Più inglese più povertà. Viva il Museo dell’Italiano – Conversazione con Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca

Conversazione con Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, sul costituendo Museo della lingua italiana a Firenze.

immagine per Claudio Marazzini

Luca Serianni, coordinatore del Gruppo di lavoro per il Museo della lingua italiana presso il MIBACT, ha sostenuto, nella trasmissione a Radio Radicale del 30 agosto, che l’idea del Museo nasce nel 2003 con la mostra a Palazzo Vecchio Dove il sì suona. Questo, francamente, mi preoccupa per l’impostazione che ne potrà derivare al Museo, perché già allora, quella mostra, era una mostra che “fischiettava facendo finta di nulla” sul dilagante colonialismo anglofono. Tant’è vero che organizzai, proprio di fronte all’ingresso della mostra, una Conferenza stampa-manifestazione dall’emblematico titolo Dove il Sì suonato dallo Yes.

Giorgio Kadmo Pagano all’ingresso della mostra sulla storia della lingua italiana “Dove il sì suona”, Palazzo Vecchio, Firenze, giovedì 13 marzo 2003

La preoccupazione cresce se leggo i nominativi degli esperti chiamati il 19 novembre 2019 dalla Direttrice Passarelli, a capo della Direzione generale biblioteche e istituti culturali, a far parte del Gruppo di lavoro “con il compito di delineare un percorso tecnico, amministrativo, giuridico e finanziario che possa portare alla realizzazione di un Museo Nazionale della Lingua italiana” e, segnatamente, oltre al citato coordinatore Serianni: Giuseppe Antonelli, Lucilla Pizzoli, Alessandro Masi, Marco Mancini, Paolo D’Achille, Michele Cortelazzo, Massimo Bray, Vito Lattanzi, Cinzia Marchesini e Umberto D’Angelo. Nessun esperto di politiche linguistiche e diritti umani linguistici né, tanto meno, di Economia linguistica.

In coda al secondo movimento della Pastorale nella “Scena al ruscello: Andante molto mosso (si bemolle maggiore)”, Beethoven inserisce dopo il minuto 24 della Sinfonia, simulati da flauto, oboe e clarinetto il verso di tre uccelli, aggiungendo a quello dell’usignolo e della quaglia anche quello del cuculo – con quel caratteristico “cu-cu” –, verso che alcuni critici musicali hanno interpretato come profezia dell’imminente sordità.

In effetti i cuculi sono parassitici, si pongono in modo aggressivo con le altre specie ornitologiche deponendo le uova nei nidi di altri uccelli, i loro pulcini rubano il cibo ai legittimi proprietari e, sempre nella famiglia dei cuculi, esistono varianti come quella dal ciuffo (clamator glandarius) che attua strategie estorsive:
punisce chi non accetta le sue regole [Cfr. M. Ferrini, La strategia mafiosa del cuculo: punisce chi non accetta le sue regole, la Repubblica del 24.04.2014].
I cuculi sono quindi, per le altre specie di uccelli, da combattere in tutti i modi, scacciando gli adulti dal proprio territorio o buttando fuori dal nido le uova abusive, sempre che gli ospiti sappiano riconoscerle.

Cuculo in volo

 

Purtroppo in Italia, e non solo in Italia, non abbiamo saputo riconoscere le uova abusive e, tantomeno, siamo stati capaci di attuare politiche difensive efficaci, conseguentemente ora ci ritroviamo figli degeneri che incrementano la povertà nostra e la ricchezza straniera: fuor di metafora, i glocalisti.
I glocalisti sono il prodotto ultimo e maggiormente letale per la cultura italiana della Guerra Psicologica angloamericana contro tutte le altre “specie” linguistico-culturali [alcuni dettagli, partendo del contrasto Fontana/Pollock, in; “MAXXI, Museo Nazionale oppure Regno del Made Out. Dialogo con Il Direttore artistico Hou Hanru” del 30 maggio 2019 N.d.A.].

Guerra condotta in modo perfetto, non lesinando risorse (umane e soprattutto finanziarie) e, ancor meno, strumenti corruttivi, coercitivi, intimidatori, mediatici (le famose armi di distrazione di massa) e di imposizione “legale”, raggiungendo il massimo dell’efficacia possibile della sua “propaganda” rapace (non a caso il cuculo somiglia ad uno sparviero): quella in cui «il soggetto opera nella direzione richiesta per motivi che ritiene essere propri» [cfr. Direttiva del National Security Council, 10 luglio 1950, citata in Final Report of the Select Committee to Study Governamental Operations with Respect to Intelligence Activities, Washington, United States Printing Office, 1976].

