Inquietudine Antiminimale. A colloquio con Roberto Fallani

Non si è mai laureato in architettura a causa di un alterco insanabile con un professore ma ora sarà proprio l’Ordine degli Architetti a rendergli un doveroso tributo alla Casa dell’Architettura il prossimo 6 maggio, sarà per i suoi 53 brevetti, sarà per l’ingegno e la creatività espressa in un lavoro artistico durato oltre mezzo secolo, sarà per l’aver esportato i suo personalissimo made in Italy a livello internazionale in Musei, aziende, istituti culturali o semplici salotti. Futuro anteriore è la mostra che rivisita il passato artisticamente onnivoro di Roberto Fallani, parlando ad una generazione che vive un’epoca di devastazione interiore dove ogni ambizione è compromessa ed in cui lo stesso futuro è già sintomo di un negazionismo (in)finito. Visitando il suo atelier-fucina ubicato nel cuore di Santa Croce a Firenze, l’occhio si è fermato sulle opere che in anteprima verranno esposte nello storico Acquario Romano della Capitale, tutte pervase da un forte segnale antiminimalista: poltrone scarnificate, scheletri immortalati in un gesto incompiuto, volti immobilizzati nella resina, tavoli imbullonati con marchingegni da orafo svizzero e lampade che per la loro imponenza pietrificano ogni sguardo di luce.

Roberto, cos’è che ti ha spinto verso questo “antiminimalismo”?

“Direi che uno dei concetti che permeano il percorso espositivo della mia prossima mostra romana è proprio questo: il recupero della comunicazione attraverso la caratterizzazione esasperata dell’oggetto di arredamento. In questo caso parliamo degli infissi – porte e finestre – che se nel corso dei secoli sono serviti a farci individuare lo stile e l’epoca degli edifici, oggi sono stati ridotti a insapori rivestimenti trasparenti . Ho pensato che fosse giusto poter creare uno sbocco comunicativo sia all’interno che all’esterno creando porte e finestre che dialogassero emotivamente con il padrone di casa e con l’esterno. Da questo punto di partenza il mio rapporto dentro-fuori l’ho poi riversato su tutto: basti pensare al pezzo preminente dell’esposizione, il neo Vitruvio, che sto realizzando in alluminio, dove in alcune parti si intravedono le giunture con lo scheletro, articolazioni che non deformano il nudo ma che consentono di farci vedere che all’interno abbiamo qualcosa che ci fa muovere.”

E’ questa la ragione per cui il tuo atelier pullula oggi di scheletri e troni con spina dorsale umana?

“Ho sempre pensato al futuro scavando l’interiorità dell’uomo. Il mio rapporto con gli scheletri che ho progettato e realizzato è proprio quello di arrivare all’osso. In questo mi sento sicuramente più vicino alla psicanalisi freudiana che vivisezionava la mente umana piuttosto che all’epoca odierna del consumismo che si basa tutto sull’immagine esterna, sull’apparenza. Anche i miei troni, elementi che definisco archetipi, non sono strutture funzionali ma rappresentano dei vuoti, degli strumenti alchemici che hanno perso il proprio utilizzo convenzionale per mettersi a nudo… Sedersi su uno di questi oggetti non dà certamente un senso di comodità ma semmai di inquietudine perché qualcosa può sempre succedere… Il concetto di trono non è importante solo per me – chi siede su una mia creazione è sicuramente un personaggio non banale, magari perverso ma non insignificante – ma nella storia è stato un oggetto indispensabile per la conferma del potere: non si vedrà mai un imperatore utilizzare una semplice sedia. Lo stesso discorso vale per le lampade: si accendono non perché hanno una spina attaccata alla corrente, ma perché hanno qualcosa dentro che dà luce.”

Cosa ci aspetteremo dunque da Futuro Anteriore?

