55a Biennale di Venezia. Una panoramica

Distribuita in molteplici sedi ed eventi collaterali la 55° Biennale di Venezia si presenta al visitatore come un immensa summa dell’attuale offerta artistica mondiale, un evento impossibile da visitare in tutta la sua maestosità e sconfinatezza nei pochi giorni della Vernice..

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Il susseguirsi degli opening dei Padiglioni, delle presentazioni dei libri e degli oltre quaranta eventi collaterali dislocati nelle varie sedi cittadine non consente alcuna sosta! Ne deriva un continuo fermento che non si esaurisce nel vernissage dell’evento ma si rigenera ininterrottamente di luogo in luogo fino all’ultima inaugurazione.

Ripensando a posteriori a ciò che ho osservato nelle giornate a disposizione – premettendo di non aver visto tutte le proposte presentate nella kermesse internazionale – e mettendo un po’ di ordine alle fotografie scattate, rivivo indimenticabili momenti di un tour de force che è valso la pena affrontare.

Titolo dell’attuale edizione, Il Palazzo Enciclopedico è stato pensato come un unico percorso che si snoda dal Padiglione Centrale dei Giardini all’Arsenale, interessando ogni singola sede.

Coinvolgente ed emozionante la mostra di Massimiliano Gioni accoglie l’utente facendolo sprofondare nella trappola appositamente tesa dal curatore, il quale ha ideato un esposizione imperniata sul potere che oggi hanno le immagini sull’individuo. Infatti, come egli stesso afferma:

“Il Palazzo Enciclopedico è una mostra in cui si rende manifesta una condizione che condividiamo tutti, e cioè quella di essere noi stessi media, di essere conduttori di immagini, di essere persino posseduti dalle immagini”.

Prendendo le mosse dall’utopistica idea creativa di Mario Auriti, concepita nel 1955, Gioni dà vita ad un museo reale in cui raccoglie e cataloga molteplici espressioni artistiche con opere che spaziano dall’inizio del XX secolo ad oggi e che includono più di 150 artisti provenienti da ben 38 nazioni: dalla fotografia alla scultura, dai video alla pittura, dall’installazione ai bestiari, dalle tavole enciclopediche alle performance. Nota positiva è sicuramente l’immensa ricerca fatta a monte e la caparbietà di collocare sullo stesso livello la ricerca di artisti maggiormente noti – come Rossella Biscotti, Pawel Althamer, Paul McCarthy, Walter De Maria, Bruce Nauman, Tino Sehgal – con l’indagine di creativi dimenticati o poco elogiati o ancora con lavori che non hanno la pretesa di essere opere d’arte. Scopo ultimo è mostrare l’eterogeneità di figurazioni recentemente prodotte su scala mondiale evidenziando la sete, tipicamente umana, di sapere e vedere tutto. Un arduo tentativo curatoriale svolto in maniera sapiente, nonostante le critiche avanzate dalla stampa estera e non solo, e che non si prefigge l’obiettivo di appagare totalmente il visitatore ma desidera incitare quel bisogno di sapere…

Passando ai Padiglioni Nazionali è impossibile non menzionare alcune new entry che hanno egregiamente debuttato accanto a storici stati.