Che tali soggetti, i glocalisti, abbiano operato ed operino nell’altrui direzione richiesta per motivi che ritengono essere propri è ormai inequivocabile e palese: la ricchezza dell’Italia negli ultimi 30 anni si è dimezzata, da quarta potenza industriale oggi l’Italia è all’ottavo posto.

Più è aumentato lo sforzo per nazionalizzare in inglese l’Italia e più gli italiani sono diventati poveri e, lo sforzo, come tutti sappiamo lo inizia Berlusconi (sostenuto dalla Lega che lo appoggia perché l’inglesizzazione gli fa comodo nel percorso della via, prima dritta e con Salvini curva, alla secessione del Nord) e lo prosegue la Sinistra, ora affiancata dal Movimento 5 Stelle.
Insomma è storicamente dimostrato:

+ INGLESE = + POVERTÀ

Hind Swarai, di Mohandas Karamchand Gandhi, il primo libro pubblicato con in copertina la scrittura dello stesso Gandhi.

 

Questo lo aveva capito Gandhi già nel 1909 che, in Hind Swaraj (Autogoverno Indi), libro subito vietato dal Governo Inglese in tutta l’India, nel XVIII capitolo dedicato all’Istruzione – da leggere assolutamente e che trovate integralmente qui nella versione italiana e qui nella versione inglese però tradotta direttamente dal Gujarati dal Mahatma -, scrive:

Dare a milioni di persone una conoscenza dell’inglese significa renderli schiavi

E poi:

Vale la pena osservare che, ricevendo un’istruzione inglese, abbiamo ridotto la nazione in schiavitù. L’ipocrisia, la tirannia ecc. sono aumentate. Gli indiani che conoscono la lingua inglese non hanno esitato ad imbrogliare e a terrorizzare la gente.

E ancora:

Siamo noi, gli indiani che conoscono l’inglese, ad aver ridotto l’India in schiavitù. La maledizione della nazione non ricadrà sugli inglesi, ma su di noi.

Il che, visto dall’Italia, diviene:

Siamo noi, gli italiani che conoscono l’inglese, ad aver ridotto l’Italia in schiavitù. La maledizione della nazione non ricadrà sugli inglesi, ma su di noi.

 Per avere una seppur minima sintesi degli effetti deflagranti che il colonialismo linguistico inglese comporta sui bambini del mondo vi rimando alla Dichiarazione che ho scritto e abbiamo presentato come ONG dell’ECOSOC delle Nazioni Unite al Consiglio dei Diritti Umani di giugno It is urgent that the poorest children in the world, like those from the Congo, and the richest children, like those from British or American societies, together, have a second common language, that Anglophones have a second language” [ qui in italiano ].

Perciò ritengo importante aver destinato 4,5 milioni di Euro alla nascita del Museo della lingua italiana. Peccato, però, che ne vadano persi oltre 6,5 l’anno per la sola editoria al Politecnico di Milano dove è vietato studiare in italiano per tutte le Magistrali [i calcoli, per difetto, li ho evidenziati, anche in paragone ai km q che conquista in territorio italiano l’anglofonia, in Liberi dai Padroni della libertà, in Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione globale di Robert Phillipson.

Di fatto, dal 2014 al PoliMi l’editoria specialistica in italiano ha perso almeno 50 milioni di Euro ed è saltata tutta l’Alta Formazione e la Ricerca in italiano, là dove fino al 2014 al PoliMi anche Ingegneria Aerospaziale era in italiano!

Se si vuole però avere un quadro più preciso di quanto ci costa la colonizzazione linguistica inglese ogni anno bisogna andare a Gli aspetti economici della disuguaglianza linguistica di Lukàcs. Faccio io la sintesi di quanto costa all’Italia, direttamente/indirettamente, ogni anno la colonizzazione linguistica inglese, sono:  64 miliardi 44 milioni 256 mila 68 Euro/anno.

Ma attenzione! Lukàcs, ve ne accorgerete leggendo il libro, nei suoi calcoli non stima, ad esempio, i costi relativi ai film americani trasmessi nelle TV italiane – stiamo parlando del 70% delle trasmissioni cinematografiche italiane, qui la ricerca da me diretta nel 2014 – , e degli effetti psicologici profondi che ciò comporta nella mente degli spettatori italiani in termini economici, di abitudini – nessuno ad esempio venti o anche dieci anni fa pensava minimamente a festeggiare Halloween, è del tutto evidente lo stupro mentale popolare – e non solo. Per rimanere solo ai primi, vale la pena citare la famosa frase di Clark Hoover, Presidente USA dal 1929 al 33: «Là dove penetra il film americano, noi vendiamo più automobili americane, più berretti americani, più grammofoni americani».

