Aurélien Mauplot. Intervista all’artista reduce da Desillusions per Galleria Cinica a Palazzo Lucarini

Sottili segni grafici tracciati su bianche pareti, pagine di testi filosofici e scientifici appese e rigorosamente annerite per evidenziare parole anticamente trascritte. Piccole sale in cui regna il silenzio ed in cui il tempo sembra fermarsi, invitando lo spettatore a riflettere su concetti remoti, noti a chiunque ma, in realtà, non acquisiti o compresi dalla società contemporanea. Nozioni e meditazioni su cui ruotava la personale del francese Aurélien Mauplot (Aurélien Mauplot – Desillusions, a cura di Carla Capodimonti, da poco conclusasi a Palazzo Lucarini di Trevi nell’ambito di Galleria Cinica di cui abbiamo dato conto seguendone gli appuntamenti) per la quale il Palazzo ha aperto per la prima volta le porte ad un artista d’oltralpe.

Ci rivela Carla Capodimonti, curatrice e responsabile del progetto Galleria Cinica:

“L’idea di coinvolgere artisti stranieri in realtà c’era fin dall’inizio. Abbiamo solo atteso il momento giusto. Dopo il primo anno di “rodaggio”, visto il riscontro positivo che ha avuto Galleria Cinica, ci siamo decisi ad estendere il progetto oltre l’ambiente nazionale, proprio perché è inutile riflettere sui temi affrontati dalla giovane arte considerando tuttora i limiti geografici. E proprio per questo motivo la mostra di Aurélien Mauplot cade a pennello, poiché – con la sua ricerca – l’artista mette in discussione concetti come margine, soglia e confine ed apre la stagione a linguaggi transnazionali.”

Teoria scientifico-filosofica e pratica artistica si armonizzando all’interno dello spazio dedicato alle giovani leve dell’arte contemporanea, dando vita ad un percorso espositivo affatto scontato, dove ragionamenti platonici sono messi a confronto con i ‘limiti’ della percezione umana.
Aurélien Mauplot, classe 1983, ha esposto in varie occasioni in Francia e collabora da anni con l’associazione Appelboom – La Pommerie (Saint Setiers – FR), centro di residenze d’artista nell’entroterra francese che ospita progetti interdisciplinari e linguaggi eterogenei.

Per approfondire abbiamo intervistato l’artista, Aurélien Mauplot.

Il tuo progetto è basato su riflessioni di carattere filosofico e scientifico. Per quanto riguarda l’aspetto filosofico la ricerca presentata a Galleria Cinica parte dall’approfondimento dell’opera La Repubblica (in greco Πολιτεία, Politéia) scritta da Platone tra il 390-360 a.C. Perché hai scelto proprio questo filosofo?

Credo che il “mito della caverna” rappresenti una conoscenza filosofica di fama mondiale, entrata praticamente nella cultura popolare, nonostante siano di norma rari i concetti filosofici conosciuti. Tuttavia, dire che un pensiero è noto, non significa che sia di certo compreso e acquisito.
Del mito della caverna se ne conosce maggiormente l’immagine piuttosto che il significato.
In realtà, la scelta non è ricaduta sulla Repubblica di Platone per il filosofo o per Socrate, ma per l’immagine che essi trasmettono attraverso un’idea. Ed è forse questo orientamento alla percezione che mi è sembrato rilevante. Si tratta di valorizzare un approccio sensibile e sensoriale, piuttosto che intellettuale e riflessivo, al fine di cogliere il senso dell’idea. Precisamente, questo capitolo della Repubblica è una sollecitazione fatta al lettore in modo tale da creare una certa immagine mentale, originare della sensibilità, al fine di comprendere e tollerare la situazione di una persona che non ha assolutamente accesso alla conoscenza. Forse, questo libro è un invito a fare un passo indietro riguardo al “sapere” che controlliamo ed esaminare la nostra ignoranza come una questione significativa, qualcosa che potrebbe rivelarsi una risorsa vitale, permettendo di palesare – in certe situazioni – un comportamento più prossimo all’istinto, alla reazione immediata e improvvisa. Di conseguenza, questa condizione di “ignoranza” permette una comparsa di significato, nonché di sincerità.

All’interno de La Repubblica l’autore greco analizza il celebre “mito della caverna”. Prendendo spunto dall’opera del filosofo, hai rimodellato il contenuto del testo mettendo alla prova lo sguardo e la percezione che l’uomo ha del mondo circostante. In cosa consiste questo processo di “messa alla prova dello sguardo e di percezione del mondo” da parte dello spettatore?

