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Bob Dylan novello Odisseo: ecco perché vale ancora la pena di assistere a un suo show

Il cantautore Premio Nobel ha annunciato pochi giorni fa il suo tour europeo autunnale, che lo riporterà anche in Italia.

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Le foto sono tutte tratte dalla pagina Instagram @bobdylanireland. L’immagine di copertina è tratta dallo show di Kansas City, MO, del 04/07/2026

Il Never Ending Tour e il «complete unknown»

L’annuncio del suo tour autunnale europeo, che lo vedrà impegnato da fine ottobre ai primi di dicembre nel Vecchio Continente, con tre show anche in Italia, non nei teatri ma nei palazzetti – Milano, Unipol Dome; Roma, PalaLottomatica; Bologna, Unipol Arena – a novembre, Italia nella quale non si esibisce dall’estate 2023, fa notizia ma non troppo: dopo la pausa forzata del Covid nel 2020, infatti, mentre pubblicava in quello stesso anno il suo ultimo – a oggi – capolavoro Rough and Rowdy Ways, Bob Dylan è tornato a calcare le scene già nel novembre 2021, perché chi ha tempo non aspetta tempo.

Prima della pausa forzata del 2020, il Premio Nobel per la Letteratura aveva affrontato sfiancanti tournée continuativamente dal 1988 al 2019, concedendosi ogni anno soltanto qualche mese di pausa.

Il cosiddetto Never Ending Tour, come lo abbiamo sempre chiamato noi fan, poteva essere interrotto soltanto da una pandemia diffusa a livello globale.

Evidentemente non contento di ciò, Bob ci ha subito regalato, nel giugno 2020, il suo 39esimo album in studio e poco più di un anno dopo, nel novembre 2021, era già tornato sul palco.

L’età avanzava, sia ben chiaro, e non si poteva pretendere che arrivasse a un centinaio di concerti in un anno. Dopo i soli 22 show del 2021, dovuti al fatto che il tour iniziò solo a novembre, nel 2022 ne ha tenuti 82, nel 2023 75, nel 2024 78, nel 2025 82 e quest’anno, contando già quelli previsti in Europa in autunno, arriverà a 91: non male per un 85enne.

L’annuncio del suo nuovo tour autunnale, si diceva, e gli show che sta tenendo in questi mesi negli States, tranche che si concluderà il prossimo 01/08, mi spingono a riflettere sul perché ancora oggi valga la pena di assistere a un concerto di Bob Dylan, non solo per il lascito artistico e intellettuale che il Premio Nobel incarna, ma, ancor di più, perché ancora oggi le canzoni che esegue in concerto e le sue performance rappresentano un atto culturale e stilistico dalla rilevanza e dalla bellezza inderogabili e considerevoli.

Un articolo di questo genere scritto da chi ha visto il cantautore dal vivo ben 18 volte tra 2006 e 2023 e ha già in tasca i biglietti per gli show di Milano e di Bologna di novembre potrebbe sembrare un pelo fazioso. Ma non è questo l’approccio che adotto quando scrivo di musica: un fan resta sempre un fan, ma un’analisi seria deve saper prescindere da questo aspetto, e tale sarà quella che vi propongo qui.

Perché, dunque, vale ancora la pena di assistere oggi a un concerto di Bob Dylan? Rispondere a questa domanda implica in automatico, come scrivevo sopra, un’analisi sulla figura ormai leggendaria di Dylan, sulle tecniche performative che adotta ormai da molti anni e sulle infinite peregrinazioni da “aedo moderno” che lo caratterizzano.

