Wilde Salomè di Al Pacino. L’incanto del male

“…La figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: “Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista…”  (Matteo 14, 1-12)

Tra mito e realtà storica Salomè diventa una delle più famose femme fatales. Celebrata in letteratura, musica e arte, musa del Decadentismo, archetipo di Mata Hari e Lolita.
La giovane danzatrice incarna innocenza e corruzione. Stoltezza e bellezza.
La Salomè descritta nei passi del Vangelo è una giovinezza priva di motivazione, uno strumento della perfida volontà di Erodiade.

Oscar Wilde nel 1890 stava trascorrendo un soggiorno a Parigi e il personaggio della leggendaria principessa ossessionava la sua fantasia.
La sua mente si contorceva creando mille versioni della fanciulla ammaliatrice, prima di arrivare a quella perversa sessualità del testo teatrale.
Visitava musei, cercava di dare vita alla sua creatura cambiandola, modellandola attraverso le versioni dei numerosi artisti che l’avevano ritratta tra cui: Tiziano, Stanzione, Veronese, Leonardo e naturalmente Moreau.
Voleva darle carattere, renderla più consapevole delle sue azioni rispetto al Vangelo di Matteo, alla lirica 27 che Charles Baudelaire gli dedica in Les Fleurs du Mal, alla Hérodias di Gustave Flaubert o L’Hérodiade di Stéphane Mallarmé.
La Salomè di Wilde è un angelo infernale devoto alla luna.
Un demone di depravazione nascosto dentro l’innocenza di un corpo di donna appena sbocciato.
Un incantevole mostro di perversione, che decide in assoluta autonomia di attuare il suo desiderio di annientamento. Non è strumento muto e passivo nelle mani di Erodiade.

La principessa di Giudea si innamora di Giovanni, che la respinge con disgusto non concedendogli neanche un bacio. Per prendersi quel bacio l’avida ragazzina farà decapitare il profeta.
“Datemi la testa di Iokanaan!” così la piccola carnefice bacerà la bocca della testa-feticcio, quella dell’uomo che ama e che l’ha rifiutata, ma questa sarà la fine anche per lei.
Un dramma bizantino sanguinolento e crudele.
“Salomè danza per me!” questa frase concentra tutta l’essenza della tragedia. L’ossessione erotica di Erode per la sua figliastra, quell’amplesso proibito impossibile da realizzare che si libera nella provocante danza della disinibita ninfetta.
Erode desidera Salomè e Salomè desidera Iokanaan. Queste passioni negate scateneranno vendetta e distruzione.

Wilde Salomè è un docu-film realizzato da Al Pacino nel 2011. Nello stesso anno è stato presentato fuori concorso alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il premio Queer Lion. Arriva nelle sale solo adesso perché il regista, dopo l’uscita del film in Inghilterra, ha deciso di rimettere mano al montaggio. Anche per quanto riguarda la scelta della distribuzione Al Pacino ha preferito selezionare piccole distribuzioni (in Italia Distribuzione Indipendente) piuttosto che sceglierne di più importanti per evidenziare la particolarità di questo documentario come un progetto diverso e farlo arrivare al pubblico con una nota distintiva.

Si tratta di un lavoro ibrido tra teatro e cinema, un viaggio artistico, una ricerca ipertestuale che rimane aperta.
Uno studio sulla figura di Oscar Wilde, un backstage itinerante tra palcoscenici, luoghi cari legati al drammaturgo irlandese, frammenti personali della vita di Al Pacino.
Fino a risalire all’origine, al deserto, ai resti del palazzo di Erode dove si svolse la vicenda.
In tutto questo work in progress di caos creativo, fiorisce, si compie con potenza, frammentato ma cristallino, la Salomè di Wilde. Esattamente come te lo immagini leggendo la pièce teatrale, perché l’autore fa scarnissime descrizioni dei luoghi.
Tutto è essenziale, affidato al testo poetico e al corpo degli attori.
C’è solo la luce della luna che illumina e ispira i personaggi usciti dal buio; l’altro elemento che domina è il sangue.

