FluxBooks From the Sixties to the Future. Artists’ book from the Luigi Bonotto Collection. Intervista a Patrizio Peterlini

Nato nel recente passato il Libro d’artista è stato caratterizzato, fin da suoi esordi, da aggettivi quali sperimentazione e innovazione, unico e multiplo, rarità ed atipicità.

Un oggetto proveniente dalla vita quotidiana, adoperato per la prima volta nella pratica artistica solo a fine Ottocento grazie a Un Coup de dés jamas n’abolira le hasard (1897) del poeta simbolista Stéphane Étienne Mallarmé, in cui gli spazi bianchi diventano sinonimo di silenziose pause intorno alle frasi, primitivo rappresentante di una rimeditazione analitica del testo letterale che avrà una forte influenza sulla Poesia Concreta e Visiva degli anni Cinquanta e Sessanta.

Sul fronte italiano, nell’ambito delle avanguardie storiche, un’importanza fondamentale è stata rivestita dal Movimento Futurista con episodi antesignani come il paroliberismo di Filippo Tommaso Marinetti o il celeberrimo Depero Futurista (edito nel 1927 dall’editore Dinamo Azari). Una monografia, quest’ultima, meglio nota come Libro bullonato redatta per celebrare i quattordici anni di militanza dell’artista nel Futurismo e definibile come antecedente dei ‘libro-oggetto’: composta da ben 234 pagine con copertina fustellata e caratterizzata da un’impaginazione varia, con scritte allineate in molteplici modi e con pagine di differente grammatura e colore. Un ambizioso progetto anche perché inizialmente era stata prevista una tiratura di 2.000 copie che, a causa dei costi elevati, fu possibile realizzare solo in parte.

Tuttavia, nei decenni successivi cambia il modo di concepire e valutare i Libri d’Artista: prodotti in pezzi unici o numerati in serie limitate a pochissimi esemplari, aumentandone il valore economico e artistico, e realizzati con tecniche miste (come il collage alternato a parti stampate con caratteri tipografici ed a pagine o frammenti di esse tratte dalla quotidianità e dal mondo della pubblicità).

Dopo le trasgressive pubblicazioni artistiche concepite dal Futurismo russo – Mondindietro (1912) di Chlebnikov, Krucènych, Natal’ja Gončarova, Michail Larionov e Vladimir Tatlin – dal Dadaismo berlinese – vedi La faccia della classe dominante (1921), serie di litografie satirico a sfondo politico sulla borghesia tedesca, di George Grosz – e dal Surrealismo francese – Une semaine de bonté (1934), collage di immagini prese da libri dell’epoca vittoriana, di Marx Ernest o la famosa copertina realizzata da Marcel Duchamp per Le Surréalisme (1947), in cui è raffigurato un seno tattile tridimensionale fatto di gomma rosa – occorrerà aspettare la fine del secondo conflitto mondiale per vedere ri-sorgere un certo interesse verso tale produzione.

Con il boom consumistico e la diffusione della cultura di massa negli anni Sessanta si rinnegò il concetto di oggetto artistico come pezzo unico a favore di un arte democratica ed accessibile a chiunque. Nacquero così i multipli, le combinazioni tecniche ed espressive appartenenti a differenti sfere linguistiche e la smaterializzazione dell’arte e dei suoi manufatti.

Nonostante ciò alcuni raggruppamenti o singoli artisti proseguirono nell’esecuzione di esemplari esclusivi come il movimento Fluxus che – con le sue azioni di disturbo contro qualunque forma di codificazione di arte come oggetto di consumo – trasforma radicalmente il Libro d’artista in contenitore e testimonianza di eventi come gli happening e le performance ovvero in un libro-oggetto caratterizzato, differentemente dai volumi a tiratura illimitata, dall’essere ‘pezzo unico’ realizzato con svariati materiali, senza necessariamente prevedere l’inserimento delle pagine ma contraddistinto dalla possibilità d’essere creato sia ex-novo sia da un volume pre-esistente su cui l’artista vi interviene, sottraendogli la possibilità di esser letto. Pioniere di quest’ultima eventualità fu Emilio Isgrò, il quale nel 1964 presenta alla Biennale di Venezia opere concettuali in forma di libro d’artista contraddistinte dalla tecnica della cancellazione ovvero da forti tratti neri prodotti sul testo originale col fine di annullare/eliminare alcune parole o intere righe. Su tale concezione operò anche Renato Mambor con Catcher dream boat (1970, a cura di Al.sa/De Paoli), un libro completamente illustrato con foto in nero. Operazioni di letterale destrutturazione dell’originale e di chiara derivazione dada che contribuirono a riportare l’attenzione dell’utente sui lemmi e sulle immagini che ri-acquistarono il proprio senso, letterale e simbolico.