Lukàcs non stima nemmeno i costi della perdita editoriale nelle università, nelle scuole con il CLIL (Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua inglese) che ho delineato sopra.
Ma non ci sono solo costi ma anche perdite spaventose: che valore ha la perdita dell’Alta Formazione e la Ricerca in italiano? È inestimabile.

Quindi, un finanziamento di 4,5 milioni per il Museo della Lingua Italiana al confronto è davvero uno zero virgola, se non sostenuto da una politica governativa/parlamentare che sia decolonizzatrice (lo ricordo: l’inglese con la Brexit non è più lingua comunitaria ma solo coloniale) quanto promotrice della lingua e della cultura italiana, in Italia come in Europa: italiano lingua di lavoro dell’Unione europea subito – ne parlo con Marazzini più sotto – ma, soprattutto, anche per quanto riguarda gli aspetti internazionali, in: Come divenire la super potenza culturale che siamo.

Intanto potete subito approfondire in questa conversazione con il Professor Claudio Marazzini la possibilità che il Museo della lingua italiana possa costituire o no una svolta nella politica linguistica nazionale.

Giorgio Kadmo Pagano: Io direi di partire innanzitutto dalla collocazione storica: certamente è importante Firenze per la nascita della lingua italiana. La cosa forse più interessante che ci ha riguardato [il “ci” è riferito al fatto che se la rubrica Translimen su Radio Radicale è l’unica trasmissione italiana ad occuparsi di colonialismo delle menti, l’ERA è l’unica ONG che si occupa di diritti umani linguistici, anche dal punto di vista economico N.d.A.] ma che ha riguardato anche la Crusca, in particolare la tua presidenza, Marazzini, è il fatto che bene o male gli interventi della Crusca, proprio con la tua presidenza sono stati sempre molto più puntuali e hanno avuto meno timori nell’uscire fuori in un qualche modo pizzicando o, quanto meno, ricordando soprattutto alle istituzioni centrali e al governo che la lingua italiana esiste e, come dire, “lotta insieme a noi”. Là dove evidentemente, dall’altra parte, l’utilizzo continuo di termini anglofoni non è che favorisca l’identità nazionale, là dove poi in Europa quando ci si va il problema è proprio quella tenuta, no?

Claudio Marazzini: Sì certo naturalmente quello che dici degli interventi, anche più netti, durante la mia presidenza – magari qualcuno me lo rimprovera – è vero. Naturalmente un’istituzione importante, antica come la Crusca richiede anche delle cautele. Comunque sì la Crusca è stata ovviamente coinvolta in alcune polemiche, a volte anche con i ministri in carica, per esempio proprio sulla questione dell’uso dell’italiano per la compilazione delle domande delle ricerche di interesse nazionale, cose di questo genere.
Penso che se nasceranno altri casi saremo pronti ad intervenire, anche a dare battaglia.

Giorgio Kadmo Pagano: Intanto ne abbiamo uno aperto dal 2014, nel senso che comunque al Politecnico di Milano non è finita bene, anche gli uffici hanno rinominato totalmente in inglese. Lì “il caso” è rimasto nonostante il coraggio dimostrato dai cento docenti che si sono opposti alla colonizzazione [fortunatamente un numero di molto maggiore a coloro che non hanno giurato fedeltà al Fascismo N.d.A.] e che noi abbiamo seguito fin dall’inizio.
Alla fine, nonostante tutto, non è finita bene e continua tutto sommato a far uscire…