Esemplare è il Padiglione della Santa Sede curato da Antonio Paolucci che, come già affermato da Barbara Martusciello (http://www.artapartofculture.net/2013/05/24/il-padiglione-vaticano-alla-biennale-di-venezia-2013-tra-vecchi-scandali-e-nuove-certezze/), ha invitato tre noti nomi dell’arte contemporanea acclarati e che hanno ragionato su altrettanti concetti ispirati dal libro biblico della Genesi. Su tale soggetto ruota il trittico realizzato da Tano Festa nel 1979 che precede l’esposizione, il quale ha dedicato parte della propria ricerca pittorica all’arte di Michelangelo e ai suoi affreschi della Cappella Sistina. Il romano, scomparso nel 1988, fu ispirato dal fiorentino per dar vita alle tre opere qui esposte dove la piattezza del medium fotografico e pittorico ed il forte contrasto tra tinte divergenti preannunciano la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, l’incipit del dramma terrestre, divenendo sintesi dei temi sviluppati nelle sale. Nella prima stanza il buio aiuta l’osservatore ad immettersi in una dimensione altra, dove a regnare sono i video di Studio Azzurro, ispirati al tema della Creazione, il cui il protagonista è l’uomo. Come in altre loro installazioni, anche qui lo spettatore è stimolato ad interagire con l’opera divenendone co-protagonista attraverso la realizzazione di un ambiente sensibile appositamente progettato. Detenuti e sordomuti invitano l’utente ad entrare in relazione con loro per attivare le proprie storie al fine di oltrepassare la dimensione formale della rappresentazione ed immergersi nel concetto di origine rivitalizzandolo oppure estraendo forme, creature e suoni dai movimenti delle mani e dal linguaggio dei segni messo a punto da essi. Nella stanza successiva dominano le enormi stampe fotografiche in bianco e nero di Josef Koudelka. Alcune di esse sono appese al muro mentre la maggior parte sono a adagiate in terra, come in attesa di un futuro migliore per poterle appendere dopo una prossima catastrofe. Fin da subito rimaniamo colpiti da ciò che il fotografo ceco ha impressionato attraverso l’impiego di una fotocamera panoramica: in ogni scatto domina la distruzione, la De-Creazione. Panoramiche realizzate tra il 1986 ed il 2012, in vari luoghi dell’Europa e del Vicino Oriente, che narrano la contrapposizione dell’uomo al mondo e alle sue leggi, alla distruzione materiale derivante dalla perdita del senso etico. Ne emerge un muto dialogo tra immagini che evocano tre temi: l’intervento del tempo sulla storia umana e sull’ambiente; gli scenari di guerra, dove emerge il silenzio che ne deriva; e, infine, i due antitetici poli di natura e mondo industriale. Nel terzo ed ultimo vano padroneggia, invece, il bianco della luce e dell’opera di Lawrence Carrol. L’australiano riflette sul tema della Ri-Creazione attraverso l’installazione Another Life, appositamente creata, e composta da quattro enormi wall paintings e un floor piece. Qui, importantissima è l’illuminazione pensata come il più possibile naturale e diffusa uniformemente dal soffitto per esplicitare appieno la qualità di assorbenza dei colori tenui e naturali, delle cere e degli oli, medium a lui molto cari. Opere scarne, essenziali su cui sono apposti semplici oggetti di recupero come lampadine, bastoni o polveri. Lavori che richiedono lunghi periodi di gestazione e una meticolosa disciplina in quanto i fattori di crescita e lentezza giocano un ruolo fondamentale. Inoltre, tra i pannelli c’è un freezing painting che, mutando d’aspetto a causa del ciclico e quotidiano scongelamento e ricongelamento, diviene metafora della rigenerazione intesa come possibile Ri-Genesi dopo un periodo di De-Creazione o distruzione come quello che attualmente stiamo vivendo su molteplici fronti (sociali, politici, economici, ambientali, culturali, etc.. ).

Interessante anche il Padiglione delle Bahamas curato da Jean Crutchfield e Robert Hobbs, ulteriore nazione esordiente che approda nel belpaese con un progetto che si pone agli antipodi rispetto al suo paesaggio naturale. L’artista Tavares Strachan presenta un’installazione multisensoriale che indaga sul tema delle esplorazioni eroiche, delle traslazioni culturali, della narrazione storica ed il mutamento delle narrazioni culturali nel corso del tempo. Nell’ambiente buio prevale, contrariamente a quanto lo spettatore potrebbe immaginarsi, una dimensione artica: video, tele, fotografie e installazioni varie ci parlano dei ghiacci e della scoperta del Polo Nord avvenuta nel 1909 da parte di Robert Peary e Matthew Hensor Alexander. Tutto è bianco tranne l’artista, il cui viso spicca nella panoramica che lo raffigura all’estremo Nord con indosso una candida tuta termica. Contraddizioni che si riflettono in tutta la ricerca di Tavares tesa a dimostrare che, contrariamente a quanto narra la storia, il primo americano a raggiungere il polo non fu Robert Peary bensì Matthew Hensor Alexander, come attestato in varie documentazioni scritte e orali. Inoltre, l’artista riflette sul concetto di appartenenza di un individuo alla cultura e al luogo natio. Egli stesso afferma che non esiste miglior posto per proporre tale indagine se non la Biennale di Venezia, area di interazioni tra culture differenti e apparentemente inconciliabili.

