Con Ailey II lo spettacolo della seconda compagnia dell’Alvin Ailey American Dance Theatre, il Teatro Sociale di Como accoglie la danza americana: sul palco si esibiscono i migliori nuovi talenti d’oltreoceano, guidati alcuni coreografi emergenti che rendono viva e pulsante l’energia della creatività.
Ailey II nasce nel 1974 e rappresenta fisicamente il desiderio di Alvin Ailey – incredibilmente innovativo per l’epoca – di fondare un’ampia comunità culturale dove il pubblico potesse trovare spettacoli di danza, formazione e altre iniziative da fruire e condividere collettivamente.
Dopo 38 anni di direzione artistica affidata a Sylvia Waters, alla fine del 2021 Francesca Harper (formatasi alla Ailey School e coreografa per entrambe le compagnie di Ailey) è subentrata nel ruolo di direttrice artistica della Compagnia, sviluppando nuove idee e aggiungendo visioni originali all’eredità di Ailey.
Ed è questo immaginario danzante che è andato in scena a Como.
Quattro coreografie, fra le più celebri del repertorio, che mirano alle emozioni profonde dell’uomo raccontando storie della Storia d’America.
Si inizia con Enemy in the figure creata nel 1989 da William Forsythe per il Ballet Frankfurt, con la partitura elettronica di Thom Willem.
Percussioni e ritmi quasi tribali richiamano le origini, i ballerini, vestiti di terra e foglie, si muovono con movimenti ampi, evocano la natura, la nascita, l’inizio del mondo, ci consentono di ricollegarci al nostro inconscio, alla nostra interiorità più nascosta.
Anche l’uso insolito di luci e ombre mette in risalto la vitalità e l’energia del movimento corale e degli assoli dei danzatori.

Entra in scena un danzatore che porta, fra le mani, una luminosa luna piena. Improvvisamente le lune si moltiplicano, giungono nuovi danzatori, altri uomini-luna.
Le luci sul palco si fanno scure: grazie al design luci di Abby May, si entra nel mondo dei bagliori lunari e delle ombre, delle lune danzanti.
È Freedom Series, una coreografia ideata da Francesca Harper che, nel tempo, si è sviluppata grazie agli apporti degli altri ballerini dell’Ailey II che conducono, attraverso variazioni a volte impercettibili, a soffermarsi sul senso dell’evoluzione, dell’identità, della comunità, elaborando ricordi e alternando la tenerezza di questi alla spietatezza della memoria. I costumi di questa coreografia sono di Elias Gurrola.

The hunt, la coreografia firmata da Robert Battle, introduce invece al manifestarsi degli opposti: la lotta e il sostegno, la guerra e l’amicizia.
Quattro uomini a petto nudo vestiti con una larga gonna gonna esotica (costumi di Mia McSwain) raccontano una storia estrema di violenza e di salvezza saltando poderosamente sul ritmo delle tonanti percussioni de Les Tambours du Bronx.
In questa coreografia risalta la reciprocità, il gruppo si divide e si ricompone in una sorta di rito che riecheggia le arti marziali e offre il brivido primitivo della caccia.
Il finale è un tributo ad Alvin Ailey. Improvvisamente, con Revelations, la musica cambia: si entra nel mondo del blues, del gospel e dello spiritual.
I danzatori sono vestiti, da Ves Harper, con costumi del colore della terra.
Il patrimonio culturale afroamericano – sosteneva Ailey – è uno dei più grandi tesori d’America, “a volte doloroso, a volte gioioso, ma sempre pieno di speranza.”
I ballerini agiscono in gruppo evocando, con i loro gesti – le mani alte nel cielo o congiunte in una preghiera – un dialogo vitale capace di portare nelle profondità dell’anima, dove le danzatrici, con le loro ampie gonne e i loro ventagli si trasformano nelle onde del mare avvolte nel fluttuare di teli colorati.

La danza ha in sé il privilegio di poter comunicare oltre il gesto e oltre la parola. Ogni spettatore potrebbe descrivere un’emozione diversa che lo spettacolo ha saputo suscitare in lui.
Ogni passo richiama un vissuto, ogni piroetta o scarto laterale, ogni salto riecheggia la nostra personale visione del mondo. Ogni corpo in movimento firma e suggella i nostri stessi corpi e gesti connettendo cuori e menti.
Alvin Ailey, in tutte le innumerevoli versioni del suo studio e del suo lavoro, non ha mai smesso di ricercare proprio questo rapporto così stretto fra il gesto e il sentimento; non ha mai smesso di riportarlo alla contemporaneità, di non dimenticare il passato, di riconoscere i linguaggi che si vanno modificando e di sperimentare tutto come se fosse sempre una nuova vita.
Laureata in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso la carriera di insegnante per passione, o forse per follia. Il teatro, come attrice e come critica, è una vocazione, il latino e il greco sono invece la sua religione. Ama viaggiare, visitare musei, la musica dal vivo e collezionare Funko Pop. I suoi amici la descrivono come un po' pazza, e forse hanno ragione.









