Il racconto dei racconti. Tale of Tales di Matteo Garrone è la brutale bellezza della fiaba

C’erano una volta tre regni Selvascura, Roccaforte e Altomonte.

I protagonisti sono tre sovrani vittime delle loro ossessioni.

Il desiderio di ottenere, a tutti i costi, quel qualcosa che la vita non ha concesso ma “Ogni azione ne richiede un’altra pari e contraria” nel gioco degli equilibri che devono essere mantenuti.

Al centro la figura femminile raccontata in tre età diverse: adolescenza, maturità e senilità. Il desiderio di maternità, la voglia di libertà e l’ossessione della giovinezza.

La regina di Selvascura, per avere un figlio, è disposta a qualsiasi sacrificio ma la morbosa fissazione per il suo rampollo l’annienterà.

Due anziane sorelle, cercando un impossibile ritorno alla giovinezza non goduta, vogliono ammaliare il lascivo monarca di Roccaforte ma per entrambe ci saranno amare ripercussioni.

La giovane figlia del sovrano di Altomonte sogna l’amore e vuole conoscere il mondo ma il padre pensa solo a Scuccy, una pulce che in segreto ha allevato facendola crescere in modo abnorme. Lo scellerato genitore, a causa di un tranello che gli si ritorcerà contro, darà in sposa la figlia ad un orribile orco. L’indifesa principessa, senza l’ausilio di alcun principe, riuscirà a ribaltare il suo destino.

In ogni fiaba i protagonisti sono messi alla prova affrontando dei riti d’iniziazione, c’è sempre la lotta contro un essere mostruoso, avvengono delle metamorfosi e di solito per i giusti non può mancare un lieto fine ma in Tale of Tales non è importante ‘il vissero felici e contenti’.

Anche se gli equilibri si ripristinano tutto è mutevole  e gli eventi rimangono sospesi tra bene e male come il funambolo che cammina sulla corda infuocata nella scena finale.

“Quella corda tesa tra la realtà e la più strana fantasia…” (Il funambolo, Enrico Ruggeri, 1989)

Conflitti generazionali. Genitori sconsiderati che compiono scelte sbagliate e figli avveduti che affrontano la vita con nuove speranze.

Non basta un po’ di fantasia e di bontà. Qui emerge tutta la crudezza della vita, la stoltezza dell’uomo, il volto buio dell’amore.

Favole molto attuali. La polvere di stelle disneyana si materializza in carne e sangue svelando la vera natura della fiaba.

La violenza, la crudeltà, il cinismo di un mondo magico e sferzante che ricorda gli scenari aspramente ironici di L’armata Brancaleone, il  metateatro di Il viaggio di Capitan Fracassa e la cruda violenza di L’amore e il sangue del regista olandese Paul Verhoeven.

Il fil rouge è la figura del saltimbanco, tanto amata e citata da Fellini.

Il gruppo di acrobati ci conduce fin dall’inizio dentro la storia e le storie, le attraversa e ritorna a chiudere il cerchio. In realtà la figura geometrica ricorrente è quella ottagonale (simbolo del contatto tra terra e cielo) di Castel del Monte trasformato nella reggia di Altomonte.

Tale of Tales è liberamente ispirato a tre racconti della raccolta Lo cunto de li cunti scritta tra il 1634 e il 1636 dal  Boccaccio napoletano Giambattista Basile; opera che Benedetto Croce definì:  “Il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari…”.

Garrone ha il coraggio di mettersi in gioco affrontando un genere poco trattato dal nostro cinema. Ormai è maturo per lanciarsi dal trampolino più alto ed avere ambizioni da grande regista. Quindi sperimentare diversi generi cercando di mantenere la propria cifra autoriale e confrontarsi con uno spazio internazionale.

Avevamo lasciato  l’ estatico Luciano di Reality dentro la sua scatola/gabbia magica per risvegliarci nell’incanto di un mondo senza tempo fatto di sortilegi, principesse e draghi. Pur sempre un creato illusorio in cui l’uomo si abbrutisce perdendo i veri punti di riferimento per inseguire la vacuità.

Una brutale bellezza. Il maestoso e il selvaggio.