“Ho costruito il mio itinerario basandomi sulla tipologia, direi unica, di questo incredibile spazio architettonico. Al pianterreno installerò una figura che nasce dentro un contenitore: insieme al battito del suo cuore c’è anche una luce che si sprigiona: una sorta di nascita artificiale la cui colonna sonora è improntata proprio su questo battito cardiaco. Intorno, a semicerchio, installerò dei manichini scheletrici che ho realizzato col raggio laser tagliando tre negativi, su ferro, della stessa dimensione ma con tre movimenti diversi: la filosofia della clonazione a cui mi sono ispirato è che, per quanto si è uguali alla nascita, la personalità muta in base ai condizionamenti della società e delle stesse relazioni umane (non a caso il manichino più evoluto troneggia sulla seduta più imponente). Al primo piano invece installerò una carrellata di troni e di lampade selezionati nel mio percorso degli ultimi anni…”

Com’è iniziata la tua avventura artistica?

 “Non ricordo nulla degli avvenimenti del mio passato perché un certo tipo di memoria l’ho dimenticato volontariamente. Sono molto critico delle cose che faccio ma effettivamente, con lo sguardo rivolto al passato mi rendo conto che certe opere, sicuramente notevoli, non le potrei rifare oggi, ad esempio certi lavori in ferro con particolari oserei definire barocchi, di rara precisione.
Ho studiato 5 anni architettura a Firenze, poi litigai con un professore che ce l’aveva a morte con me e abbandonai gli studi per andare a fare pratica. Dapprima fui chiamato per l’ arredamento e il mio primo cliente era una famiglia non proprio di sconosciuti: quei Fratini che producevano i famosi jeans Rifle! Addirittura progettai le sculture per la loro fabbrica e sperimentai proprio con loro la prima provocazione artistica che accostava oggetti antichi (in quel caso vecchie sculture giapponesi) con pezzi d’avanguardia. Questo impossibile binomio mi fu sollecitato anche dalla mia ragazza di allora, oggi ancora mia moglie (Paola Crema, anch’ella artista interessantissima! n.d.r.) che aveva lasciato gli studi per dedicarsi all’antiquariato aprendo una galleria poi diventata un cult a Firenze, la Fallani Best (chiusa nel 2000 n.d.r.), per cui io ristrutturavo le case e lei le arredava con quadri e sculture. In pratica perlustravamo a tappeto i mercati (soprattutto quello di Roma) e imponevamo uno stile che andasse contro al concetto di arredamento della nonna ricco di oggetti ed oggettini di varie dimensioni per allestire in una parete un solo grande dipinto, in una sala una sola mastodontica scultura, anticipando in qualche modo il concetto moderno di interior design (la stessa rivista AD dedicava agli spazi da noi creati moltissimi articoli!) Una complicità che – sebbene abbia sempre seguito due itinerari artistici paralleli – conferma tutt’oggi le nostre visioni integranti, tanto che la prossima mostra siamo stati chiamati a realizzarla in coppia al Museo d’arte moderna di Genova.

Molti dei lavori da te realizzati hanno sicuramente precorso i tempi. Come hai vissuto i cambiamenti artistici se già eri in grado di presagirli anni prima?

“Quando andai in America mi dissero che ero troppo all’avanguardia perché allora andava il purismo e io ero un pittore post-amotico. Smisi così di dipingere e due mesi dopo ero già a Firenze a fare installazioni, conscio del fatto che quell’attività lasciava maggior spazio alla fantasia e meno al concettualismo, e sperimentai creature che nascevano in maniera biologica, in qualche modo, ma erano tutte deformate.
Per me la fantascienza vince sul purismo tutta la vita, il che significa che tutto ciò che è banale lo rifuggo alacremente. Non sono, tuttavia, neanche un appassionato di surrealismo perché ritengo sia un modo falso di guardare al futuro: trasformare la realtà in surreale non è elaborarla in maniera concreta, ma deformarla artificialmente.”

Come nasce un’idea e come diventa un progetto?

 “Quando penso ad una cosa per me è già fatta. La posso sognare di notte o immaginare di giorno ma nella mia testa è del tutto compiuta: si tratta solo di costruirla in termini pratici. Immaginare col pensiero un’opera già definita è una cosa importantissima per non sbagliare, altrimenti si navigherebbe nel buio. E anche il materiale è tra i primi ingredienti che mi ispirano la forma.”

Quali sono i tuoi materiali preferiti?