Sempre in quegli anni l’americano Ed Ruscha compie un ulteriore trasformazione con Twentysix Gasoline Stations (1962), primo libro d’arte concettuale. In esso la fotografia è il soggetto principale in quanto acquisisce la funzione narrativa dell’opera, mansione fino allora svolta dal segno e dalla parola ovvero da quegli elementi che col tempo vennero eclissati a favore delle immagini e non solo. L’arte diviene, quindi, pensiero sull’arte stessa e sul suo linguaggio. Da allora la fotografia come strumento d’informazione inizia a diffondersi oltre l’arte concettuale interessando così anche artisti della Land Art, della Narrative Art, dell’Arte Povera e Minimal.

Altresì rilevanti furono i contributi di Piero Manzoni con Piero Manzoni the life and the works (1962), un volume di pagine bianche come medium auto-significante, ed i libri illeggibili di Bruni Munari in cui il testo lascia lo spazio alla comunicazione visiva e tattile attraverso la natura della carta, lo spessore, la trasparenza, il formato delle pagine, la morbidezza o durezza, il colore, la texture, il lucido e l’opaco, le fustellature e le piegature. Il Libro d’artista diviene perciò un oggetto ‘da percorrere’ non solo con il tradizionale senso della vista, ma anche con il tatto, l’olfatto ed il gusto. Ulteriori esemplari di tale tendenza furono i poemi commestibili realizzati da Carlo Belloli nel 1976 in occasione della mostra Omaggio a Carlo Belloli precursore della poesia visuale e concreta, presso lo studio Santandrea di Milano, le cui pagine vennero offerte  al pubblico per essere degustate come scrisse lo stesso artista:

«potevano considerarsi “pagine d’artista” e vennero divorati dagli invitati alla vernice della mostra come parole di dessert»
(Pagine e dintorni. Libri d’artista, a cura di Gino Gini e Silvio Zanella, Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, Gallarate, 1991, p.15).

Recentemente sono state allestite varie mostre e iniziative atte a promuovere la valorizzazione del libro d’artista come le biennali di Cassino e Spoleto o la rassegna umbra LIBEROLIBROdARTISTALIBERO, a cura di Giorgio Maffei – tra i principali esperti del settore, nonché collezionista – ed Emanuele De Donno. Inoltre, molteplici sono state le pubblicazioni d’importanti volumi sull’argomento fin qui illustrato come Libri d’Artista in Italia 1960-1998 (Torino, Regione Piemonte, 1998) a cura di Giorgio Maffei e Liliana Dematteis o Il libro come opera d’arte The Book as a Work of Art (Galleria d’Arte Moderna, Mantova, Corraini Editore, 2006) di Giorgio Maffei e Maura Picciau.

L’interesse verso questo medium artistico ritorna tuttora. Infatti, il 04 marzo è stato inaugurato presso le due sedi della Fondazione Bevilacqua La Masa – ovvero la Galleria di Piazza San Marco e Palazzetto Tito – il progetto espositivo FLUXBOOKS From the Sixties to the Future. Artists’ book from the Luigi Bonotto Collection. Una mostra che si prefigge di essere all’avanguardia in quanto contrassegnata da un inedito confronto tra le innovazioni apportate in questo ambito da Fluxus e quelle create dalle attuali generazioni sul flusso dell’insegnamento dei fautori del movimento citato. Infatti, se FLUXBOOKS From the Sixties.., a cura di Giorgio Maffei e Patrizio Peterlini (direttore della Fondazione Bonotto) è incentrata sui libri d’artista prodotti da coloro che presero parte al raggruppamento internazionale fondato da George Maciunas e sviluppato tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Ottanta; l’esposizione FLUXBOOKS:…to the Future, a cura di Stefano Coletto e Angela Vettese, è imperniata sui giovani artisti degli Atelier della Bevilacqua La Masa che hanno reinventato e reinterpretato i volumi d’artista dei celebri antenati individuati nelle residenze studio presso la Fondazione Bonotto.

Per approfondire ancora meglio, abbiamo intervistato Patrizio Peterlini, direttore della Fondazione Bonotto e curatore della mostra FLUXBOOKS From the Sixties…

Come e quando nasce l’idea dell’articolato progetto espositivo FluxBooks ovvero la collaborazione tra la Fondazione Bonotto e la Fondazione Bevilacqua La Masa?