Come un novello Odisseo, infatti, che, travestito da mendicante, incappucciato, silente ed enigmatico, ritorna dopo vent’anni di peregrinazioni nella sua Itaca e, in una climax imprevedibile ed emozionale, viene riconosciuto “a gradini” prima dal cane Argo, che muore solo dopo aver rivisto per un’ultima volta il suo amato padrone, poi dalla nutrice che lavandogli i piedi riconosce la sua cicatrice, poi dal figlio e dalla moglie e infine da tutti i pretendenti che lo speravano morto, così negli ultimi mesi Bob Dylan sta attraversando gli States quasi sempre incappucciato, irriconoscibile se non a distanza ravvicinata, identificabile unicamente da quella sua voce splendente – ormai da decenni roca e baritonale, dai tratti sempre più solenni, che sembra provenire da un aldilà indecifrabile, da un Ade increspato dal fango e dal buio – e dal suo honky-tonky pianistico à la Jerry Lee Lewis: a giudicare dagli show di questi ultimi mesi sembra avere dismesso i vestiti eleganti – l’abito nero, composto, che lo ha caratterizzato quasi tutte le sere per anni – per completare la sua metamorfosi nell’uomo che non c’è – ha scritto una “I’m Not There”, dopotutto – e in un «complete unknown», per citare il capolavoro “Like a Rolling Stone”.

Bob Dylan come Odisseo?

Il paragone tra Bob Dylan e Odisseo non è casuale: nella sua Nobel Lecture – inviata all’Accademia di Svezia nel giugno 2017 come ultimo requisito richiesto ai destinatari del Premio Nobel, che Bob aveva ricevuto nell’ottobre 2016 e che aveva accettato con una lunga lettera inviata alla cerimonia ufficiale di Stoccolma del dicembre 2016, alla quale non poté presenziare – cita infatti l’Odissea di Omero come uno dei testi letterari che più lo ha segnato.

Inoltre le citazioni – dirette e indirette – al secondo dei testi omerici nella sua produzione artistica più recente non sono poche. È stata anche l’uscita nei cinema proprio in questi giorni di The Odyssey di Cristopher Nolan a riportarmi alla mente ancora una volta il paragone non così peregrino tra Bob Dylan e Odisseo.

Anche “il Nostro”, infatti, procede nel mondo e nella sua esistenza spinto da una sete di sapere indomabile, una curiositas che è freccia al suo arco ma anche tallone (d’Achille), attarda anche volontariamente il suo ritorno in patria e attraverso le peregrinazioni più assurde sfama la sua infinita fame di avventure, tutti elementi che lo delineano, in fondo, come un eroe che di tornare definitivamente a casa non ha poi tutta questa fretta.

Come canta in “Mother of Muses”, tratta dallo splendido Rough and Rowdy Ways del 2020, «Got a mind to ramble – got a mind to roam / I’m travelin’ light and I’m slow coming home», «Ho una mente per viaggiare, ho una mente per vagabondare / Viaggio leggero e sto lentamente tornando a casa», in un pezzo che cita Calliope e il mondo greco-romano ma anche, in un coacervo di riferimenti tipico della scrittura postmoderna di Dylan, Sherman, Montgomery, Scott, Zhukov, Patton e Martin Luther King.

Tutto splendido, certo, ma qualcuno potrebbe farmi notare che non è venuto a un suo concerto per ascoltare brani riarrangiati in maniera talmente innovativa da non farli sembrare più i pezzi originali né per sentire uno dei più grandi cantautori di sempre suonare canzoni altrui, dal momento che in scaletta, almeno in questa tournée estiva negli USA, ci sono ben tre cover su 16 (talvolta 15) brani totali.

Ed è proprio qui che nasce il più grosso discrímen tra chi desidera abbandonarsi alle onde delle performance di Bob e chi invece, legittimamente, frena.

Quando si va a un concerto di Bob Dylan bisogna accettare questa sorta di sfida, che obiettivamente – ma anche giustamente – lui pone più a se stesso che nei confronti del pubblico, cioè quella di mostrare il volto di un artista che non si è mai fermato un momento e che negli anni ha esplorato le più profonde e misteriose crepe del blues, del folk, del soul, del rock e del country senza mai volersi accontentare, continuando ad “aggiornare” gli arrangiamenti dei suoi brani e a tributare gli artisti e le canzoni che lo hanno scolpito più profondamente, andando a scavare nei suoi archivi – tra brani propri e di altri – come un filologo che sta curando l’edizione critica di un oscuro testo letterario greco.

È un gioco delle parti, un rincorrere la versione definitiva di qualcosa che per Bob Dylan è strettamente (con)temporaneo e che non può essere mai davvero cristallizzato. Se desideri assistere a un suo concerto devi spuntare questa casella.

