Palazzo Lucarini – Galleria Cinica #11 Federica Di Carlo e la Riflessione Diffusa. Intervista all’artista

Trevi, Palazzo Lucarini Contemporary, Riflessione Diffusa di Federica Di Carlo, mostra a cura di Carla Capodimonti.

Varcata la soglia dello spazio dedicato al progetto Galleria Cinica vengo immediatamente investita da una luce abbagliante proveniente da una finestra da cui l’astro solare irrompe prepotentemente accecandomi. La prima cosa che riesco a vedere di fronte ai miei occhi è un’installazione composta da cinque tondi, né piccoli né grandi ma tutti delle stesse dimensioni. Offuscata dalla luminosità non riesco a comprendere il loro contenuto. La curiosità è tale da farmi avvicinare a grandi passi verso di essi. Solo a distanza ravvicinata scorgo che sono fotografie di momenti intimi, piccoli dettagli della realtà quotidiana. In ognuna di queste immagini noto una particolarità: l’incursione della luce è registrata in ciascuno scatto proposto divenendo elemento, soggetto principale della rappresentazione e facendo passare in secondo piano gli oggetti in esse fotografati. Subito dopo sento dei passi dietro di me, mi volto, capendo di non essere più sola. Il mio sguardo si volge così ad osservare la parete opposta dove leggo con difficoltà la locuzione:

“Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo”.

La citazione è del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer contenuta in Parerga e paralipomena (1851); la frase incanta e. al tempo stesso, suona come monito, come dura realtà cui ogni individuo deve sottostare. Medito sulla verità insita nella locuzione schopenhaueriana e sull’astuta tecnica utilizzata dall’artista per chiarirne il concetto. Pensierosa accedo alla saletta adiacente dove un’immagine fissa è proiettata sull’intera parete: una grande sfera si staglia su un fondo celeste. Cos’è? Un sole, un arcobaleno oppure un iride umana gigante? E’ un occhio che mi fissa prepotentemente riportando la mia mente a George Orwell e al suo 1984. Interrogativo che mi ossessionerà fino alla soluzione svelatami da Federica.

Federica di Carlo (classe ’84) ha studiato presso le Accademie di belle arti di Roma, Bologna e Barcellona. Da tempo lavora sul concetto di dislocazione dell’identità umana in rapporto all’idea di confine, in maniera trasversale e utilizzando diversi mezzi: disegno, installazione, scultura, suoni, performance e video.
I limiti mentali, fisici, immaginari, sono per l’artista stimoli e metafore tramite le quali costruire un discorso. Lavori sospesi che conservano simboli provenienti da un’approfondita ricerca storico-culturale, capaci di riferirsi direttamente alla memoria ancestrale dello spettatore. La dualità è una caratteristica ricorrente degli elementi utilizzati: la vita e la morte, il sonno e la veglia, si relazionano sempre con momenti, aree, e luoghi di transizione. Continuamente ricorrente nella sua indagine è il rapporto con l’elemento della luce: primo confine visibile-invisibile che passa attraverso di noi.
Tra le ultime mostre personali e collettive: Jump Across the Universe©, Sala Santa Rita, con il patrocinio di Roma Capitale; I Saltatori, Museo di San Salvatore in Lauro; Art is Real, una collezione impermanente, Palazzo Pasquino; Bang, Video art Festival, Centre d’Art Santa Monica, Barcellona.

Per approfondire ancora meglio, abbiamo intervistato l’artista.

Federica Di Carlo, i lavori presentati alla mostra Riflessione Diffusa sono incentrati sui fenomeni naturali, come la luce e l’arcobaleno. Attraverso l’osservazione scientifica dei concetti di diffusione e riflessione di tali manifestazioni sei arrivata ad elaborare un’analisi sull’idea di limite visivo umano e sulla percezione dei confini del mondo secondo la quale un raggio di luce che incide sulla superficie di un oggetto viene diffuso in molteplici direzioni definibili come casuali. In che modo hai sviluppato tale nozione? Quali sono i punti di partenza di questa ricerca?

“Il mio lavoro indaga da anni il concetto di confine come punto limite e connessione stessa tra l’esistenza e l’uomo. Confini visibili, invisibili, fisici, immateriali ecc. sono per me il punto da cui partire.
Riflettendo sulla potenza stessa della luce come elemento di vita e di morte in sua assenza, ho voluto approfondire partendo prima dalla comprensione fisica di essa. Da qui l’ambiguità del titolo Riflessione Diffusa, ovvero il fenomeno fisico attraverso il quale gli oggetti si rivelano al nostro occhio.
Siamo essere umani rinchiusi in stratificazioni costanti di confini dentro i quali esistiamo rendendocene a malapena conto. E’ qui che nasce l’urgenza di provare a svelare questi strati, di mostrare l’invisibile e di aprire la vista alla percezione del mondo.
La luce, all’interno dei miei lavori, è un elemento ricorrente che ho declinato nel tempo in svariate forme fino ad incarnare per me la soglia tra il tutto.”