L’idea nasce come conseguenza dell’impegno profuso dalla Fondazione Bonotto per la divulgazione delle poetiche espresse dagli artisti della collezione. Cercavamo l’occasione di far lavorare dei giovani su queste poetiche, con l’intento di evidenziarne l’attualità, la freschezza. L’opportunità è arrivata grazie alla collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa e al suo progetto Atelier.

FluxBooks: From the Sixties to the Future si basa su una doppia esposizione – FluxBooks: From the Sixties… e FluxBooks:..to the Future che inaugureranno entrambe il 4 marzo nelle due differenti sedi della veneziana Bevilacqua La Masa ovvero la prima presso Palazzetto Tito e la seconda all’interno della Galleria di Piazza San Marco – in cui per la prima volta vengono posti a confronto la produzione di libri d’artista di due differenti generazioni: quella degli artisti Fluxus e quella dei giovani creativi in residenza presso la Bevilacqua La Masa da cui è derivato un prolifico dialogo/comunicazione tra l’arte del recente passato e quella attuale. Oltre a questo collegamento vi eravate posti altri obiettivi?

No. L’obiettivo principale era proprio quello di creare un ponte tra le due generazioni.  Cercare di instaurare un dialogo basato sullo studio. Fluxus è conosciuto ancora troppo superficialmente. Al di là di alcune grandi personalità che vi hanno preso parte, una per tutti Joseph Beuys, rimane un’esperienza ancora sconosciuta, ricca di stimoli ed intuizioni fondamentali per il Novecento.

Secondo quali criteri è stata progettata la mostra?

Considerando la vastità della produzione Fluxus abbiamo individuato nel libro la base ottimale per iniziare. Partendo da alcune considerazioni di base: il libro condensa per sua natura delle idee che a volte in altri medium rimangono frammentate; è facilmente maneggiabile e trasportabile facilitandone lo studio; è un medium che nel Novecento, proprio a partire da Fluxus (e questa è la nostra tesi curatoriale), è assurto a vero e proprio oggetto d’arte, al pari di un dipinto o di una scultura.

Ponendo uno sguardo alla prima esposizione – FluxBooks: From the Sixties… incentrata sulle storiche figure che hanno partecipato all’esperienza del movimento – ho notato un’interessante suddivisione in cinque aree tematiche (Book as book, Book as memento, Book as plot, Book as box, Book as object) ovvero nei passaggi fondamentali che hanno caratterizzato la sperimentazione di Fluxus dalla sua costituzione (inizio degli anni Settanta) fino alla morte suo ideatore George Maciunas (1978). Cinque sezioni che ben esplicitano la tendenza della produzione del libro d’artista da vero e proprio ‘libro’ a ‘libro come oggetto’. Potete illustrarcene finalità e contenuti?

Il libro d’artista è per sua natura di difficile definizione. A maggior ragione se si tratta di un libro d’artista Fluxus! Queste cinque aree però ci sono sembrate le più adeguate a descrivere, più che definire, la poliedrica attività di ricerca e sviluppo che caratterizza Fluxus e che ha così drasticamente cambiato la concezione stessa di libro.

Nella prima, che abbiamo definito “Book as Book”, il libro rimane tale nella sua oggettualità pur essendo soggetto ad una radicale trasformazione nei contenuti e nelle soluzioni grafiche adottate.

Nella seconda – “Book as Memento” – il libro si presenta come l’unico documento rimanente a testimoniare una performance, un happening o un’azione.

La terza, definita “Book as Plot”, è la diretta conseguenza delle concezioni dell’arte maturate in ambito Fluxus grazie all’impiego massiccio della pratica dell’happening e della performance. Il libro diviene la partitura, il canovaccio utilizzato per lo sviluppo di un’azione, sia essa musicale, poetica o performativa.

La quarta area di ricerca – “Book as Box” – è forse quella più squisitamente Fluxus. È infatti in ambito Fluxus che i box, dalle svariate forme e dimensioni, assurgono a vero e proprio thopos  estetico divenendone, in qualche modo, l’espressione più riconosciuta e rappresentativa.

Il passo verso la quinta area tematica – “Book as Object” – risulta quindi assolutamente breve e scontata. Una volta decostruita dal suo interno la concezione stessa di libro, e una volta stabilito che un libro contenitore di oggetti vari può essere anche illeggibile con i codici abituali, il passaggio ad un oggetto-libro che nella sua morfologia non ha più niente del libro è ora assolutamente ovvio.