Ed è così che un Erode (Al Pacino) barcollante invoca con voce effeminata la danza che la conturbante donna/bambina Salomè (Jessica Castain) continua a negargli.
L’idea del tranello e il ballo selvaggio nel vuoto abissale che circonda gli attori in cui riecheggia la voce di Iokanaan che rinchiuso in fondo al  pozzo presto conoscerà il suo martirio.

“Quando iniziai questo progetto non avevo un piano, avevo una passione, e non sapevo esattamente cosa farci con tutta questa passione. Oscar Wilde è un genio, ma è anche un uomo che si è emarginato, dal resto del mondo e dal suo tempo, messo a dura prova dalla vita. Perché mai mi sono andato a identificare con questo autore non lo so, ma l’ho fatto. Qualcosa mi ha fatto riconoscere in lui, credo sia che rischiò tutto per saltare nell’ignoto…” (Al Pacino)

L’istrionico Al Pacino ripete un esperimento che già realizzò su William Shakespeare  in Looking for Richard (1996) ma a distanza di molti anni e con un diversa maturità.
Un mostro sacro del cinema che vuole continuare  a mettersi in gioco con modalità e linguaggi decisamente meno hollywoodiani.
Il celebre attore, come Birdman, vuole confrontarsi con un progetto più intimo.
Vuole perdersi in qualcosa di diverso. Dialogare con un autore molto lontano da lui per affrontare una sfida più ardita.
Il risultato è dissonante. C’è ironia, curiosità intellettuale, un grande coinvolgimento da parte degli attori e dei tecnici, alternanze tra umiltà e presunzione del personaggio Pacino.
Si percepisce la sensazione che continuamente si ricominci da capo alla ricerca della strada per rappresentare Salomè, che pare inarrivabile, ma in questa avventura non è così importante giungere ad una compiutezza.
E’ la testimonianza della lavorazione di un film e di uno spettacolo teatrale che non esistono.
Tra strade, teatri, deserti e musei, Pacino si sovrappone a Wilde, alla sua fragilità, al suo dramma personale inseguendo il volto, il corpo immaginario di Salomè perso nel mito.

Che cos’è Salomè?
“This is a story about an obsession” il fil rouge è la passione/ossessione.
La principessa giudaica è fatta di puro istinto, accecata dal desiderio per Iokanaan che non può avere. Un impulso passionale e irrazionale senza controllo.
Iokanaan non fa vacillare mai le sue convinzioni, solo contro tutti è pronto al sacrificio estremo.
Erode è un viscido codardo travolto dalla lussuria.
Erodiade segue scelte spietate, ma razionali e opportunistiche non conoscendo esitazioni.
Ogni personaggio incarna un sentimento, un atteggiamento molto preciso.

Wilde in questo breve ma intenso atto unico rappresenta, metaforicamente, una delicata fase della sua vita che precede il periodo del suo arresto.
I dolorosi contrasti interiori, la spietatezza e l’ipocrisia della società vittoriana che lo condannò alla prigione, il tradimento da parte dell’uomo di cui era innamorato.
Non poteva rinunciare all’amore per l’ingrato Bosie e questa scelta gli costò tutto.

“…Eppure ogni uomo uccide ciò ch’egli ama,
e tutti lo sappiamo:
gli uni uccidono con uno sguardo di odio,
gli altri con delle parole carezzevoli,
il vigliacco con un bacio,
l’eroe con una spada!”
(Oscar Wilde, La ballata del carcere di Reading,1898)

Maddalena Marinelli

Maddalena Marinelli

“L’arte è l’anima del mondo, evita che il mio inconscio s’ingravidi di deformi bestie nere.” Laureata in Scenografia e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma ha lavorato in ambito teatrale collaborando con esponenti della scena sperimentale romana come Giuliano Vasilicò e l’Accademia degli Artefatti e, come fotografa di scena, per teatri off. Negli ultimi anni, accanto alla critica d’arte affianca la critica cinematografica. Ha scritto per Sentieri Selvaggi, CineCritica e attualmente per Schermaglie oltre che per art a part of cult(ure). Nel 2012 ha curato la rassegna cinematografica “FINIMONDI: Cataclismi emotivi,cosmici ed estetici nel cinema” presso la libreria Altroquando di Roma.

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