Secondo Ovidio, Pigmalione era uno scultore che si innamorò di una statua di sua creazione, ma l’omonimo spettacolo teatrale andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano non tratta di mitologia classica. Il monologo racconta la storia di Kurt Gerron, il regista di origini ebraiche incaricato di girare il celebre documentario sul campo di concentramento di Terezin.

I nazisti non potevano rivelare al mondo le atrocità che stavano commettendo nei lager, e quindi crearono a Terezin un campo di concentramento simile ad una città, con scuola, negozi, palestre e tutte le strutture necessarie per una vita dignitosa. Qui Gerron, internato nel campo, impiegò la sua arte contribuendo a creare una colossale bugia e raccontare che gli ebrei venivano rispettati.
Per realizzare il testo dello spettacolo è stata effettuata una meticolosa attività di ricerca, infatti alcune espressioni pronunciate dal protagonista sono le stesse delle ex prigioniere del campo che sono state intervistate in alcuni documentari. È il caso di “ballare sulla forca”, una frase che indica l’assurdo e crudele benessere che hanno sperimentato i detenuti di Terezin prima di essere trasferiti ad est, nei veri e propri campi di sterminio.
Le ricerche non hanno riguardato solo la vita nella fortezza di Terezin; è stata, infatti, ricostruita anche la vita di Kurt Gerron, in particolare la sua carriera artistica e la composizione della sua famiglia.
Sono invece frutto dell’immaginario dell’autore le emozioni attribuite a Gerron, le ragioni che lo hanno indotto a girare il documentario e la riflessione sul rapporto tra arte e verità, in relazione a quella che è stata la più colossale menzogna orchestrata dal nazismo.

Secondo Gerron la celebre frase scritta sui cancelli di Auschwitz si trasforma in “l’arte rende liberi”. Di fatto la realizzazione del documentario ha condannato a morte tutte le comparse e il regista stesso, perché i nazisti non volevano che i testimoni del progetto sopravvivessero, tanto che il protagonista, nonostante tutto, sembra che realizzi l’opera, per continuare a sognare e per non venire dimenticato. Ma il cinema non dovrebbe raccontare la verità? Però – mi domando – qual è il senso di venire ricordati per aver orchestrato un’atroce bugia?
Per sopportare la cruda realtà del lager trasformandola in un racconto gradevole, a Terezin Gerron scrive sceneggiature e immagina di girare un film anche prima che gli venga realmente commissionato il documentario. Il regista immagina campi lunghi, primi piani, carrellate e, attraverso la lettura dell’animo di Gerron, il monologo si trasforma in un omaggio all’arte del cinema e al mondo della regia.
Sul fondo del palco si trova infatti uno schermo, su cui vengono proiettate scene di alcuni film in bianco e nero che ripercorrono la storia del cinema degli anni in cui Gerron era libero e in attività, ma gli spezzoni più toccanti sono le sequenze autentiche che il regista ha girato a Terezin, nelle quali i prigionieri vengono ripresi in quelle attività quotidiane che avrebbero dovuto garantire loro sicurezza e spensieratezza. Eppure le loro espressioni sono tragicamente serie: nessuno sorride, nemmeno i bambini che cantano nel coro o i giocatori di calcio vincitori.
Le sequenze audiovisive sono state realizzate da un eccellente Lorenzo Crippa, che ha consentito all’arte teatrale di fondersi con il cinema.

Oscurità, luce fioca, ombre; l’evocazione di morte, paura, angoscia e di tutte le emozioni raccapriccianti che Gerron deve aver provato durante la prigionia diventano la cifra stilistica del disegno luci grazie alla brillante e significativa alternanza di luce e ombra creata da Giuliano Almerighi.
Giacomo Ferraù, che non solo interpretava il ruolo del protagonista, ma si è anche occupato della regia e della drammaturgia con Giulia Viana, ha dimostrato una straordinaria abilità soprattutto nel mimo che ha avuto il suo clou nella scena in cui rappresentava il cinema muto: i suoi movimenti erano fluidi ed evocativi e ogni gesto raccontava una storia.
Una capacità di controllare il corpo che è stata evidente nel corso dell’intero spettacolo, che ha visto ogni sua posizione trasformarsi in immagine.
È risultato ottimo anche il controllo del tono, infatti, infatti la voce era lo specchio delle emozioni, e riusciva ad arrivare fino al particolare falsetto della scena iniziale, in cui il regista del documentario viene presentato come un enorme “pallone gonfiato”.
L’attore Kurt Gerron sapeva che, al termine delle riprese, sarebbe stato ucciso, insieme a tutti gli interpreti della pellicola. Furono trasferiti ad Auschwitz e mandati a morire nelle camere a gas. Si trattò dell’ultima esecuzione avvenuta il giorno prima che Heinrich Himmler decretasse la chiusura degli impianti.
Il film non fu mai proiettato integralmente, ma sono sopravvissuti 23 minuti di stralci che si possono ritrovare nei cinegiornali dell’epoca.
Oggi il documentario è una testimonianza della follia umana, della strumentalizzazione dell’arte e dell’ipocrisia umana. Una profonda ferita nella storia d’Europa.
Laureata in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso la carriera di insegnante per passione, o forse per follia. Il teatro, come attrice e come critica, è una vocazione, il latino e il greco sono invece la sua religione. Ama viaggiare, visitare musei, la musica dal vivo e collezionare Funko Pop. I suoi amici la descrivono come un po' pazza, e forse hanno ragione.