Ed è così, in fondo, che si dipana davanti ai nostri occhi un suo show, e gli esempi che lo dimostrano sono innumerevoli. Da circa tre anni “When I Paint My Masterpiece” ha un arrangiamento originalissimo e spiazzante che utilizza il ritmo e la meodia di un classico di Irving Berlin, “Puttin’ on the Ritz”.

I concerti estivi si aprono tutti con brani noti soprattutto agli appassionati di Bob, cioè “Watching the River Flow” o “To Be Alone with You”, splendide gemme forse sconosciute ai più, che Dylan ha deciso di ripoporre live in particolare dopo Shadow Kingdom, lo splendido film-concerto (senza pubblico) che registrò nel 2021, di cui esiste anche l’album.

A ritornare in scaletta negli ultimi tempi sono state anche “Man in the Long Black Coat”, capolavoro pubblicato nel 1989, e “I Shall Be Released”, gemma proveniente dai Basement Tapes incisi con The Band che non veniva eseguita dal vivo dal 2008 e che in queste settimane Dylan sta alternando, come chiusura degli show, con la meravigliosa “Every Grain of Sand”, pubblicata nel 1981, che ha chiuso molti dei suoi concerti post-Covid.

È ritornata in scaletta anche la pungente e poetica “Tryin’ to Get to Heaven”, del 1997, mentre della sua mitologica fase che si chiuse nel 1966 c’è la sola “It Ain’t Me, Babe” a timbrare il cartellino.

Ci sono anche diversi brani tratti da Rough and Rowdy Ways, un lavoro in cui Bob dimostra di credere a fondo, che sono spesso i pezzi più convincenti nella resa live in questi anni: basti pensare che fino a qualche mese fa in scaletta da quel disco venivano proposti otto o nove brani dei dieci che contiene.

Non possono che risultare curiose, ma anche molto piacevoli, “Under the Red Sky”, del 1990, e “Soon After Midnight”, da Tempest, del 2012, brani che potremmo definire “minori” in una discografia mastodontica e che pure dal vivo risultano eccezionali.

In questa tournée estiva Bob sta proponendo anche alcune cover, che per la verità erano in scaletta anche in primavera e già la scorsa estate: un brano scritto da Samuel Smith, “I Can Tell”, uno da Alfred Braggs e Deadric Malon, “Share Your Love with Me”, e uno da Charlie Rich, “I’ll Make It All Up to You”, ma non sono tanto i compositori dei brani a doverci interessare quanto piuttosto gli esecutori che le hanno eternate, vale a dire Bo Diddley, Bobby “Blue” Bland e Jerry Lee Lewis, quest’ultimo in particolare uno dei punti di riferimento da sempre di Dylan. E adesso capite il motivo per cui ha scelto di inserire in scaletta quei pezzi.

Interessante è anche la turnazione dei chitarristi in queste ultime settimane, fatto assai curioso persino nell’imprevedibilità cui ci ha sempre abituato His Bobness. Il tour estivo statunitense, infatti, era iniziato con i chitarristi che già lo avevano accompagnato in primavera, cioè Bob Britt e Doug Lancio.

A metà giugno, però, è arrivato Julian Lage, giovane chitarrista jazz dalle qualità eccezionali, a sostituire Doug Lancio. Successivamente è arrivato Joel Paterson al posto sia di Britt sia di Lage. A Paterson si è poi aggiunto, negli ultimi giorni, Jad Tariq, chitarrista R&B del giro di Memphis. Una turnazione di chitarristi curiosa, quasi inspiegabile, che è una rarità persino nell’universo sempre sorprendente di Dylan. Pare che Lage sia uscito dal gruppo perché ora impegnato in un’altra tournée.

Non possiamo, quindi, sapere se la presenza di Paterson e di Tariq diventerà stabile o meno, e c’è un grande punto interrogativo su quali saranno i chitarristi che accompagneranno Bob, che ormai si dedica solo alla tastiera e al piano, in Europa in autunno.

Cosa aspettarsi oggi da un concerto di Bob Dylan

E per quanto riguarda, invece, la polemica sul costo dei biglietti dei suoi concerti italiani che a quanto so è montata sui social negli ultimi giorni? Anche su questo dovremmo fare un discorso molto più articolato, che qui non avremo il tempo di svolgere.