Osservando le opere esposte è subito percepibile il senso di limite umano ovvero l’impossibilità dell’uomo di poter osservare oltre il proprio campo visivo, oltre l’orizzonte percepibile. Mi riferisco in primo luogo alla scritta posta sul muro della prima sala di Galleria Cinica “Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo”, citazione di Schopenhauer, il cui significato acquista maggiore forza grazie all’esplicazione tangibile e visibile del concetto stesso. Perché hai voluto porre lo spettatore di fronte a tale locuzione?

“Questo lavoro volutamente didascalico gioca principalmente con la percezione stessa dello spettatore che entrando nella sala si trova impossibilitato a leggere la frase specchiata sul muro in maniera canonica.
Mi interessava che la sensazione e la visione collaborassero.
L’opera non è la scritta in sé ma l’aspetto performativo che ne deriva e che esiste solo nel momento in cui le persone iniziano a muoversi da un lato all’altro della stanza per leggerla. Sono loro l’opera.
La frase di Schopenhauer chiarisce proprio questa dinamica umana. La possibilità c’è.”

Il concetto di limite, preso in prestito dal mondo scientifico, è da te rielaborato per andare oltre. Utilizzando immagini archetipe hai cercato di restituire una lettura inedita degli eventi che oltrepassano i confini visivi umani. Le cinque opere fotografiche disposte di fronte alla scritta sopracitata esplicano tale discorso. Osservandole sopravviene nell’utente un senso di annullamento dei punti di riferimento, uno spaesamento, dando luogo a una nuova visione della realtà in cui il confine tra visibile e invisibile sembra annullarsi…

Le cinque foto fanno parte di un progetto dal titolo Ogni cosa è illuminata che ho iniziato a sviluppare nel 2014 ed ancora in corso. In particolar modo gli scatti in mostra sono stati realizzati a Barcellona durante il mese di agosto. Tutti i giorni andavo in giro per la città in due fasce solari precise: la mattina e la sera verso il tramonto. Quelle poche ore erano per me la risorsa più preziosa per scovare frammenti di arcobaleni naturali che si palesavano nel mondo.
Tracce visibili di confini invisibili. Testimonianze di stratificazioni. Attraversamenti.”

Nella saletta adiacente, invece, hai esposto un immagine fissa che a primo impatto mi ha ricordato molteplici cose come l’arcobaleno, l’iride dell’occhio umano… in realtà cosa rappresenta?

“L’immagine fissa, mostra l’arcobaleno che si è verificato a Roma il 12 febbraio 2014 alle 17:32, a seguito di un lungo periodo di intense piogge che hanno afflitto la città. Modificando la foto e sdoppiando l’arcobaleno, ho creato un cerchio di luce quasi perfetto. Il cerchio non può combaciare perché separato da un sottile lembo di terra.
Ma è proprio la mancanza visiva dell’intera soglia di terra a generare lo spaesamento.
Ovviamente l’utilizzo di un archetipo come quello dell’arcobaleno era necessario; essendo un’immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo di tutti noi, rappresenta quel confine visibile ma inafferrabile di cui facciamo parte.
Da sempre è stato associato dall’uomo ad un simbolo divino, lo troviamo per esempio nella Genesi (9:13-16) quando Dio fa la promessa a Noè di non inondare mai più la Terra e la sigilla con l’apparizione dell’arcobaleno.
Volevo mostrare la dualità di ogni cosa che esiste a prescindere da noi e che in noi è ben rappresentata anatomicamente dall’immagine dell’occhio.”

Pensi di aver concluso tale ricerca sulla luce o questa mostra è solo una tappa intermedia di questo viaggio che hai intrapreso?

Quando si spegnerà la luce?

Info mostra

Maila Buglioni

Maila Buglioni

Buglioni Maila è storico dell’arte e curatore di mostre. Fin da piccola ha manifestato un innato interesse verso ogni forma d’arte: dalle arti visive alla danza, dal teatro all’architettura. Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Sacra Roma II, ha proseguito gli studi all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’arte contemporanea. Ha collaborato con l’associazione turistica Genti&Paesi in qualità di guida turistica nella città di Roma. Collabora attivamente con altre riviste specializzate del settore artistico. Nel 2013 ha collaborato alla realizzazione di Memorie Urbane - Street Art Festival a Gaeta e Terracina.

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