Osservando i lavori prodotti dai giovani artisti, partiti dallo studio degli illustri esemplari custoditi presso la Fondazione Bonotto, potete affermare di aver notato maggiormente disuguaglianze o somiglianze con gli elaborati creati dell’anziana generazione? Potete illustrarcene qualcuna?

Non porrei a questione in questi termini. Non si tratta di uguaglianze o disuguaglianze ma di sviluppi possibili, contemporanei, di alcune intuizioni nate in ambito Fluxus. Mi spiego meglio: l’intento non era quello di un esercizio di stile (del resto non abbiamo chiesto lo sviluppo di libri d’artista e soprattutto di libri d’artista Fluxus!) ma di confronto, dialogo e approfondimento e, seguendo gli insegnamenti orientali così cari a Fluxus, direi che molti dei giovani hanno incontrato il budda e l’hanno ucciso!

Perché presentare due mostre distinte piuttosto che un’unica esposizione caratterizzata da un confronto/dialogo diretto tra vecchia e nuova generazione?

Il progetto era inizialmente quello di una mostra unica. Ci siamo poi resi conti che, nonostante le numerose mostre sui libri d’artista, non era mai stata realizzata una mostra con un focus così preciso e serrato su uno dei movimenti che più ha trasformato il concetto steso di libro. E poi in questo modo si dà molto più risalto ai lavori dei ragazzi che rischiavano di essere messi in secondo piano dai lavori storici.

I risultati elaborati dai giovani vi hanno soddisfatto o vi aspettavate qualcosa di più?

Non amo esprimere giudizi sui lavori degli artisti, specialmente se giovani in piena fase di crescita e sperimentazione. Posso dire che i lavori sono molto interessanti e risentono moltissimo dell’enorme entusiasmo che l’iniziativa ha suscitato in loro.

Dalla seconda metà del XX secolo nell’arte contemporanea si è affermata la tendenza di smaterializzare l’oggetto artistico, come attestato nella produzione del gruppo che ruotava attorno a George Maciunas. A ciò si è oggi congiunta una sempre maggiore attitudine ad  applicare all’arte attuale pratiche digitali. Gli elaborati, ovvero i libri d’artista, prodotti in quest’occasione dalla giovane generazione hanno confermato tale tendenza?

Il digitale è parte integrante di ogni manufatto artistico prodotto attualmente. Il semplice utilizzo di PhotoShop per correggere le immagini, ad esempio, è una pratica oramai consolidata. Stiamo parlando di artisti Born Digital, è il loro mondo, la loro natura, come potrebbero astrarsene?

Secondo voi, in quest’esperienza, si è stabilito lo spirito Fluxus ovvero quel flusso aperto a persone e attitudini delineato nel comunicato stampa come «qualcosa che descrive la transitorietà della vita e il susseguirsi costante di eventi, valori, luoghi che si presenta come inarrestabile»?

Direi di si. Il processo è innescato.

Info mostre

  • FluBooks: From the Sixties…
  • a cura di Giorgio Maffei  e Patrizio Peterlini
  • dal 04 marzo al 26 aprile 2015
  • Fondazione Bevilacqua La Masa
  • Galleria di Piazza San Marco
  • San Marco, 71c – 30124 – Venezia
  • ingresso gratuito: mercoledì-domenica 10:30-17:30
  • info: tel. +39 041.5237819
  • www.bevilacqualamasa.it | info@bevilacqualamasa.it
  • FluBooks:… to the Future
  • a cura di Stefano Coletto e Angela Vettese
  • dal 04 marzo al 26 aprile 2015
  • Fondazione Bevilacqua La Masa
  • Palazzetto Tito
  • Dorsoduro 2826 – 30123 – Venezia
  • ingresso gratuito: mercoledì-domenica 10:30-17:30
  • info: tel. +39 041.5207797 / +39 041.5208879 – fax. +39 041.5208955
    www.bevilacqualamasa.it | info@bevilacqualamasa.it
Maila Buglioni

Maila Buglioni

Buglioni Maila è storico dell’arte e curatore di mostre. Fin da piccola ha manifestato un innato interesse verso ogni forma d’arte: dalle arti visive alla danza, dal teatro all’architettura. Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Sacra Roma II, ha proseguito gli studi all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’arte contemporanea. Ha collaborato con l’associazione turistica Genti&Paesi in qualità di guida turistica nella città di Roma. Collabora attivamente con altre riviste specializzate del settore artistico. Nel 2013 ha collaborato alla realizzazione di Memorie Urbane - Street Art Festival a Gaeta e Terracina.

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