Johan Creten a Villa Medici. Il vero peccato è non viversi la Vita

“Che l’arte sia qualcosa che ci possa dare la forza e lo spirito di vivere in questo momento storico” 

Così l’artista belga Johan Creten (classe 1963, originario di Sint-Truiden, borgo delle Fiandre), definito da molti il precursore della ceramica innovativa, lascia il suo messaggio di speranza ai giornalisti convenuti – mascherine dotate e distanze di sicurezza in epoca di nuova impennata contagi – alla preview della sua importante retrospettiva, rimandata da marzo per cause pandemiche ed ora finalmente in mostra fino al 31 gennaio nella prestigiosa cornice dell’Accademia di Francia-Villa Medici.

Spazi che Creten conosce bene, essendo stato un “pensionnaire” nel lontano 2007 e avendo vissuto Roma in tutte le sue sfaccettature artistiche, tra perlustrazioni di atelier e ricerche tecniche.

Un percorso di 55 opere in bronzo, ceramica e resina, affiancate ad alcune pezzi storici da collezione, frutto della sua passione di scopritore e reinventore del passato: tra questi i lavori di  Lucas Van Leyden (1494-1533), Hans Baldung (1484-1545), Jacques Callot (1592-1635), Barthel Beham (1502- 1540) e Paul van Vianen (1570-1614).

Ma ciò che colpisce di questo itinerario espositivo è senz’altro la varietà e la monumentalità: per ogni opera esiste un significato nella scelta dei materiali, nell’espressività di lavorazione e nel taglio di luce e dello sguardo che la cattura ma – al tempo stesso – secondo le parole dello stesso artista – lasciarsi influenzare dalle sue intenzioni, piuttosto sfoderare la propria leggerezza fantasiosa in una chiave di felicità e curiosità.

Afferma Creten:

“Quando ho iniziato con la ceramica era considerata semplice arte applicata. Poi, negli anni Ottanta, sono stato per qualche tempo a Villa Saint Claire per un periodo di residenza artistica e li ho incontrato Noëlle Tissier, la mia mentore (e curatrice anche di questa mostra), che mi ha spronato a iniziare le mie prime sperimentazioni. Le mie idee si sono sviluppate grazie anche all’integrazione con l’ambiente e la natura: in fondo che cos’è la ceramica se non la lavorazione della terra? Tutto ci riporta alle origini.”

La combinazione vuole anche che anni fa Creten abbia vissuto un altro momento critico virulento, quando nel 1990 scoppiavano i primi casi di Aids e lui portò in isolamento gigantesche opere scultoree su un’isola norvegese in mezzo al mare nell’expo “En quarantène”.

Certo è che, come lui stesso ammette, la lavorazione della ceramica a strati, sua specialità, è completamente cambiata nel corso del tempo e lo stesso cammino espositivo, che si muove in ordine sincronico e diacronico per le ampie sale del palazzo, ci riporta a pezzi diversificati, come gli essenziali quadri in ceramica ricoperti di vetro per riflettere la propria immagine o i  “Bolders” in gres smaltato (ognuno denominato secondo i sette peccati capitali) dove meditare la vita nell’arte esposta, ma anche attuare uno spirito critico di osservazione, o come l’arancia vera e sempre viva sovrapposta a una cornice lignea aggettante (“Présentoir d’Orange”) che preferisce mostrare la sua carica energetica anziché piegarsi a natura morta, o come anche i serpenti sulla frutta del “Jardin d’Eden” nei quali l’opera d’arte assume valore subliminale e mette in discussione il nostro rapporto con l’introspezione e la consapevolezza di noi stessi, evocando il concetto di paradiso perduto e di tentazione.

Il titolo della mostra – I peccati –  per l’artista è suscettibile di ogni espressività interiore e va catturato secondo il proprio pensiero cognitivo ed emozionale: c’è sessualità, sensualità e asessualità in lavori totemici e di ispirazione etnica che mescolano il legno la resina e la porcellana, come anche il ritorno alle origini agresti, per simboleggiare lo sforzo umano e il lavoro dello zappatore che scava, scopre e suda per dare e ridare la vita: nel primo caso si pensi alla serie “Odore di donna”, realizzata su busti formati da rose lavorate in bronzo e cera; nel secondo a “Planstok”, rappresentazione artistica dell’umano nella sua ricerca di nutrimento e riconcimazione.

Ci sono anche studi caratteriali sull’etnia umana, con volti neri in ceramica racchiusi da un involucro a conchiglia che li porta a schiudersi e rinascere (e il pensiero dei migranti che conquistano il suolo di una nuova terra lo ha portato a queste originali creazioni): tale è “La perle noir”.

Nel 2004 ha iniziato la monumentale scultura “Muses et Meduses”, opera in parte astratta in parte figurativa che troneggia nella sua maestosità tanto quanto l’aquila di  “The price of freedom” e la grande statua “The Herring”  di oltre 5 metri e 420 chili composta da particolari resine che la rendono impermeabile a spazi esterni e interni, giganteggiante a metà percorso.

Curiose le “couch potatoes”: arredamento di stile provocatorio e antipolitico, come anche i tondi “wargame”, simil continenti dove fuoriescono degli insetti di ceramica, come se il mondo avesse bisogno di spurgarsi dai propri continui mali.

