Persino la stupidità congenita è nulla a confronto della pessima reputazione di cui gode il fallimento, eppure Costica Bradatan, filosofo romeno, ha voluto dedicare all’argomento un corposo volume dall’eloquente titolo, Elogio del fallimento. Quattro lezioni di umiltà (il Saggiatore), traduzione di Olimpia Ellero.
Moriremmo invano se dovessimo mancare all’incontro con le nostre precarietà, con le numerose epifanie del fallimento.
Scoprirsi dissonanti rispetto al mondo porrà in crisi il nostro “ruolo primario”, consentendoci di acquisire un’insperabile coscienza esistenziale.
Esperienza che potrà salvarci la vita a patto di farne buon uso, a patto di fallire meglio, di fallire di nuovo, come suggerisce Samuel Beckett, assiduo frequentatore della materia.
Impresa non facile e per di più comune a tutti, al pari del peccato originale, perché si verrebbe al mondo anche per fallire.
Capiterà di mettersi all’opera con dedizione, benché l’esperienza potrà rivelarsi ridicola e devastante, fonte di vergogna e di imbarazzo.
Beckett sul tema è categorico, “…tentare di nuovo… Fino a disturbarsi una buona volta…”, fino a vomitare tutto e mostrare così la nostra complessa e oscura condizione esistenziale.
Bradatan ne è persuaso, il fallimento ci condurrà verso la guarigione della malattia di fondo (la nostra prossimità al nulla), attivando un processo guidato dall’umiltà.
Qui è lapidario: “Quando giungeremo all’umiltà avremo iniziato a liberarci del groviglio dell’esistenza”.
E così sonda l’esistenza di alcuni personaggi, illuminandone i loro angoli bui, i territori nei quali una forma di fallimento ha avuto modo di insediarsi.
Incontra Mahatma Gandhi che, disorientato dalla politica del suo tempo, si dedicò alla ricerca della purezza. Il suo rapporto con il fallimento lo renderà tanto vulnerabile al punto da trasformarlo in una vittima sacrificale.
Negli anni Gandhi darà l’impressione di appartenere ad un altro mondo, per cui il torero (la morte) quando arrivò ebbe difficoltà ad individuarlo.
La cosa capitò anche per E. M. Cioran, filosofo romeno, che consacrò la sua esistenza a deridere i miti fondanti della società borghese, basati sul lavoro e sulla ricchezza. Preferì invece vivere e non far nulla, ritenendo che il bene derivi dall’indolenza, dall’incapacità di passare all’atto.
La sua religione divenne l’insignificanza universale e, quando il torero giunse, pare avesse dimenticato quale fosse la ragione della sua venuta.
Costica Bradatan volge lo sguardo poi alla vita dello scrittore Yukio Mishima, dedito a “pensare l’impossibile” e votato a pianificare la sua “bella morte”, rientrando di diritto nella tradizione giapponese della nobile sconfitta, al punto che per battere il torero si trasformò in lui.
Sulle tracce del disallineamento presente nell’esistenza umana, Bradatan considera il creativo ed intenso malfunzionamento proprio della vita di Simone Weil, il perenne sentirsi “fuori luogo”, l’autotrascendenza che guiderà la pensatrice verso un’umiltà radicale.
Weil volse le spalle al mondo e, senza offendere il suo Dio, si liberò del suo groviglio, al punto che quando il torero la cercò, lei era già svanita.
Da bambina un medico le disse che era “troppo straordinaria per sopravvivere”.
Eppure, sopravvisse benché come modello di pessima salute e di fallimento originario.
La precarietà divenne per lei un abito e, in seguito ad una profonda sofferenza, le sue capacità si mostrarono straordinarie. “Senza i miei mal di testa – dirà – non avrei fatto tante cose”.
La goffaggine, tuttavia, fu pari solo alla sua buona volontà.
Benché intellettualmente promettente, la sua infanzia fu segnata dall’impossibilità di stare al passo con la vita. Ai compagni del liceo parve arrogante ancorché maldestra, insopportabile, in definitiva, strana.
Weil trasmetteva l’impressione di incorporeità e di distacco dalle cose terrene: la sua figura appariva affascinante ma spettrale. I colleghi non furono da meno dei compagni di scuola, anche a loro risultava una radicale, una piantagrane.
Lei invece soffriva per essere divenuta un’intellettuale, una privilegiata rispetto ai suoi conoscenti, costretti a svolgere lavori manuali e frustranti. Per questo decise di accettare un gravoso lavoro in fabbrica, dove però la sua goffaggine non smise di accompagnarla.
Quando si è goffi il solo contatto con il mondo tradisce la nostra incompetenza e la sofferenza diviene “un pezzo della nostra carne”.
L’incapacità per Weil diventò una forma particolare di fallimento e l’inettitudine, come notò una sua collega, era dovuta alla “materia” di cui era composta, di qualità diversa rispetto alla loro “stoffa grossolana”.
L’irruzione del nulla nell’esistenza rivela come l’umano cammini su di un filo senza rete e per questo prossimo all’abisso. Siamo sonnambuli che ignorano come il fallimento possa rivelarsi una fortuna inaspettata e l’esistenza uno “stato d’eccezione”.
Weil spinse al limite la propria vita e sperimentò privazioni solo per somigliare e appartenere ai poveri e agli affamati.
Quando terminò l’esperienza in fabbrica si sentì devastata ma rinnovata nel profondo, “quei mesi di schiavitù” furono per lei un dono e da allora emerse la sua voce mistica, visionaria ed eretica.
Incontrò il Cristo incarnato nella sua condizione di servo, riconoscendo come “La sventura altrui è entrata nella mia carne e nella mia anima”.
Solo dopo devastazioni simili ci si può sentire trasformati e disposti ad accogliere un rinnovato senso di umiltà.
Bradatan in Elogio del fallimento precisa che l’umiltà non è solo una virtù ma una collocazione nel mondo, un modo di fare esperienza della condizione umana.
Lo ricorda anche la filosofa Iris Murdoch in Sovranità del bene, dove definisce l’umiltà come “rispetto disinteressato della realtà”, prospettiva per accedere ad un grado di realtà solitamente non percepito. Lo dimostra altresì il regista Yasujiro Ozu nelle sue magistrali e umili inquadrature.
L’umiltà ci aiuterà ad accettare la nostra irrilevanza, fissando il grado zero dell’esistenza umana.
Scrittore e psicologo, ha pubblicato per Guida, “La trilogia dei capperi “ (2005) e Passodincanto (2008). Dirige la collana “Solare” dell’ A.S.M.V. è ideatore e direttore del Festival dell’Erranza.








