Oi Diàlogoi. Silenzioso dialogo tra tradizione e innovazione

Femminino e mascolino, nero e rosso, pittura e installazione, passato e presente, memoria e rinnovamento. Sono solo alcuni dei vocaboli che vengono in mente osservando le opere poste a confronto nella mostra Oi Diàlogoi di Adele Lotito e Alberto Timossi, ubicata presso il Centro di documentazione per la ricerca artistica contemporanea Luigi di Sarro e visibile fino al 27 febbraio. Una doppia personale, a cura di Marcella Cossu e Roberto Gramiccia, concepita con l’intento di instaurare una comunicazione tra due artisti apparentemente lontani. Una distanza visibile sia nella tecnica esecutiva sia nell’idea da trasmettere col fine di evidenziare un aperto confronto tra tradizione ed innovazione pur rimanendo entrambi collegati alle fonti della nostra cultura. Infatti, coscienti della forza maieutica del dialogo, metodo d’indagine eletto dal filosofo Socrate, e della sua perduta importanza nell’attuale società – accecata dalla smania d’illimitatezza e di vorace profitto economico – Adele e Alberto offrono con le loro opere una possibile via d’uscita, invitando lo spettatore a sostare silenziosamente nei tre vani espositivi con l’intento di divulgare la loro differente riflessione. Se la prima ci offre un omaggio pittorico al filosofo, medico, giurista e matematico spagnolo Averroè, personaggio che fu intermediario tra Occidente ed Oriente nonché commentatore di Aristotele, uno dei fulcri della nostra tradizione; il secondo risponde con i suoi fraseggi tubolari rossi che, imponenti, fuoriescono dalle bianchissime pareti articolando e occupando lo spazio circostante, cavità lineari che vogliono suggerire la storia di un viaggio nell’ambiente espositivo circostante rinviandoci al contempo al mondo antico e a quello odierno.

Adele Lotito, romana di nascita, lavora con il pensiero che diventa forma per poi ridiventare pensiero. Negli anni novanta la sua ricerca – influenzata fin dagli esordi dalla lezione di Manzoni, Fontana e Lo Savio ovvero da quella linea artistica che rifiuta la logica puramente rappresentativa per privilegiare una dimensione spazio-temporale in cui è inclusa la dialettica tra forma e idea, significato e significante – s’impernia sulla tecnica del fumo di candela catturato e adagiato su diverse superfici, tra cui il prediletto alluminio. Proprio allora nasce il suo amore per Yves Klein ed il suo impalpabile gusto concettuale. Negli ultimi anni è solita immettere sulla trama del fumo lettere e numeri disposti in dinamici circuiti, spire dell’incerto che raccolgono la certezza del logos. Calibrati e delicati dipinti caratterizzati da colori decisi – rosso fuoco e nero fuliggine – dove suggestioni e ricordi orientali ben si conciliano con la consapevolezza della crisi del mondo occidentale.

Obiettivo ultimo di Alberto Timossi, classe 1965, napoletano d’origine ma romano d’adozione, è tracciare il vuoto attraverso inserti lineari che definiscono i contorni di ciò che esiste ma che rimane a noi invisibile, contrariamente a quanto fa uno scultore davanti al proprio blocco marmoreo. Se Alberto segnala la presenza di un assenza, Michelangelo lotta per delineare attraverso l’assenza una presenza. Tramite questo processo Timossi punta a modificare il percorso interno della stanza in cui la sua installazione è collocata fino a generare un luogo ‘altro’, concreto ed irripetibile senza di essa: per osservare l’opera l’utente, infatti, dovrà modificare il suo percorso rispetto a quello eseguito per guardare la superficie pittorica elaborata da Adele. L’artista, ripensando a imponenti e illustri esempi del passato e non – dalla Grande Muraglia Cinese alla scultura di Rachel Whiterhead, passando per Mauro Staccioli – considera i suoi interventi come “tubi sottotraccia, arterie e vene sotto la pelle cittadina, che trasportano e ospitano cavi elettrici, fibre, fili, e  nei quali scorre l’acqua,” che “potrebbero improvvisamente destarsi dal sopore e trovare la forza di uscire allo scoperto, al pari di tante infrastrutture e ingombri visivi che si parano quotidianamente alla nostra vista e alla nostra esperienza percettiva”. (Alberto Timossi, Alberto Timossi: Tracciare il vuoto, testo della conferenza tenuta il 16 gennaio 2015 presso l’Università degli Studi Napoli “Federico II”, Aula Giofferdo, Dipartimento di Architettura)

Tubolari monocromi e minimali, dal sapore industriale, ben si accostano alle partiture letterali e numeriche trascritte sulle superfici pittoriche. Semplici sezioni di PVC – materiale versatile, leggero ed innovativo – che non stridono con i tradizionali elementi generando un ulteriore discrepanza: tridimensionale VS bidimensionale. Il dialogo instaurato, tra disuguaglianze e assonanze, si risolve attraverso la pari potenza espressiva dei lavori proposti: gesti semplici ma efficaci a comunicare con il pubblico desideroso di un colloquio non per forza verbale.

Info mostra

  • Oi Diàlogoi: Alberto Timossi e Adele Lotito:
  • a cura di Marcella Cossu e Roberto Gramiccia
  • fino al 27 febbraio 2015
  • Centro di documentazione per la ricerca artistica contemporanea Luigi di Sarro
  • Via Paolo Emilio, 28 – 00192 – Roma
  • ingresso gratuito: martedì-sabato 16:00-19:00
  • info: tel. +39 06.3243513 – www.centroluigidisarro.it | info@centroluigidisarro.it
Maila Buglioni

Maila Buglioni

Buglioni Maila è storico dell’arte e curatore di mostre. Fin da piccola ha manifestato un innato interesse verso ogni forma d’arte: dalle arti visive alla danza, dal teatro all’architettura. Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Sacra Roma II, ha proseguito gli studi all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’arte contemporanea. Ha collaborato con l’associazione turistica Genti&Paesi in qualità di guida turistica nella città di Roma. Collabora attivamente con altre riviste specializzate del settore artistico. Nel 2013 ha collaborato alla realizzazione di Memorie Urbane - Street Art Festival a Gaeta e Terracina.

Commenta

clicca qui per inviare un commento