Se Gioni ha scelto gli Outsider, Bartolomeo Pietromarchi ha preferito puntare sugli insider per il progetto Vice Versa, pensato come viaggio ideale nell’arte italiana attuale e da lui curato nel Padiglione Italia. Lo spazio, suddiviso in sette ambienti, ospita altrettante coppie di artisti associati secondo affinità poetiche, tematiche o pratiche. Sette binomi individuati dal curatore seguendo una suggestione di Giorgio Agamben sull’interpretazione della cultura italiana attraverso abbinamenti di concetti polarmente coniugati: veduta/luogo, corpo/storia, suono/silenzio, prospettiva/superficie, familiare/estraneo, sistema/frammento e tragedia/commedia. Funziona bene il confronto tra Luigi Ghirri e Luca Vitone. Il primo, maestro della fotografia di paesaggio in Italia, è rappresentato con un ampia selezione di Viaggio in Italia, scatti realizzati tra il 1973-1984 sul territorio nostrano; mentre il secondo presenta lavori che nascono dalla riflessione del concetto di luogo e dall’impiego di differenti linguaggi. Indimenticabile è l’odore di rabarbaro derivato da Per L’Eternità, scultura acromatica monolfattiva ispirata alle vicende legate all’Eternit, evocatore di drammatiche vicende. Di forte impatto risulta Massa Sepolta ovvero le monumentali casse di Francesco Arena, immediato richiamo alle tragedie delle fosse comuni in perfetto dialogo con la proposta di riportare in vita la perfomance Ideologia e Natura del 1973 di Fabio Mauri. Il continuo svestirsi/vestirsi della performer è metafora di uno svelamento reale e simbolico nei confronti di ogni costume ideologico, culturale e storico. Coinvolgente anche la perfomance Ossido Ferrico di Francesca Grilli basata sul suono inteso come strumento di comunicazione con l’inconscio individuale e collettivo. Il dialogo instaurato tra i vocalizzi della cantante e il ritmo cadenzato di una goccia che cade sopra una lastra di ferro genera un messaggio sulla fragilità delle parole non dette divenendo contemporaneamente strumento musicale e cassa di risonanza. Accanto a lei Massimo Bartolini invita il pubblico a provare il percorso tortuoso allestito sulla rampa realizzata dall’architetto Purini: Due è un cammino affatto invitante, che conduce l’astante a un muro cieco, a una soluzione insoluta. Unica evasione possibile sono il suono silenzioso delle fluxus-parole/musiche scritte da Giuseppe Chiari. Fredde e asettiche sono le installazioni Quadri di un’esposizione di Giulio Paolini e Senza Titolo di Marco Tirelli, i quali partono da concetti divergenti per arrivare ad esiti affini ovvero all’elaborazione di differenti messe in scena: se il primo utilizza la prospettiva geometrica per accompagnare lo sguardo dello spettatore all’interno di una scenografia illusoria; il secondo contrappone la superficie bidimensionale dei suoi disegni a piccole sculture e assemblaggi 3D per creare un teatro della memoria.

Spiazzante ed imponente è la perfomance La voglia matta di Marcello Maloberti che mette a punto una critica nei confronti di consolidati vessilli dell’identità nazionale, oggi sentiti come estranei e, quindi, in bilico tra la nostra natura/tradizione e la modernizzazione/progresso. Di minore impatto risulta la rievocazione de La Cupola di San Pietro di Flavio Favelli attuata attraverso ceramiche dipinte ed un’enorme struttura di recupero, originariamente usata come copertura dei palchi delle orchestre ospitate durante le processioni religiose popolari. Tale architettura commemora sia il passato collettivo sia quello strettamente personale dell’artista romano. Mentre la semplice installazione di mattoni The Dry Salvages di Elisabetta Benassi è così potente da rimanere impressa nella mente di chi la osserva. La sua riflessione sull’inesorabilità del tempo e sulla potenza distruttiva della natura rivela, tuttavia, una possibile via d’uscita attraverso la rigenerazione della materia stessa riportando, al contempo, l’attenzione nei confronti della corsa alla conquista dello spazio attuata negli ultimi cinquant’anni. Poi c’è l’istallazione Piccolo Sistema di Gianfranco Baruchello, il quale riattualizza temi a lui cari contrapponendo uno spazio-laboratorio, equivalente al suo studio, con uno spazio onirico rappresentato da un letto dove, grazie all’inconscio, agiscono le forze generatrici della creazione artistica. Nel giardino si confrontano Sislej Xhafa e Piero Golia. Il primo dà vita a Parallal Paradox, un’insolita perfomance ambientata su un albero, in cui un barbiere riceve i suoi cliente come se fosse in un barberia, contrapponendosi ad una bara rivestita di biglietti della lotteria posta nell’interno del Padiglione. L’accento sulla casualità e sull’assenza di logica che accomunano morte e gioco d’azzardo proietta l’osservatore in una dimensione in cui la tragedia può assumere i tratti graffianti ed imprevedibili della commedia e viceversa. Il secondo, invece, realizza Untitle (My gold is yours): un monolite in cemento e oro zecchino per riflettere sul valore economico dell’opera d’arte. La perdita del materiale prezioso nel corso del tempo e la difficoltà oggettiva di recuperarlo genera un rovesciamento tra valore reale e valore simbolico dell’oggetto annullando ogni possibile relazione tra opera ed osservatore.

