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La guerra non ci spezzò. Le lettere autentiche di una partigiana sovietica.

di Valeria Vite

A scuola ci insegnano a onorare le vittime partigiane cadute in guerra e il 25 aprile si festeggia l’anniversario della Liberazione, ma cosa è accaduto nel resto del mondo? Tamara Lisitsian in La guerra non ci spezzò. Lettere di una partigiana sovietica a un’amica italiana (Lemma Press) ha raccolto delle autentiche epistole, sue e di conoscenti, che raccontano la resistenza sovietica.

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La protagonista è indubbiamente una ragazza affascinante: diciottenne, come molti dei giovanissimi protagonisti della resistenza, bellissima iscritta alla scuola di arte drammatica, scaltra, coraggiosa e dotata di un sangue freddo da eroe.

Certo, tra la gente del posto, bionda e con gli occhi azzurri, io armena, con il mio aspetto meridionale, occhi castani capelli castani, a loro sembravo ebrea, perché non conoscevano altri bruni salvo gli ebrei.

Si tratta proprio di Tamara Lisitsian, che ripercorre il proprio passato per consentire alle nuove generazioni di conoscere un importante capitolo della storia di Russia.

La giovane entra a far parte della resistenza dopo aver ammirato con malinconia la città evacuata per l’imminente arrivo dei tedeschi.

Si paracaduta con i compagni oltre le linee nemiche e viene catturata ma, nonostante i documenti falsi e un abile tentativo di inganno attraverso la recitazione, viene condotta nei lager.

In un mondo diverso dal nostro, la destra storcerebbe il naso sentendo parlare di partigiani russi e la sinistra porterebbe questo libello in trionfo, ma l’autrice non parla mai di ideologia, nemmeno di quella comunista.

Marx, Lenin, Putin e tutti gli altri importanti esponenti del comunismo non vengono nemmeno nominati.

I partigiani difendono un certo amor di Patria, ma si tratta di un sentimento rivolto alle città bombardate, ai contadini massacrati, ai campi distrutti.

È un urlo universale che prova l’uomo quando si sente minacciato dalla guerra, che tutta l’Europa ha sperimentato in quegli anni e che dunque accomuna i russi agli italiani.

I grandi eventi del passato con le loro ideologie non interessano questa raccolta epistolare dove viene celebrata, invece, la storia dei singoli, gli sforzi degli umili che tentano di sopravvivere.

Le epistole di Tamara e quelle dei suoi conoscenti che compaiono nella raccolta sono testi molto raffinati, provenienti da un ceto sociale colto, ma gli autori non sono scrittori di professione, né hanno l’intento di scrivere un romanzo.

L’opera è una raccolta di ricordi, dimenticate perciò le grandi scene d’azione in nome dell’effetto nostalgia, sebbene la trama abbia tutte le caratteristiche per essere un romanzo storico.

Il risultato è il sacrificio dell’intrattenimento e la consapevolezza che tutto ciò che viene narrato è realmente accaduto e raccapricciante. Non serve pathos per descrivere l’orrore di un’intera cittadinanza maschile bruciata viva in una chiesa, o di contadini schiacciati dai carri armati durante un tentativo di fuga.

Al termine della guerra Tamara diventa una regista e si trasferisce in Italia. Inizialmente cela nel profondo del suo animo i racconti traumatici, ma un’amica la convince a testimoniare.

Non è il primo caso di protagonisti della seconda guerra mondiale che hanno faticato a trovare la forza di raccontare pubblicamente le atrocità che hanno vissuto, un fenomeno che avvalora l’autenticità del testo.

Un libro profondo, impegnativo, crudo, ma che merita di essere letto. Che deve essere letto, per il messaggio che cerca di trasmettere.

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Laureata in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso la carriera di insegnante per passione, o forse per follia. Il teatro, come attrice e come critica, è una vocazione, il latino e il greco sono invece la sua religione. Ama viaggiare, visitare musei, la musica dal vivo e collezionare Funko Pop. I suoi amici la descrivono come un po' pazza, e forse hanno ragione.

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