Vi è poi una nuova micro scultura, presentata al pubblico per la prima volta,  realizzata in collaborazione con gli storici laboratori della Porzellanmanufaktur Augarten, nel quale l’artista rivisita una porcellana di Doccia; chiarisce:

“nei miei giri da collezionista ho trovato una piccola opera scultorea del 1740 realizzata da un austriaco: rappresentava un vecchio saggio, per me l’Inverno. Sono rimasto colpito dalle braccia, una realizzata in porcellana, l’altra in terracotta e ho pensato dunque che si dovesse completare questo lavoro. Dopo averla fatta radiografare in 3D con speciali macchinari, sono riuscito a riprodurla per intero in biscotto in porcellana smaltato”.

I lavori di Johan Creten tra i più rappresentativi di questa esposizione cosi diversificata sono sicuramente gli Zwam, grandi gusci dorati e color porpora appesi alle pareti e ispirati all’idea di gloria, speranza e bellezza pura: opere aggettanti che nelle loro forme al contempo concave e convesse non si capisce se vogliano implodere o esplodere.

Tuona, Creten, quando gli si chiede quale, tra i suoi lavori, preferisca, perché sono alla pari tutti figli di un’unica mano anche se inseriti in uno specifico studio mentale e contestuale, oltreché tecnico. La parola d’ordine per lui è invece sorpresa perché è il primo a rimanere meravigliato dai miracoli che può compiere la materia plasmandosi: è il caso, come lui stesso ricorda, del “Narcis sauvé”, creata nel 2005 ad Alfred, negli Stati Uniti, emblema di un Narciso auto e retroriflettente catturato dai suoi tentacoli a strati, le cui caratteristiche ventose sono state ottenute con i buchi causati dalla stessa cottura della ceramica.

E nell’ampio corridoio a scalinata che collega le sale espositive superiori ed inferiori impossibile non notare l’accostamento di opere ognuna intrisa di vasta simbologia: dal dollaro in bronzo patinato “Sign of the times” alla scimmia ingabbiata da una prigione confessionale, libera interpretazione del concetto di Nascita (“God is a stranger”), alla scultura femminile con grandi pacchi della spesa, fardelli del tempo (“Strong woman”), alla torre, ritorta e muta che accoglie i cambiamenti del tempo, fino alla civetta rossa che troneggia dall’alto: un animale – racconta Creten – che è al contempo simbolo di oscurità e saggezza e che perfettamente riflette la verità in un mondo intriso di gioie e difficoltà.

Non vi è dubbio che lo studio prossemico dell’esposizione sia stato per l’artista oggetto di riflessione compositiva (ad ogni stanza un macro-concetto che possa in qualche modo legare opere create in tempi diversi) ma anche di divertimento puro con la sottolineatura di contrasti – ad esempio l’accostamenti del “Baiser” dove due funghi sovrapposti e realizzati da una fusione tra bronzo e cera fuoriescono dal terreno ad indicare la resurrezione, e i “Two black lovers and three cherries”, opera strutturata su tela mista con smalto trasparente e lattiginoso su gres marmorizzato a fuoco alto, fessure di cottura rinforzate, due elementi in gres nero smaltato e tre elementi rossi.

Singolare l’elemento lussuria presente nella storica sala della cisterna, con “Deep stains”, realizzato in terracotta per far entrare il colore nella scultura e arrestare l’umidità: un’opera che è l’apoteosi della femminilità e del peccato, con una grande testa rettile che esce dalla bocca e un fallo dragoneggiante che fuoriesce  tra le cosce, a transcodificare in “altro” le immagini di amore, vizio e virtù.

Infine impossibile non notare, di fronte ai giardini medicei all’italiana, il pipistrello monumentale in bronzo, “De Vleermuis”, una provocazione interattiva su cui l’artista addirittura monta – invitando anche i visitatori a farlo – per contemplare e lasciare un messaggio di speranza in questo periodo storico da incubo.

Chiosa Creten:

“Sono 24 anni che ho sognato questa esposizione cosi completa  e ora che l’ho realizzata voglio trasmettere i miei Peccati perché senza il peccato non c’è vita, senza colpa non c’è redenzione, senza creazione non c’è libertà”.

Un’immagine magnificente, quella conclusiva di Johan Creten sulla sua Bat opera, che odora di apocalittico e blasfemo, di angelico e liberale, complici San Pietro e il Vaticano alle sue spalle, in una giornata dalle nubi cromaticamente cangianti degne davvero di un dipinto di John Constable.

Elisabetta Castiglioni

Elisabetta Castiglioni

Laureata in Lettere e dottoressa di ricerca in Storia, teoria e tecnica del teatro e dello spettacolo, è stata per diversi anni cultrice della materia nella cattedra di Metodologia e critica dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come pubblicista, ha collaborato per molte riviste e web magazine e attualmente scrive di cultura per “Dazebao”, “Leggere: tutti” e “artapartofcul(ture)". Curatrice artistica di alcune manifestazioni e rassegne culturali, ha lavorato come promoter musicale per artisti, music club, festival ed etichette discografiche. Dal 2001 è titolare dell’agenzia a suo nome specializzata in promozione, ufficio stampa e pubbliche relazioni.

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