensa di ricostruire il Paese – abbiamo forse parlato poco della situazione che stiamo affrontando, che stiamo attraversando -, in questo momento in cui il Paese è disastrato per una ragione che tutti conosciamo, io credo che nel momento in cui si comincia a ripensare alla ricostruzione non si possa fare a meno della cultura, non si possa fare a meno dell’arte. Non è pensabile che, per esempio, nei gruppi di lavoro i gruppi che pensano alla ristrutturazione e alla ridefinizione della nuova del nuovo Paese, se vogliamo anche legato all’Europa come pensa lei perché no assolutamente, non ci debbano anche essere degli artisti, dei curatori, dei direttori, delle figure che hanno competenze, esperienze in questo ambito. Che poi è un’esperienza che non necessariamente debba essere portata esclusivamente all’ambito artistico, può anche essere trasferita, perché lei sa meglio di me quanto l’arte può parlare anche ad ambiti affini o ambiti diversi: all’ambito dell’industria, all’ambito di altri mondi, che possono nutrirsi anche di queste idee. A questo io credo il Forum, non in quanto entità – perché non è un’entità legale quindi s’immagini -, ma il mondo dell’arte italiana rappresentato in questo momento dal Forum – ma anche da tanti altri organismi -, credo debba essere chiamato al Tavolo della ricostruzione italiana.

 

→ La prima e la seconda parte della conversazione sono andate in onda a Radio Radicale durante la rubrica Translimen, curata e condotta da Giorgio Kadmo Pagano, rispettivamente il 31 maggio e il 21 giugno 2020.

Note

1.  A questo proposito nel 2009 chiesi un incontro urgente con la ministra Gelmini (qui il comunicato stampa e qui il pdf della lettera). Sostenevo: È necessario sviluppare un sistema di indicatori bibliometrici che, per esempio, ponderino gli indici bibliometrici in relazione alla “taglia” demografica della comunità linguistica. Tale sistema deve essere fondato su banche dati multilingui che riflettano la reale presenza di scienziati non anglofoni nel mondo accademico e che diano giusta visibilità a riviste accademiche ingiustamente escluse dalle banche dati americane.
In tal modo si eviterebbero, continua il testo, effetti del tipo “profezia che si auto-avvera” – secondo cui più si dichiara che le riviste anglofone sono le sole che contano, più si spingono i ricercatori a pubblicare su quelle riviste, rafforzando l’ elemento di discriminazione linguistica nei confronti di tutti i ricercatori non anglofoni e incrementando ulteriormente il già grande vantaggio economico di cui godono i paesi anglofoni – e si permetterebbe una gestione sostenibile della diversità linguistica con ricadute positive sulla creatività degli scienziati, così come il bilanciamento, almeno in parte, dell’immenso vantaggio che gli anglofoni traggono dall’egemonia della loro lingua. 
Organizzai anche una riuscita manifestazione il 22 febbraio 2009 della quale potete ascoltare le tre ore organizzative qui su Radio Radicale perché la ministra aveva declassato tutte le lingue straniere a seconde, imponendo l’inglese come prima e sola: la fine del pluralismo linguistico col conseguente declassamento dell’italiano anche negli altri Paesi dell’Ue.

Giorgio Kadmo Pagano

Giorgio Kadmo Pagano

La prima mostra di Giorgio Kadmo Pagano, ventitreenne, è agli Incontri Internazionali d’Arte nel 1977, ha una preparazione culturale costruita in anni di frequentazioni con il meglio dell’arte italiana, da De Dominicis a Pisani a Kounellis ad Ontani, e politica con il “Gandhi europeo”, Marco Pannella, col quale ho condiviso migliaia di ore di riunioni, nonché prassi di lotta nonviolenta, e che lo ha portato nel 2014 a fare 50 giorni di sciopero della fame in auto davanti al MIUR contro il genocidio culturale italiano. Autore nel 1985 del saggio “Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea”, dove già indicava la necessità di un’avanguardia europea che si facesse “esercito”, oggi col suo nuovo pamphlet ci guida sul “Come divenire la super potenza culturale che siamo”.

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  • Tutta la miopia del Forum per l’arte contemporanea italiana viene oggi messa in straordinario rilievo da “L’APPELLO DEGLI ARTISTI ALL’UNIONE EUROPEA”, firmato da 45 artisti, provenienti da ogni ambito e da ogni paese: sul fronte delle arti visive si sono schierati gli artisti Marina Abramović, Daniel Buren e Joan Fontcuberta…
    Là dove, invece, nel Forum in questione il fronte dell’Unione europea non era stato minimamente considerato.