Shout! Indonesian Contemporary Art

All’inizio del 2012 visitai casualmente il Macro di Testaccio e girovagando tra i vari padiglioni, mi imbattei in un’interessante mostra chiamata Beyond The East, la quale vedeva protagonisti artisti contemporanei provenienti dall’Indonesia. Pochi mesi dopo ero su un aereo, direzione Giacarta, con un registratore in borsa e una grande voglia di esplorare questa realtà artistica così diversa da quella italiana. Un reportage – per “art a Part of Cult(ure)”, chi altri sennò? -, un libro e due anni dopo, mi arriva una mail da Mara, la direttrice della galleria Mifa di Melbourne che avevo conosciuto durante una parentesi australiana. “L’arte contemporanea indonesiana sembra seguirti! Organizzeremo a Roma una mostra di artisti indonesiani, curata da Bryan Collie e Santy Saptari, nell’ambito di Asiatica Film Mediale”. Dove? “Al Macro!”

Sebbene un paragone sorga spontaneo, sia chiaro che Shout! Contemporary Indonesian Art è una mostra drasticamente diversa da Beyond The East, sia nel taglio curatoriale, che nella scelta degli artisti in mostra, così come negli intenti.
Laddove Beyond The East era una perfetta introduzione agli aspetti più peculiari, in termini politici, sociali e culturali, dell’arte indonesiana, Shout! si sofferma su giovani artisti (nonostante alcuni di loro siano già ampiamente affermati) e non si concede affacciate al caratteristico.
In questa mostra l’Indonesia è una semplice indicazione geografica. Gli artisti trattano temi che spaziano da problematiche internazionali ad esigenze espressive intime. Si va da Gatot Pujiarto che allude alla situazione di Gaza in opere che ai nostri occhi appaiono à la Burri, fino ad Erika Ernawan, la quale mette in scena sé stessa in una serie fotografica, creando un’angosciosa e personale rappresentazione del corpo.
Proprio per via della pluralità di istanze rappresentate in questa mostra, è giusto analizzare ogni singola opera, individuandone radici e intenti, similitudini e differenze. Investigando, in ultima analisi, la semplice comunicazione che accomuna tutti gli individui al di là del passaporto.

La ricerca di Aditya Novali è sempre stata caratterizzata da una pluralità di interessi, la quale è sfociata nei contenuti delle sue opere e nel suo modo di fare arte. In New God una serie di croci rappresenta una serie di artisti dalle vertiginose quotazioni, da Damien Hirst a Frida Kahlo. La constatazione è rivolta all’eccessiva sacralizzazione della figura dell’artista in mondo incapace di credere. Nella sua poetica Aditya è partito da una ricerca collegata all’architettura per poi transitare dall’analisi dell’identità indonesiana. Con la sua ultima personale a Giacarta l’artista ha deciso di esplorare le metanarrative dell’arte. Quando l’artista mi mostra le foto delle sue opere con tele rovesciate e attrezzi da pittura fusi tra di loro, non ho potuto far a meno di pensare a Giulio Paolini. Interessante vedere come, per vie diverse, culture ed individui differenti giungano a ragionamenti simili.

Nel caso di Andita Purnama l’espressione personale si traduce in impatto estetico. La sua opera Singing in the Smokey Room consiste in un elegante abito color ruggine, a tratti smile ad un’armatura, che luccica fluttuando nell’aria e domina lo spazio. Ad un’osservazione più dettagliata si scopre che in realtà il vestito è costituito da nastri di cassette. L’artista mi spiega che questo materiale le ricorda i suoi pomeriggi di adolescente a Yogyakarta, quando canticchiava con un mangianastri in mano.

Un analogo tipo di sensibilità si ritrova anche nelle due opere di Maria Indria Sari, la quale costruisce bambole di pezza a misura di donna, ricoperte di spille da balia. Nell’opera Destiny and Regret questi fantocci sono abbandonati con disperazione su delle scale, non riuscendo a superare la propria condizione umana e raggiungere equilibrio e spiritualità. In Post-partum Syndrome: Sinked invece la figura è rannicchiata in una posizione fetale. Maria spiega che con quest’opera era sua intenzione denunciare la condizione femminile in nella società indonesiana, la quale non accetta che una neo-madre possa soffrire della diffusa depressione post-parto.

Anche la summenzionata Erika Ernawan si concentra sul corpo, presentando quattro immagini di sé stessa in “Self- Image”. Ancora una volta l’identità femminile, vista come vittima di stereotipi della società, si afferma come soggetto della fruizione, la novità che Erika ci presenta è lo slittamento continuo dell’idea di corpo femminile da un contesto prevalentemente musulmano come quello di Bandung, dove l’artista vive, e quello estremamente liberale di Berlino, dove ha soggiornato per alcuni anni. La scelta di una superficie riflettente incrinata da spaccature, spiega Erika, funge da passaggio di testimone allo spettatore.

Le tele Self-Hypnosis e Filling-up di Gusmen Heriadi mettono in scena un paesaggio interiore tramite un tipo di pittura memore di Francis Bacon e dei cromatismi fauvisti. “Certo, Francis Bacon è tra le mie fonti di inspirazioni!”, asserisce Gusmen quando gli nomino il pittore d’origini irlandesi. Quando gli chiedo cosa simboleggia quella figura stesa su una sdraio a prendere il sole, Gusmen spiega che quella è sua madre, una grande lettrice che approfitta di ogni momento libero per istruirsi. In questi due dipinti infatti Gusmen rappresenta due modalità di crescita interiore, la lettura e l’auto-ipnosi (rimango incerta sul funzionamento di quest’ultima). “E quel pavimento nero, cosa rappresenta?” chiedo, “Ah, quello è un semplice pavimento nero!”