Che i prezzi dei concerti siano decisamente troppo alti è cosa verissima, specialmente in Italia, un Paese in cui, ormai si sa, il rapporto tra l’inflazione e la crescita – pressoché nulla – degli stipendi negli ultimi venti o trent’anni è scandalosamente sbilanciato dal primo dei due lati, un Paese sempre più immobile in cui, purtroppo, anche un evento musicale è ormai diventato un privilegio per pochi: non ci stupiamo certo oggi di questa triste verità.

Eppure i prezzi degli show italiani di Bob di novembre, visibili su TicketOne, sono in linea con quelli di qualsiasi altro concerto in Italia di un artista così rilevante: a Milano e a Bologna i posti più cari in platea costano 161€ mentre a Roma 172€, anche se a Roma i posti più cari sono già tutti esauriti.

Ci sono, poi, come per ogni concerto importante, i VIP Packages, che garantiscono contenuti speciali, gadget esclusivi, biglietti commemorativi e altro ancora, scandalosamente cari (intorno ai 450€), ma anche questi presenti – purtroppo, mi permetto di aggiungere – in qualsiasi concerto di rilievo a prezzi più o meno simili.

Il problema, dunque, è quello di cui si parlava poco sopra: in un Paese dove il potere d’acquisto è così basso questi eventi – cari, certo, ma con un costo che è in linea con quello del resto del mondo – finiscono per diventare accessibili solo ai privilegiati, ed è un danno gigantesco che si fa alla cultura e al mondo della musica.

Ben venga, quindi, ogni tipo di riforma che possa migliorare questa situazione, augurandoci che funzioni e che basti, salario minimo in primis (anche se, personalmente, riterrei ancor più prioritario un “salario massimo”, per citare la riflessione di un caro amico che, purtroppo, non apprezza Bob Dylan, e che si stupirà di vedersi citato proprio in un articolo che parla del cantautore).

A rendere ancor più intriganti le recenti tournée di Bob è la policy no-phones gestita dall’azienda Yoder, che già era presente nei concerti italiani di tre estati fa, una decisione che è stata poi adottata da svariati altri artisti, tra cui il grande Jack White: agli ingressi gli smartphone – quantomeno quelli rilevati dai controlli – vengono consegnati agli addetti Yoder, che li chiudono in una sacca magnetica che solo loro possono aprire.

Lo smartphone resta, quindi, in tuo possesso per tutto lo show, ma non puoi utilizzarlo, e in caso di urgenza sei costretto a uscire dalla sala concerto, intercettare un addetto Yoder e farti aprire la sacca: solo allora potrai utilizzarlo, sempre e soltanto fermo in piedi in quel punto, di fronte agli addetti.

Eventuali persone intercettate dalla security a filmare o a scattare fotografie – e ci sono, perché sul web circolano diversi video e fotografie degli show, effettuati con un altro cellulare magari nascosto accuratamente nella borsa, come certi alunni che depositano un telefono prima della verifica ma ne hanno un secondo in tasca pronto per essere utilizzato, e ve lo scrive un docente; o con una macchina fotografica che era stata anch’essa ben nascosta nella borsa – vengono subito bloccate e tendenzialmente accompagnate fuori dalla sala per qualche minuto, vera e propria punizione per non aver rispettato le regole richieste dall’artista già in fase di acquisto del biglietto e ribadite nella venue la sera stessa del concerto.

Non ho idea se talvolta venga richiesto di depositare l’eventuale fotocamera “non dichiarata” nel guardaroba del locale, o se viene temporaneamente requisita dallo staff, cosa di cui dubito perché credo sia “vagamente” illegale privarti di un bene in tuo possesso. In ogni caso lo spettatore pizzicato a fotografare o a filmare viene duramente redarguito dallo staff del locale e fatto rientrare nella sala soltanto dopo qualche minuto e solo con la promessa che non utilizzerà più alcun dispositivo elettronico.