“Sicuramente il ferro: le molteplici lampade che ho realizzate con questo materiale ne sono un esempio. Non si tratta di semplici lumi tecnici di design, ma di veri e propri oggetti artistici che posso equiparare a dei personaggi – alti, bassi, da tavola, da esterno – dove la luce, che per me è un elemento importantissimo è un co-protagonista della creazione scultorea.
Ultimamente, dopo aver realizzato anche molte produzioni in legno, ho lavorato l’alluminio fuso e lucidato, proteso all’ideazione di corpi alchemici dal colore cangiante, come anche il vetro colorato, che nell’Uomo Vitruviano di cui accennavo prima,ho incastrato nell’imponente strutturea ferrea tramite bulloni che rinfrangono le onde luminose autogenerantesi all’interno di cerchi artificiali: una convivenza di carne fluttuante e di parte scheletrica che trasforma la materia inanimata in una figura umana.”

 Che rapporto hai col tempo?

“Non bisogna perdere tempo! Io penso sempre, anche di notte, a quello che devo fare in seguito o a come aggiustare una cosa che ho lasciato in sospeso. Il mio cervello è perennemente occupato, non da preoccupazioni biologiche o quotidiane (quello che mangerò o come mi vestirò) ma da stimoli che implementeranno le mie creazioni, come la manipolazione di nuovi materiali o la creazione di oggetti estrapolati dalla propria funzione originaria. Sul tempo, ad esempio, mi sono divertito a inventare una collezione di orologi disegnati e realizzati a mano, uno per uno, con particolarissime cornici di oro e argento.”

 Ritieni sia possibile in futuro celebrare un matrimonio tra Arte e Politica?

“Credo sia una totale Utopia. La politica deve governare un popolo che è sempre banale, mentre l’Arte più vera non è mai banale: la fai oggi supponendo il domani. E’ più facile quando una dittatura utilizza l’espressione artistica in un certo modo per sostenere i propri principii – allora sono gli artisti che vengono asserviti allo strumento politico – ma in una democrazia l’arte non esiste.”

Esiste un linguaggio artistico universale, comprensibile a tutti?

“E’ molto difficile, oserei dire impossibile, dal momento che la fruizione di un’opera d’arte, nonostante l’era della globalizzazione mediatica, è sempre comunque soggetta ad una serie di parametri territoriali e socio-culturali che condizionano l’obiettività di un giudizio.”

Qual è il tuo rapporto con la società ed in particolare con l’attualità?

“Io nego l’attualità o meglio ne colgo gli aspetti più negativi per parlare, attraverso le mie opere, del futuro. La mia speranza è relegata al quotidiano ma io decreto la fine di ogni ideologia. Mi basta dare un’occhiata ai giovani d’oggi che non sanno cosa fare, dove cercare un lavoro, a quale ambizione aggrapparsi o anche che cosa sia realmente un’ambizione, vedere come vivono alla giornata, senza protendersi al domani, per esprimere queste riflessioni sul mio nichilismo artistico. Un tempo fantasticavi ed era tutto un altro modo di vivere: oggi i ragazzi hanno poche speranze e francamente è meglio scappare da questo pozzo senza fondo che si chiama Italia…”.

Futuro anteriore. Il design di Roberto Fallani

  • Dal 6 al 20 maggio 2014
  • Casa dell’Architettura, piazza Manfredo Fanti 47, Roma
  • Info 06 97604598
  • Orari mostra: Dal lunedì al venerdì ore 10-20
  • Ingresso libero
Elisabetta Castiglioni

Elisabetta Castiglioni

Laureata in Lettere e dottoressa di ricerca in Storia, teoria e tecnica del teatro e dello spettacolo, è stata per diversi anni cultrice della materia nella cattedra di Metodologia e critica dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come pubblicista, ha collaborato per molte riviste e web magazine e attualmente scrive di cultura per “Dazebao”, “Leggere: tutti” e “artapartofcul(ture)". Curatrice artistica di alcune manifestazioni e rassegne culturali, ha lavorato come promoter musicale per artisti, music club, festival ed etichette discografiche. Dal 2001 è titolare dell’agenzia a suo nome specializzata in promozione, ufficio stampa e pubbliche relazioni.

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