Merita attenzione il Padiglione del Cile, rappresentato quest’anno da Alfredo Jarr e a cura di Madeleine Grynsztejn. Il cileno ha realizzato Venice,Venice, un’installazione che deve essere interpretata come un invito a riflettere su come potremmo adeguatamente rappresentare la cultura attuale attraverso gli innovativi mezzi messi a disposizione dal progresso del XXI secolo e, nello specifico, vuole essere una sollecitazione a meditare su come rinnovare la Biennale, a tutt’oggi basata sulla rigida impostazione monarchica del 1895, anno in cui furono scelti i paesi e gli architetti invitati a costruire i primi padiglioni stranieri. Jarr dà vita ad un dialogo tra l’immagine fotografica in cui è ritratto il giovane Lucio Fontana, in posizione instabile tra le macerie di una Milano devastata in seguito alla seconda guerra mondiale, e l’installazione vera e propria. Al di là dell’istantanea, una scalinata – memore dei ponti veneziani – invita lo spettatore a salire per osservare l’acqua contenuta in una vasca, dove ogni tre minuti emerge e si dissolve il modellino dei Giardini della Biennale. L’artista ipotizza un fantasmagorico scenario futuro in cui la kermesse è rappresentata come un Atlantide contemporanea. La devastazione fisica e morale che segue a ogni catastrofe, naturale o bellica, è secondo Jarr l’unico modo per poter ricostruire e rinnovare – sia dal punto di vista creativo sia politico – non solo questa importante rassegna artistica ma ogni nazione in crisi.

Inoltre,è importante la visione di ulteriori e imperdibili Padiglioni nazionali presenti nei Giardini.

Nel Padiglione Spagnolo Lara Almacegui presenta Materiali Costruttivi del Padiglione Spagnolo ovvero una riflessione sull’edificio stesso, costruito nel 1922 da Javier de Luque, occupando l’intero spazio e ostruendo il passaggio del pubblico attraverso imponenti montagne di macerie di diversi materiali edilizi (segatura, vetro, miscela di scorie e cenere d’acciaio) corrispondenti per tipologia e misura agli stessi che furono impiegati per erigere l’immobile.

Assolutamente da attraversare è Bang, l’installazione di sgabelli di Ai Weiwei sita all’interno del Padiglione Francese ovvero Tedesco, dove sono presenti anche il regista franco-tedesco Romuald Karmakar, il sudafricano Santu Mafokeng e la fotografa indiana Dayanita Sinh. Quest’anno, in ricordo del cinquantesimo anniversario del Trattato dell’Eliseo che sanciva la fine della millenaria guerra tra Germania e Francia, le due nazioni hanno attuato uno scambio di sedi, un’esortazione a credere nel possibile dialogo pacifico tra stati da sempre rivali. Tornando agli 866 sgabelli dell’artista cinese occorre evidenziare che nell’odierna Cina lo sgabello a tre gambe è un pezzo d’antiquariato. Infatti, dopo la Rivoluzione Culturale del 1966 e la conseguente modernizzazione nel paese è crollata la produzione di tale panchetto in legno per lasciar spazio a moderni materiali come plastica o metallo. Ai Weiwei ha reclutato artigiani tradizionali dotati delle rare competenze necessarie per realizzare una struttura che si espande fino ad occupare, come una pianta invasiva, l’intero volume della sala dove è contenuta. Un sottile richiamo all’incontrollata espansione delle megalopoli mondiali, dove il singolo sgabello è metafora dell’individuo e delle sue relazioni con il sistema globale attuale.

La Francia, rappresentata dal franco-albanese Anri Sala, punta invece sull’emotività grazie alla presentazione di video riuniti nel progetto Ravel, Ravel Unravel, a cura di Chiristine Marcel. Un titolo polisemico incentrato sui concetti di ingarbugliare (Ravel) e svelare (Unravel), nonché sull’immediato riferimento al compositore francese Maurice Ravel autore nel 1930 del Concerto in re per la mano sinistra. Nella camera anecoica realizzata nella sala centrale sono proiettati simultaneamente due film incentrati sulla mano sinistra di un pianista famoso e commissionati a due artisti da Sala. Attraverso un lavoro sul suono spaziale prodotto dal sound designer Oliver Goinard, si genera la percezione di una corsa musicale a causa dei ritmi mutevoli preparati da Anri Sala e dal compositore e direttore d’orchestra Ari Benjamin Meyers. Mentre, nei vani adiacenti altri due video, intitolati Unravel, rappresentano il tentativo, da parte del dj Chloe, di unire le due interpretazioni del Concerto.