Metodi, si dirà, estremi, più vicini all’URSS stalinista che alla liberale America della democrazia e dei diritti; è tuttavia una scelta – dura, anche fastidiosa – che nelle idee dell’artista ha lo scopo di far vivere allo spettatore l’unicità dell’evento privandolo di quell’ansia, che ormai un po’ tutti possiedono, di cercare di eternare a ogni costo la serata con fotografie e video (e a scriverlo è uno che da qualche tempo vive un poco quest’ansia, quasi immotivata e inspiegabile), una decisione da accettare e comprendere se si vuole vedere in concerto Bob Dylan, una scelta forte ma anche coraggiosa, per cui tutto sommato dovremmo ringraziarlo: ricordarci che una performance musicale dal vivo è un hic et nunc straordinario che nessun dispositivo elettronico potrà mai farci rivivere in quella stessa precisa maniera è un modo per farci tornare alla mente che siamo esseri umani e che un certo credo di cui la contemporaneità prova a convincerci – che possiamo trattenere tutto e che forse un giorno, attraverso un visore, potremo catapultarci nuovamente in un momento del nostro passato e riviverlo come se fossimo lì – è soltanto un’illusione con la quale inganniamo, consapevoli o meno, noi stessi.

Bob Dylan, che per primo, in un’intervista rilasciata al New York Times nel 2020, forse ironicamente, parlando delle nuove tecnologie e di come si muova il mondo oggi, definì se stesso e la sua generazione ormai obsoleti, non vuole ingannare né noi né se stesso: ci ricorda che la speranza di vivere come davvero vogliamo e di trattenere i ricordi a cui più siamo legati con la convinzione di poterli rivivere “on demand” quando ci pare e ci piace è un sogno che non dobbiamo annullare ma del quale è meglio diffidare e da cui sarebbe più saggio guardarsi con attenzione.

Proprio come Odisseo, Bob Dylan vive al di fuori dello spazio e del tempo che noi conosciamo. Qualche settimana fa, intervistato ancora dal New York Times all’interno di un articolo in cui si chiedeva a diverse celebrità più-che-ottantenni una riflessione da rivolgere a Donald Trump sul valore che riveste il compiere 80 anni, mentre tutti hanno – inevitabilmente – fatto riferimenti espliciti a Trump, criticandolo duramente per la sua spregiudicata e criminale politica estera, Dylan ha unicamente proposto riflessioni profonde e poetiche su cosa significhi avere ottant’anni senza muovere neppure una minuscola critica all’operato del Presidente e senza alcun riferimento alla stringente attualità.

Come mai questa decisione così controcorrente? Bob non è diventato un democristiano, credetemi. L’anno scorso, per esempio, ha eseguito diverse volte dal vivo “Masters of War”, che mancava dal vivo dal 2016, il brano forse più raggelante e drammatico che riguardi la guerra e le responsabilità dei potenti su di essa.

Sono scelte importanti, di certo non casuali, che dimostrano – ma non lo scopriamo certo adesso che ha 85 anni suonati – come Bob abbia un metodo di comunicare tutto suo, che non è quello dei più. Lui viaggia su altri binari, ha una concezione tutta sua dello spazio e del tempo e quando lo vediamo in un luogo è in realtà già diretto altrove: per citare “Key West”, è sempre «on the horizon line».

Questo è uno dei suoi più grandi meriti e uno dei suoi più grandi lasciti, e dovremmo essere felici del fatto che possiamo ancora ricevere questa lezione viva voce da lui.

di Samuele Conficoni

Le foto sono tutte tratte dalla pagina Instagram @bobdylanireland. L’immagine di copertina è tratta dallo show di Kansas City, MO, del 04/07/2026. 

Kalporz è nato ormai un bel po’ di anni fa, nel 2000, per essere un contenitore di recensioni ed articoli musicali, scritti con cura cercando di essere competenti e curiosi. Il progetto editoriale è in regime di Creative Commons (CC BY-NC-ND 3.0 IT), ovvero tutti possono redistribuire i nostri contenuti, citando “Kalporz” come fonte. Ci muove dunque uno spirito libero di condivisione tra persone entusiaste della musica, e continueremo a gestire Kalporz unicamente per passione.
Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e art a part of cult(ure) puoi leggerle qui.

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