Garrone fa esplodere la meraviglia, il surreale, quell’elemento fantastico che si è sempre nascosto nei suoi film precedenti e adesso fiorisce in quell’immaginifico oscuro della fiaba per indagare l’archetipo.

“E’ un tentativo di partire dal fantastico per arrivare al contemporaneo, a differenza degli altri, in cui partivo dal contemporaneo per arrivare al fantastico.” (Matteo Garrone)

Il mondo degli opposti, le trasformazioni del corpo, i giochi e le manipolazioni del potere. Il sogno che si trasforma in incubo. Meccanismi già presenti in L’Imbalsamatore, Primo amore e Reality dove i desideri dei protagonisti riverberano  i nuovi mali del contemporaneo aprendo spaventosi baratri.

Tale of Tales è un manufatto arcano. Un’opera dalla rigorosa architettura che nella narrazione incastona immagini evocative e perturbanti dal fascino concettuale supportate da un grande della fotografia, Peter Suschitzky famoso per la sua collaborazione con Cronenberg.

Preziosi tableaux vivants che evidenziano la vena pittorica del regista.

Per citarne alcuni: La regina che divora l’enorme cuore sanguinante del drago all’interno della stanza bianca che sembra ispirarsi ad una performance di body art. La figura di donna botticelliana/preraffaellita/klimtiana che emerge dal bosco. I resti del baccanale del sovrano libertino che ricorda le opere di Sir Lawrence Alma-Tadema. La corte rembrandtiana di Roccaforte.

Questa volta Garrone abbandona la camera a mano in favore della steadycam che gli permette di avere una ripresa più statica non rinunciando al rapporto ravvicinato con i personaggi.

Rivendica l’artigianalità rispetto all’uso del digitale per gli effetti speciali che nel film sono ridotti all’essenziale con espliciti richiami al cinema visionario e ingegnoso di Mario Bava e Méliès.

Protagonista è anche l’Italia. Un omaggio alla grande bellezza del nostro patrimonio artistico e naturalistico. Il Castello di Sermoneta,  Palazzo Reale di Napoli, il Castello di Sammezzano di Reggello, il Castello di Donnafugata, le Gole dell’Alcantara, il Bosco Monumentale del Sasseto sono solo alcuni dei monumenti nazionali immortalati, trasformati nelle stupende locations di Tale of Tales.

Fra tutti occupa il posto d’onore Castel del Monte con i suoi pieni e vuoti ottagonali che magicamente si popolano di sovrani e cortigiani seicenteschi.

“E’ del poeta il fin la meraviglia”, il motto del Barocco secondo Giambattista Marino.

Turpe e diretto. Colmo di vizi, barbarie, magie, scorticamenti. Si è parlato di un fantasy barocco a tinte horror ma più delle meraviglie e bizzarrie barocche emerge una turpe nube medioevale dall’anima beffarda.

Gli scherni della vita di cui saranno vittime tutti i personaggi di Tale of Tales. Sberleffi e castighi che si compiono nel sangue per chi scende a patti con un regno oscuro ma senza calcare su giudizi o morali. Viene lasciata quella distanza emotiva tra l’autore e la sua opera. Nessuna empatia. Tutto rimane all’interno di un invalicabile perimetro che non permette al pubblico l’ avvicinamento.  Qui il pregio o il difetto.

Maddalena Marinelli

Maddalena Marinelli

“L’arte è l’anima del mondo, evita che il mio inconscio s’ingravidi di deformi bestie nere.” Laureata in Scenografia e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma ha lavorato in ambito teatrale collaborando con esponenti della scena sperimentale romana come Giuliano Vasilicò e l’Accademia degli Artefatti e, come fotografa di scena, per teatri off. Negli ultimi anni, accanto alla critica d’arte affianca la critica cinematografica. Ha scritto per Sentieri Selvaggi, CineCritica e attualmente per Schermaglie oltre che per art a part of cult(ure). Nel 2012 ha curato la rassegna cinematografica “FINIMONDI: Cataclismi emotivi,cosmici ed estetici nel cinema” presso la libreria Altroquando di Roma.

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