Il “mito della caverna” introduce le pagine del Libro VII. L’insieme del testo stampato su questi fogli è ricoperto di pittura nera che lascia intravedere esclusivamente la parola “caverna”. Per rimanere nell’ambiente della grotta, la pittura nera potrebbe ricordare l’utilizzo del manganese, usato dai Cro-Magnon nelle caverne per realizzare le loro pitture rupestri.
Oltre a questo leggero riferimento decorativo, il frammento offre un altro modo di avvicinarsi alla famosa allegoria cavernosa. Dopo spiegazioni e riferimenti filosofici inaccessibili, la Caverna propone di concentrarsi solamente sul concetto di grotta, e dell’immagine che ognuno ha di essa.
Cosa si riesce a vedere all’interno di una caverna? Nulla, nero soltanto. A volte la luce dell’esterno all’estremità del tunnel ci assicura di essere ancora vicini alla fine, cioè alla luce del giorno.
In caso contrario, non vediamo altro che il buio più profondo. Pertanto, bisogna avere degli strumenti di percezione accessibili al momento: l’udito, il tatto e, per estensione, l’odore.
Al di fuori di ciò, la voce e la vista sono strumenti inutili; contrariamente, in pieno giorno lo sguardo permette di dare un nome agli oggetti, di creare il significato dell’esistente, e in fine dell’essere.
Naturalmente, potremmo continuare, complicare di nuovo il processo di accessibilità e di comprensione del concetto. Per me è importante demistificare i metodi di titolarità e di accessibilità alla conoscenza; una prima base sensibile sufficiente che spesso invita lo studente a immaginare e a costruire la propria idea, sviluppare finalmente il suo proprio concetto, padroneggiare una materia a partire dai suoi dati personali.

Nelle opere proposte inerenti l’opera filosofica citata, c’è anche un riferimento alla teoria percettiva elaborata dai filosofi contemporanei come ad esempio Wittgenstein?

Assolutamente no.

L’attenzione verso la scienza ed i limiti fisici ti ha portato a imbattersi nel libro di Maurice Herzog, Annamura. Il primo 800, primo individuo – insieme a Louis Lachenal – a scalare l’Annapurna, il primo monte oltre gli ottomila metri asceso dall’uomo e sito sulla catena dell’Himalaya. Hai così restituito alle pagine del libro le cime e/o i confini del mondo avvalendoti della linea di Karman, fisico ungherese scomparso nel 1963, la quale definisce il profilo della terra e dello spazio. Come e quando nasce il tuo interesse nei confronti dell’ambito scientifico?

Ho dovuto scrivere una storia quella notte. Ho immaginato che la terra non fosse altro che una sola nazione e che essa intrattenesse delle relazioni con altri pianeti. Super originale..poi la domanda è arrivata: fino a che punto io mi trovo sulla terra e, dove comincia la zona interstellare, cioè lo Spazio?
Ho ricercato per qualche minuto, poi ho scoperto la linea di Karman, che definisce il confine tra la terra e lo spazio a 100 chilometri di distanza sopra il livello del mare. Ho anche scoperto che questa idea è oggi riconosciuta dalla comunità aerospaziale internazionale.

Il concetto di “limite”, da te indagato, abbraccia sia l’ambito scientifico sia quello filosofico. Il primo settore s’incentra sia sui confini reali – come quelli geografiche – sia su demarcazioni più concettuali, come nel caso dei limiti matematici. Lo stesso accade in filosofia, disciplina che si pone una serie di domande sul limite analizzandolo sia come concetto reale sia come idea astratta. Attraverso questa mostra hai posto la tua attenzione solo verso il ‘limite scientifico’ oppure a questo è sottinteso un avvicinamento verso riflessioni di tipo più filosofico?

La mia pratica si concentra sul contorno: rivelare il profilo di un oggetto (naturale o artificiale), fare emergere la forma astratta di un territorio (Les Possessions, 2013) o provocare dei contrasti percettivi (Extension du renversement du monde, 2014).
Il concetto di limite non si circoscrive all’enunciazione della linea di Karman, che è un riferimento pratico ed efficace. Si tratta di un’immagine che rimette in discussione la legittimità di una forma ancora universalmente riconosciuta (un paese per esempio) o innegabilmente naturale (cime di montagne). Ma alla fine, tutte queste rappresentazioni che siamo abituati a vedere sono solo richiami al concetto di stabilità ed immutabilità di un oggetto nel tempo. Al contrario, il limite trascende a causa dell’astrazione causata e determinata.

In che modo si conciliano questi due campi – filosofico e scientifico – nella mostra Desillusions?

Credo che i due approcci analitici del mondo siano uniti nei loro fondamenti.
La disillusione è un fatto politico e storico; mentre il mondo gira davanti ai nostri occhi, ci dimostriamo incapaci di sollevare le braccia per sostenerlo.
Più che di cercare un legame con la scienza o la filosofia, personalmente dissacro queste conoscenze, il loro approccio e il loro insegnamento, nonché la loro legittimità sociale, costruita nella persuasione di una necessariamente pragmatica visione empirica del mondo.

(Si ringrazia  Carla Capodimonti per la traduzione)

Qualche info:
www.palazzolucarini.it | www.officinedellumbria.it
info@officinedellumbria.it
Galleria Cinica: http://galleriacinica.wordpress.com/

Maila Buglioni

Maila Buglioni

Buglioni Maila è storico dell’arte e curatore di mostre. Fin da piccola ha manifestato un innato interesse verso ogni forma d’arte: dalle arti visive alla danza, dal teatro all’architettura. Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Sacra Roma II, ha proseguito gli studi all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’arte contemporanea. Ha collaborato con l’associazione turistica Genti&Paesi in qualità di guida turistica nella città di Roma. Collabora attivamente con altre riviste specializzate del settore artistico. Nel 2013 ha collaborato alla realizzazione di Memorie Urbane - Street Art Festival a Gaeta e Terracina.

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