A causa delle complessità politiche e di un’identità culturale difficile da identificare, gli artisti kazaki sono stati tradizionalmente ai margini dalla scena artistica mondiale. Colonizzati da parte Russia e Cina, negli ultimi anni questi artisti stanno emergendo con una propria identità artistica distinta ed originale, mossi soprattutto da una forte volontà di condividere le proprie peculiarità culturali con un pubblico internazionale.
Quest’anno un passo importante verso questa direzione si è compiuto con il Padiglione del Kazakistan alla Biennale di Venezia, intitolato Jerūiyq: Viaggio oltre l’orizzonte, volto ad espandere la percezione dell’arte kazaka. Allestita nello storico edificio del Museo Storico Navale, la mostra reinterpreta gli antichi miti kazaki e i viaggi del filosofo del XV secolo Asan Kaigy.
Il nome “kaigy” corrisponde alla parola “dolore,” che per i kazaki simboleggia gli incontri, spesso traumatici, con l’avvento della modernità nei suoi aspetti più nefasti: dalla devastante carestia degli anni Trenta, ai crateri lasciati dagli esperimenti nucleari a Semey, al restringimento del Mare d’Aral. Tutti questi eventi hanno segnato profondamente l’animo e il paesaggio kazako e sono spunto di riflessione costante per gli artisti locali.
Il padiglione nazionale presenta questo genere di lavoro, di fatto ripercorrendo l’evoluzione dell’immaginario utopico kazako dagli anni Settanta fino ad oggi, attraverso le opere di artisti che offrono visioni di mondi ideali e idealizzati, dove l’utopia si fonde con il movimento artistico del Futurismo decoloniale.
Ne abbiamo parlato con il curatore Anvar Musrepov, che insieme all’organizzatrice del padiglione e gallerista Danagul Toplebay, ci hanno raccontato l’importanza della partecipazione del Kazakistan alla Biennale di Venezia quest’anno, e i modi in cui l’arte contemporanea kazaka si sta imponendo sulla scena internazionale.
Musrepov, come è nata l’idea della mostra nel padiglione kazako Jerūiyq: Journey Beyond the Horizon?
Per questa mostra, la nostra ricerca curatoriale si è concentrata sul tema dell’utopia e dell’immaginazione futuristica, e come questa abbia interessato diverse generazioni di artisti kazaki dagli anni Settanta fino ad oggi. Da qui abbiamo deciso di ricostruire una cronologia fino ad oggi invisibile, raccogliendo le opere di generazioni di artisti differenti, e dividendole per decenni.
In questo modo abbiamo dato corpo ed espressione a quella che di fatto è stata una vera e propria ondata artistica, quella del futurismo kazako, intrisa di spiritualità, nomadismo e di utopia.
Il titolo della mostra allude all’antica leggenda di Jerūiyq. Mi parla un po’ di questa leggenda e di come è stata interpretata dagli artisti?
Jeruiq è un’antica leggenda che racconta della ricerca di Asan Kaigy, consigliere dei primi khan kazaki Zhanibek e Kerey, di una terra promessa. Secondo la leggenda questa terra è un luogo senza tempo, senza malattie o tristezza.
Ci è sembrato che questo mito rappresentasse la metafora ideale per raccordare tutte le intuizioni presenti nelle opere in mostra. È incredibile come artisti di diverse generazioni abbiano espresso in modalità diverse un ‘immaginario comune, un immaginario che potremmo definire “futurista post-nomade.”
Può dirmi qualcosa di più sulla figura di Asan Kaigy?
Asan Kaigy è un personaggio della cultura kazaka che si muove tra storia e mito. La sua storia è stata tramandata nella ricca tradizione orale del nostro paese. In ogni regione del Kazakistan esistono differenti leggende locali sui miracoli compiuti da Asan Kaigy.
Come avete selezionato gli artisti partecipanti?
Per me e Danagul Toplebay si è trattato di identificare le opere chiave per ogni decennio, a partire dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Per ragioni burocratiche e di spazio non abbiamo potuto includere opere per noi fondamentali, ma l’idea è quella di continuare a sviluppare questo tema in una grande mostra in Kazakistan, un’antologia che riprenda i temi chiave di questo padiglione veneziano.
Dal punto di vista curatoriale, può parlarmi di come avete organizzato le opere nelle diverse sale, e come queste interagiscono tra di loro?
Siamo partiti dalla percezione nomade del tempo, che differisce dalla percezione temporale eurocentrica, che è lineare e ha un inizio e una fine. I nomadi invece concepiscono il tempo in maniera ciclica, come una sorta di cerchio chiuso, all’interno del quale si alternano le stagioni. L’inverno rappresenta la morte e la primavera il rinnovamento. Nel nostro padiglione, le opere e le sale formano un sistema chiuso che alterna utopie e distopie.
Il Padiglione riflette il lato oscuro della modernità, facendo riferimento a una serie di eventi tragici della storia recente del paese. Gli artisti in mostra si sono ispirati direttamente a questi eventi per creare le loro opere?