Betrizal Besta si muove su tinte ben più fosche, creando immagini angoscianti in una tecnica pittorica iperrealista. I titoli delle sue opere sono Outside Inside, Stone Marking, Who am I e le sue figure in bianco e nero, coperte da capo a piedi da bende ed altri oggetti, si divincolano in uno spazio oscuro e claustrofobico. Non si intravedono peculiarità indonesiane nel tema trattato, quello dell’educazione dei bambini, simboleggiati da oggetti e disegni infantili sul muro. Ciò che si evince sono i dubbi e le paure che ci accomunano tutti quando si parla di scelte e libertà individuali.

Una tecnica iperrealista viene impiegata anche da Sigit Santoso, il quale curiosamente pervade le proprie opere di un simbolismo cristiano (in Ichtus) e mitologia greca (in Sisyphus). L’artista mi spiega che per anni ha studiato queste mitologie e nelle sue opere le associa alla realtà che lo circonda. Così per lui il lavoratore indonesiano che trasporta il riso si trova in una situazione punitiva sisifiana, mentre il pittore che dipinge nell’aria l’immagine di un pesce corrisponde metaforicamente alla perdita di valori. Attraverso l’utilizzo di queste simbologie così vicine alla nostra cultura mediterranea, le opere di Sigit si pongono come un ponte culturale, distruggendo lo stereotipo per il quale se uno è indonesiano deve necessariamente dipingere in stile Batuan.

Un ulteriore avvicinamento alle nostre mitologie ed icone è rappresentato anche da Tantin, pseudonimo di I Gusti Ngurah Udiantara, il quale stilizza il volto di Sofia Loren attraverso piatti di alluminio. Quest’opera è parte di una serie dove Tantin presenta vari ideali di bellezza in diversi paesi e diversi momenti storici, contemporaneamente sperimentando a livello formale. Il titolo dell’opera risuona però come un ammonimento: Sono bella per questo esisto.

L’opera di Yudi Sulistyo Caravan, un quattro-ruote sul quale si ammassa un’intera baraccopoli, ha l’aspetto di un giocattolo, ma allo stesso tempo tradisce tematiche sociali. L’artista si interroga sul ruolo dell’abitazione nella vita della comunità e sulla mobilità individuale. Lo spostamento dalle campagne alle città è un fenomeno di grande rilevanza in Indonesia, le quali città principali sono tentacolari metropoli dalla crescita disordinata. I problemi sociali e ambientali che ne conseguono sono evidenti, e Yudi si impegna a portarli alla luce tramite il proprio lavoro.

Angki Purbandono, coordinatore del gruppo fotografico/artistico mes56 di Yogyakarta, è invece l’autore tre fotografie dall’aspetto totemico, più precisamente “scannografie” perchè realizzate con uno scanner. Il titolo è “Corn Republic” e su tre pannocchie smangiucchiate si ergono un uomo ragno, un gorilla e un soldato di plastica. L’aspetto giocoso del lavoro in realtà allude alla problematica globale delle risorse alimentari, che spesso vengono sottratte ai legittimi padroni.

Questo interesse per temi internazionali è esemplificato dall’esperienza creativa di Gatot Pujiarto, il quale si muove tra un astrattismo materico e l’urgenza di dire la propria sulle grandi tragedie del mondo. L’artista combina questi due concetti diametralmente opposti conferendo un valore metaforico a tutti gli elementi della composizione. Un fondo nero dipinto con una grande violenza espressiva e recante la scritta “Save Gaza”, emerge sotto una seconda tela squarciata in più punti. L’analogia è chiara e lampante: una pace apparente ha rivelato un conflitto ben più profondo e radicato. L’elegante tela Dark Age presenta anch’essa due livelli sovrapposti, ma in questo caso la prima tela nera è strappata e sfilacciata per rivelare un fondo bianco, una luce che emerge dalle tenebre in una visione ottimista.

Tra particolare e generale, gli artisti di Shout! sfuggono ad ogni definizione di esotismo, presentandosi non come semplici ambasciatori artistici, ma come individui dalle più svariate poetiche e influenze.

Naima Morelli è una critica e curatrice specializzata in arte contemporanea dall’area Asia-Pacific ed autrice del libro Arte Contemporanea in Indonesia, in uscita a Novembre 2014. Trovate una preview del libro all’indirizzo: naimamorelli.com/arteindonesia

Naima Morelli

Naima Morelli

Naima Morelli è critica d’arte e curatrice indipendente. Nasce a Sorrento e studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Comincia collaborando con il Mattino e scrivendo di musica per numerosi magazine d’orientamento rockettaro (Il Mucchio, Rockshock etc.). Recensisce le mostre d’arte contemporanea per Teknemedia, finchè non viene radiata per una stroncatura di Sandro Chia. Trasferitasi a Roma comincia la duratura collaborazione con art a part of a cult(ure), Women in the City e riviste d’arte straniere tra cui Art Monthly. Contemporaneamente collabora con varie gallerie del panorama romano ed è resident curator per The Room Gallery.