Sul fronte britannico Jeremy Deller, mette in scena English Magic ovvero una riflessione imperniata sulla società inglese, sulla sua storia economica, socio-politica e culturale. Miti e icone, simboli del folklore locale dominano le pareti del Padiglione. Un ambientazione che parte da un’albanella reale che si vendica su una principesca Range Rover, allusione ad una vicenda di caccia che coinvolse il giovane Harry, per concludersi nella rievocazione del tour britannico di David Bowie del 1972 che rappresentò per molti giovani una realtà alternativa durante la crisi economica, sociale e politica britannica. Rigenerata da una tazza di thè inglese, offerto ai visitatori di questo Padiglione, concludo il tour con gli States. In tale sede Sarah Sze ha realizzato Triple Point: una serie d’installazioni correlate ideate per coinvolgere e, al contempo, disorientare lo spettatore mediante occupazione sia dell’interno sia dell’esterno dell’edificio palladiano. L’opera site-specific, creata in tre mesi in situ, è costituita da un immenso laboratorio apparentemente ancora work-in-progress, dove Sarah ha raccolto materiali provenienti dall’area urbana di Venezia (fotografie, biglietti del vaporetto..). Materiali e strutture pensate volutamente per essere percepite come instabili, nozione contenuta nel titolo stesso: Triple Point indica, infatti, la particolare temperatura in cui le fasi caratterizzanti una sostanza (gassosa, liquida e solida) coesistono in perfetto equilibrio. La fragilità dell’equilibrio ed il desiderio di ritrovare una posizione stabile sono i concetti che regnano nella avvolgente ed affascinante opera dell’americana.

Evento esclusivo, visibile solamente a coloro che erano a Venezia tra il 29 Maggio al 03 Giugno, è stata l’installazione site-specific di Arthur Duff, le cui luci hanno catturato coloro che passavano davanti a Palazzo Malipiero Barnabò poiché la proiezione era visibile fin dai vaporetti che ininterrottamente attraversano il Canal Grande. I suoi inconfondibili laser verdi sottolineavano i labili confini esistenti nella medesima sede tra spazio pubblico e privato, nel quale gli inaccessibili tesori sono visibili a pochi privilegiati. Il titolo Precious objects – Extraordinary Indivisuals richiama l’antico cliché secondo cui è richiesto all’artista di avere qualità straordinarie per creare oggetti preziosi. Duff ha proiettato in tale contesto i risultati della sua ultima ricerca: ha chiesto via email a numerose persone di descrivergli un oggetto prezioso e un individuo straordinario. Tali descrizioni, montate in loop, sono state proiettate nelle serate della Vernice. Scopo ultimo del progetto è generare una connessione tra interno/esterno dell’edificio coinvolto, tra paesaggio urbano veneziano e villa privata.

In ultimo, tra i molteplici eventi collaterali che hanno visto come protagonisti artisti di calibro internazionale (da Ai Weiwei, a Marc Quinn.), consiglio di far visita alla mostra Nell’acqua capisco, a cura di Claudio Libero Pisano, in cui sono presenti creativi nostrani riuniti per l’occasione dal CIAC di Genazzano (RM). Nella doppia sede dell’Ateneo Veneto e delle Procuratie Vecchie sono esposte fino al 29 Settembre le opere di diciassette artisti sia giovani sia affermati (Gregorio Botta, Simone Cametti, Paolo Canevari, Davide D’Elia, Alberto di Fabio, Bruna Esposito, Andrea Galvani, Laurel Holloman, Regina Josè Galindo, Donatella Landi, Marina Paris, Simone Pellegrini, Giacchino Pontrelli, Annie Ratti, Barbara Salvucci, Donatella Spaziani, Francesco Vaccaro). Lavori di varia tipologia che ruotano attorno al tema dell’acqua, dove l’elemento liquido è inteso come veicolo di relazioni, comunicazioni, sentimenti e aspirazioni.

 Info

  • 55a Biennale di Venezia
  • Cà Giustinian San Marco, 1364a – 30124 Venezia
  • ingresso a pagamento
  • orari: martedì-domenica 10:00-18:30 – chiuso il lunedì (escluso lunedì 3 giugno e lunedì 18 novembre)
  • info: tel. +39 041.5218711 – fax. +39 041.5218704
  • www.labiennale.org | aav@labiennale.org

 

1 comment

  1. Articolo bellissimo! Completo ed engaging. Se non fossi impegnata qui a Londra con 2000 cose andrei di corsa a vedermela. Soprattutto il lavoro della statunitense Sarah Sze mi e’ sembrato veramente interessante..

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