Claudio Marazzini: Sì non è finita bene. Non finisce. Ahimè non è soltanto il Politecnico di Milano, il Politecnico di Milano che, è chiaro, è allo scoperto perché è stato al centro di questa vicenda giudiziaria, però la tendenza è in tutte le università.
Io dal primo di novembre sono fuori ruolo, quindi ormai ho un certo distacco, però anche nell’ateneo in cui ero io è la stessa cosa, continua quel meccanismo premiale che avvantaggia chi introduce l’inglese nei corsi anche dove non serve assolutamente a niente.
Insomma direi che complessivamente è una posizione di stallo nel senso che  ci sono state le sentenze fino al massimo livello, il Consiglio di Stato, la Corte costituzionale che hanno in qualche modo dato indicazioni che non possono essere completamente ignorate, però in maniera sotterranea chi non crede nell’italiano continua la sua opera di erosione sistematica. Quindi il museo potrebbe anche servire da questo punto di vista, intanto per fare vedere a chi è refrattario e chi vive una sincronia assoluta come molti uomini di scienza oggi che vivono un mondo senza passato, anche nel campo medico, cioè voglio dire per esempio nel campo medico una volta il medico era un umanista di tradizione, oggi spesso ci sono dei medici invece che di umanistico non hanno più niente, un cambio nella formazione proprio del sanitario. Ecco voglio dire queste persone vedendo che si fa un Museo della Lingua Italiana magari si interrogheranno, diranno perché si fa un Museo perché abbiamo ragione noi perché l’italiano è morto, finalmente lo mettiamo nel Museo.
Sarà opera importante quindi far vedere che quello non è il Museo di una lingua morta, non è il museo dell’Etrusco, ma è il Museo di una lingua viva, e far vedere come funzionano anche le lingue vive, come funzionano nei Paesi che sono attenti alla dignità della loro lingua, e sono tutti attenti: Francia, Spagna, Germania, sono molto attente alla difesa delle loro lingue nazionali, e sono attenti alla difesa delle lingue nazionali delle volte perfino quei paesi che usano solo l’inglese, perfino l’Olanda, voglio dire. No va beh non entriamo in questi dettagli, anzi questa potrebbe essere già una sala del Museo: “Noi e gli altri”.

Giorgio Kadmo Pagano: Tu hai aderito al mio Appello che però fa fatica, insomma vorremmo arrivare almeno a mille firme, ma ancora siamo a 752. Il famoso appello alle Istituzioni, al governo e non solo, perché l’ italiano sia lingua di lavoro dell’Unione europea che, da questo punto di vista, avrebbe un impatto deflagrante, perché come sappiamo è inutile rimproverare alle piccole, micro imprese che non presentano progetti europei, per cui gran parte dei fondi assegnati poi all’Italia ritornano in Europa e l’Italia diventa un contributore di gran lunga netto piuttosto che un utilizzatore almeno alla pari.

Per leggere e firmare l’appello per l’italiano lingua di lavoro europea cliccare sull’immagine

Claudio Marazzini: Sì quello che dici dà l’idea di un’altra Sala del Museo, so che è un tema a te molto caro “Lingua ed economia”, il rapporto tra lingua ed economia non è chiaro a tutti, è un tema importante.

Giorgio Kadmo Pagano: Diciamo che non è chiaro quasi a nessuno, però sta di fatto che una piccola o microimpresa – una media forse sì -, si trova assolutamente scombinata, soprattutto anche dal punto di vista economico nel trovare traduttori, interpreti, ecc. Che seguono un progetto scritto totalmente in lingua inglese.

Claudio Marazzini: Certo.

Giorgio Kadmo Pagano: Soprattutto per un dato che nessuno ricorda, ma questo mi pare che nemmeno la Crusca e tanto meno gli altri lo ricordano, nel senso che l’inglese con la Brexit non fa più nemmeno parte della comunità europea [Danuta Hübner, Presidente del Comitato per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo (AFCO), il 27 giugno 2016 ha avvertito e spiegato perché l’inglese non sarà una delle lingue ufficiali dell’Unione europea dopo che la Gran Bretagna lascerà l’UE: qui la sua conferenza stampa. N.d.A.]

Claudio Marazzini: Certo.

Giorgio Kadmo Pagano: Quindi per chi stiamo lavorando? Cos’è che mettiamo sull’altare? Perché contro l’italiano e quindi contro il popolo italiano?
Ecco perché alla fine il dialogo con la Crusca e con te in particolare è abbastanza stretto, perché in realtà tutto quello che ti rimproverano eventualmente per la tua presenza e per le tue note è di fatto un merito. Tutto sommato non è che Dante Alighieri le mandava a dire… Da questo punto di vista la vitalità è fondamentale. Altrimenti si viene poi accusati di stare zitti perché si prendono fondi governativi [La Crusca, così come la Dante ed altre organizzazioni culturali godono di fondi governativi, spesso cospicui. N.d.A.] e, quindi, alla fine anche se sta morendo l’oggetto che uno dovrebbe presidiare, uno non fa nulla.
Certamente questo è un vanto, è un riconoscimento che ti va fatto pubblicamente, però è anche vero che da questo punto di vista ci sono delle opportunità economiche ma anche politiche, perché poi, alla fine, Macron che è Presidente della Repubblica francese è salito nella primavera del 2019 al più alto scranno della Francia sul tema “Rinascimento europeo” e qui, quindi, come fai a fare il Rinascimento europeo solo tra Francia e Germania e senza l’Italia [cfr. articolo L’Italia nel Rinascimento europeo di Macron ]?