Questi temi sono certamente il filo conduttore di molte opere d’arte kazake. Ad esempio, La fine del mondo di Yerbolt Tolepbay, dipinto durante la Guerra Fredda, riflette l’ansia dell’epoca associata all’aspettativa della fine della Storia. Durante il periodo della carestia in Kazakistan la popolazione locale credeva che il mondo sarebbe finito.
E ancora, dopo l’avvento dell’Islam un gran numero di narrazioni apocalittiche entrarono a far parte della mitologia kazaka, fondendosi con la cultura pagana, così come li troviamo nella opere, faccia a faccia nella stessa sala di Lena Pozdnyakova e Eldar Tagi.
L’installazione sonora Presence invece comprende materassi tradizionali kazaki che rappresentano le fasi del disseccamento del Mare d’Aral. Il sito sperimentale di Semipalatinsk diventa l’immagine centrale del film post-apocalittico Alastau, girato nella zona più colpita dalle radiazioni.
Questa tematica del Futurismo decoloniale è presente a varie latitudini nel mondo dell’arte. Che forma ha preso questo concetto in Kazakistan nel corso degli anni?
All’inizio degli anni 2000, la scena artistica kazaka ha mosso i suoi primi passi sulla scena internazionale. Una ventina d’anni fa i nostri artisti erano alla ricerca della loro identità, spesso calcavano la mano su questa idea dei barbari della steppa, creando una sorta di auto-esoticizzazione a favore di un pubblico europeo.
Oggi per fortuna questa auto-rappresentazione e percezione è cambiata in modo molto significativo. Nel Kazakistan moderno non ci sentiamo più dei barbari; vogliamo veramente andare oltre questa stigmatizzazione, e piuttosto parlare delle nostre preoccupazioni contemporanee e per il futuro, in una prospettiva che è autenticamente nostra.
Qual è l’importanza di eventi come la Biennale di Venezia per gli artisti kazaki, nell’ottica di veicolare un’immagine più autentica e meno stereotipata del paese?
Negli anni dell’indipendenza, artisti, ricercatori e scrittori hanno lavorato a lungo per ridare lustro al passato e far emergere una storia locale che era stata messa a tacere durante il periodo sovietico.
Il Kazakistan, come altri Paesi sotto il dominio sovietico, è stato per anni sottoposto ai dettami di Mosca. Ora abbiamo l’opportunità di creare la nostra visione del futuro senza fare riferimento alla Russia, allineandoci piuttosto ad altri movimenti di futurismo decoloniale.
È la seconda volta che il Kazakistan avrà un proprio Padiglione alla Biennale di Venezia. Avete tenuto conto dei temi del primo padiglione a Venezia, o questa vostra mostra è da considerarsi un nuovo inizio?
Il primo Padiglione era strutturato diversamente, nel senso che era incentrato sulla figura dell’artista Sergei Kalmykov. Per certi versi si possono fare dei parallelismi, visto il medesimo contesto culturale. Tuttavia, le tematiche sono differenti, e in termini di varietà di artisti e opere abbiamo voluto fornire ai visitatori una panoramica e una selezione più d’ampio respiro.
Gli artisti kazaki sono stati storicamente poco rappresentati nel panorama artistico internazionale: secondo lei perché?
Il fatto che sia solo la seconda volta che il Kazakistan alla Biennale la dice lunga sullo stato dell’arte contemporanea locale.
Durante il periodo sovietico, il Kazakistan era un Paese piuttosto chiuso a causa della presenza di un gran numero di basi militari e laboratori che rendevano difficile per gli stranieri ottenere il visto.
Questo isolamento dalla concorrenza internazionale ha certamente lasciato un segno, che perdura tuttora.
Che tipo di reazione avete riscontrato nel pubblico che ha visitato il Padiglione?
Abbiamo ricevuto molti feedback positivi dai colleghi di tutto il mondo, che hanno accolto con interesse le linee di ricerca comuni tra le diverse generazioni di artisti kazaki.
Il futurismo kazako non è qualcosa che stiamo inventando da zero; stiamo semplicemente raccogliendo opere di varie epoche. Mettendole insieme, è emerso un fil rouge.
Gli artisti
Il Padiglione Kazako
Naima Morelli è una critica e giornalista specializzata in arte contemporanea nel Sudest Asiatico e Medioriente, ed è un'autrice di graphic novel. Scrive regolarmente per Middle East Monitor, Middle East Eye, CoBo, ArtsHub, Art Monthly Australia e altri. Collabora con gallerie asiatiche come Richard Koh Fine Arts, Lawangwangi Creative Space, Tang Contemporary con testi critici e come liason tra Italia e Sudest Asiatico. E’ autrice di due libri-reportage intitolati “Arte Contemporanea in Indonesia, un’introduzione” e “The Singapore Series”. Sotto lo pseudonimo “Red Naima” ha pubblicato le graphic novel “Vince Chi Dimentica”, incentrato sulle tensioni artistiche di inizio ‘900, e “Fronn ‘e Limon”, realismo magico all’italiana.































