Il regista Gabriele Vacis ha proposto al pubblico del Teatro Sociale di Como due serate all’insegna della tragedia greca, riscrivendo il mito di Antigone.
Antigone e i suoi fratelli è, infatti, un’elaborata riscrittura e fusione dell’omonima e celeberrima opera di Sofocle e del dramma epico Le Fenicie di Euripide.

La vicenda di Antigone, figlia di Edipo e di sua madre Giocasta, viene raccontata senza tralasciare alcuna trama secondaria, indagando a fondo le ragioni che hanno indotto la giovane principessa al sacrificio e intrecciando tra loro tematiche appartenenti a tragedie differenti.
L’opera è aperta dall’atroce stupro ad opera di Laio che ha fatto infuriare Apollo e prosegue con la vicenda di Edipo, condannato ad uccidere suo padre e, diventato re di Tebe, a sposare e giacere con sua madre Giocasta.
Il racconto continua narrando lo scontro tra i due figli di Edipo per il dominio della città, la loro morte, il sacrificio di Antigone per seppellire il fratello traditore della patria e le reazioni di sua sorella Ismene e del suo promesso sposo Emone.
Nonostante la popolarita delle storie messe in scena, l’elemento interessante dello spettacolo è proprio la modalità con cui viene narrata.
Quattordici attori giovanissimi, vestiti con i colori della terra, restano sul palcoscenico vuoto per tutta la durata dello spettacolo, alternandosi in potentissimi monologhi in cui ciascuno racconta la storia del suo personaggio. È un vero e proprio esercizio di partitura fisica il restare in scena senza fare nulla, offrendo al pubblico la propria presenza, il proprio corpo e il proprio sguardo attento, vigile, partecipe anche nel silenzio.
Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Lucia Corna, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Daniel Santantonio, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera e Giacomo Zandonà, sono loro che hanno pensato e scritto i testi che non appartengono alla tragedia greca e che hanno la capacità di creare la stessa potenza dei cori delle antiche tragedie greche.
Il coro che accompagna le parole dei personaggi ma, questa volta, non recitando battute come nel teatro antico, bensì con canti popolari in un linguaggio incomprensibile al pubblico contemporaneo.
Filastrocche, ninna nanne, nenie, ballate, tutte rigorosamente a cappella, con le profonde voci maschili che si fondono ai più lievi timbri femminili.
Il coro qui rappresenta anche la voce del popolo che ci ha generato, gli Elleni, o quella degli spiriti che si raccontano dagli Inferi.
Non serve comprendere le loro parole, è sufficiente ascoltarle, così come dobbiamo fare con la profezia di Tiresia, che appare ai tebani ingiusta ed atroce. Spesso i personaggi manifestano la propria disperazione con un grido che proviene da lontano, appartiene a tutti gli uomini e racconta un pianto antico mentre aggredisce nel profondo lo spettatore, grattando la gola degli attori le cui parole raggiungono l’ultima fila della platea.
La tragedia è in costante movimento: gli attori cambiano ininterrottamente posizione dal palcoscenico alla platea, fino al raffinato retropalco del Teatro Sociale. Il gioco di prossemica è articolato e complesso, produce un intricato gioco di corpi e di anime. Ne consegue che i personaggi sembrano estremamente vivi, dinamici, attivi, energici e profondamente umani.
Il regista ha ricercato la “sostanza pesante della fraternità”, il profondo legame che unisce e divide i quattro figli di Edipo, ma che lega anche noi uomini contemporanei ai nostri antenati, i Greci. L’introspezione psicologica dei personaggi scava a fondo nella loro personalità, indaga le ragioni che muovono le loro decisioni, costruisce figure profonde, complesse, a tutto tondo, uomini del loro e del nostro tempo, lontani e vicini.
La tragedia, del resto, non ha ancora cessato né cesserà presto di parlare all’uomo contemporaneo: registi e sceneggiatori rielaborano il materiale antico per proporre significati arcaici, ma sempre attuali, come in questo caso dove le antiche parole dei Greci si tingono di un potente sapore contemporaneo.
Laureata in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso la carriera di insegnante per passione, o forse per follia. Il teatro, come attrice e come critica, è una vocazione, il latino e il greco sono invece la sua religione. Ama viaggiare, visitare musei, la musica dal vivo e collezionare Funko Pop. I suoi amici la descrivono come un po' pazza, e forse hanno ragione.










2 risposte
Commento ispirato, sintomatico di un lavoro ben riuscito dell’opera di sicuro impatto sul pubblico, in primis chi recensisce sembra aver molto apprezzato il risultato!
Grazie mille!