 Claudio Marazzini: Certo, certo. Sì.

 Giorgio Kadmo Pagano: E poi c’è anche quell’altro dato che ti riguarda, il Piemonte [Marazzini e piemontese. N.d.A.], ci sono poi altre due Regioni che sono lì confinanti con la Francia ed è paradossale che al Governo ancora nessuno capisca quanto sia importante che l’Italia aderisca alla Francofonia.

Claudio Marazzini: Certo.

Giorgio Kadmo Pagano: Perché ci sono anche lì soldi, ci sono progetti da portare avanti, ed è assurdo che, ad esempio, nella Francofonia ci sia la Romania questo non lo sa quasi nessuno.

Claudio Marazzini: No, non lo sapevo nemmeno io.

Giorgio Kadmo Pagano: In realtà è paradossale: i cugini francesi che non vedono i cugini italiani dentro la Francofonia [Per comprendere la vastità delle opportunità che l’Italia si nega non aderendo all’OIF, Organisation internationale de la francophonie, è utile elencare i Paesi o governi subnazionali che ne fanno parte. In Europa: Albania, Andorra, Armenia (membro osservatore), Austria (membro osservatore), Belgio, Comunità francofona del Belgio (Vallonia-Bruxelles), Bulgaria, Cipro (membro associato), Croazia (membro osservatore), Francia, Georgia (membro osservatore), Grecia, Lettonia (membro osservatore), Lituania (membro osservatore), Lussemburgo, Macedonia del Nord, Moldavia, Polonia (membro osservatore), Monaco, Rep. Ceca, Slovacchia, Romania, Slovenia (membro osservatore), Svizzera, Ucraina (membro osservatore), Ungheria (membro osservatore), Regione a statuto speciale della Valle d’Aosta. Nelle Americhe: Canada, governo provinciale del Nuovo Brunswick, governo provinciale del Québec, Dominica, Haiti, Rep. Dominicana, Saint Lucia. In Asia: Cambogia, Laos, Libano, Vietnam. In Oceania: Vanuatu. In Africa: Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Egitto, Gabon, Ghana (membro associato), Gibuti, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritania, Mauritius, Mozambico (membro osservatore), Niger, Rep. Centrafricana, Rep. del Congo, RD del Congo, Ruanda, Sao Tomé e Principe, Senegal, Seychelles, Togo, Tunisia. N.d.A.].

Claudio Marazzini: Ecco infatti vengono sempre in mente altre Sale del Museo, “Il rapporto lingua e politica” che non è chiaro certamente a tutti i cittadini italiani, il museo da questo punto di vista anche se è un museo… I musei a volte sono legati a un’idea di processo concluso, quindi il Museo della civiltà contadina, il Museo dell’arte del Rinascimento, qualcosa che è stato e non è più.

Questo non deve essere museo di una cosa terminata, ma deve essere un Museo che dà l’idea della contemporaneità, della vitalità e della forza del passato. Questo sì, perché gli italiani hanno davvero bisogno di ricordarsi del loro passato per avere più fiducia in sé stessi oggi, vedere che cosa si è fatto.

Giorgio Kadmo Pagano: Però è anche vero che così come ci sono i musei d’arte contemporanea, la parte sull’italiano contemporaneo è qualcosa che quasi meriterebbe un direttore ad hoc.

Giorgio Kadmo Pagano

Giorgio Kadmo Pagano

La prima mostra di Giorgio Kadmo Pagano, ventitreenne, è agli Incontri Internazionali d’Arte nel 1977, ha una preparazione culturale costruita in anni di frequentazioni con il meglio dell’arte italiana, da De Dominicis a Pisani a Kounellis ad Ontani, e politica con il “Gandhi europeo”, Marco Pannella, col quale ho condiviso migliaia di ore di riunioni, nonché prassi di lotta nonviolenta, e che lo ha portato nel 2014 a fare 50 giorni di sciopero della fame in auto davanti al MIUR contro il genocidio culturale italiano. Autore nel 1985 del saggio “Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea”, dove già indicava la necessità di un’avanguardia europea che si facesse “esercito”, oggi col suo nuovo pamphlet ci guida sul “Come divenire la super potenza culturale che siamo”.

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