Youth, di Paolo Sorrentino: L’eterna giovinezza dell’arte

In un lussuoso albergo svizzero Fred e Mick stanno trascorrendo una vacanza primaverile. Sono due amici di vecchia data. Fred è un compositore in pensione che ha deciso di rinunciare alla musica anche se basta il fruscio della carta di una caramella per riaccendere la sua ispirazione.

Mick, nonostante l’età avanzata e una carriera registica del tutto lodevole, vuole a tutti costi realizzare il suo film-testamento intitolato L’ultimo giorno della vita ma fatica a trovare un finale soddisfacente.

Nello spettrale hotel/sanatorio, lo stesso in cui Thomas Mann ha collocato il suo capolavoro La montagna incantata, tra una seduta di fanghi, resoconti sulla condizione della prostata e una zuppetta serale Fred e Mick si scambiano battute, impressioni, riflessioni, confessioni.

Diventano spettatori di tutta una sfilata di personaggi/maschere che abitano gli asettici spazi dello Schatzalp: un giovane attore che vuole dimostrare di non essere solo una star da blockbuster, una silente coppia di coniugi capace di insospettabili colpi di scena, una Miss Universo tutt’altro che stupida, un solitario alpinista in cerca d’amore, una goffa escort.

La figura perturbante che risalta su tutte è quella di un obeso simil-Maradona che silenziosamente si trascina, con flemma pesantezza, tra piscine e saune ma riesce abilmente a palleggiare con una pallina da tennis rievocando il suo glorioso passato.

Evanescenza e matericità. Corpi tonici e cadenti ritratti nell’ozio.

Corpi che si guardano e si sfiorano, senza pudicizia. Convivono tutti nell’ acqua di  questo limbo, fuori dal mondo, sospesi in un’ eterna attesa.

“Dopo tutto, bisogna avere una giovinezza: poco importa l’età alla quale si decide di essere giovani.” (Henri Duvernois, La pecora nera, 1921)

La giovinezza che cos’è? Uno stato mentale o fisico?

E’ quell’entusiasmo, quella carica emotiva che va cercata in noi stessi non facendosi condizionare dal tempo che passa.

Oppure risiede nel corpo giovane e perfetto della suadente Miss Universo su cui sbavano Fred e Mick in una scena che ricorda il racconto biblico di Susanna e i Vecchioni, ritratta da artisti come Lorenzo Lotto, Tintoretto, Rubens, Artemisia Gentileschi.

Essere giovani conta poco se non si vive la vita pienamente.

C’è la giovinezza intesa come concetto eternamente glorificato nell’arte.

L’operato di un grande artista resta immortale scavalcando il tempo, andando ben oltre la durata della sua vita.

Comunque nemmeno l’arte è così libera e consolatoria visto che alla fine Mick non potrà più realizzare la sua amata opera-testamento poiché la celebre attrice protagonista rifiuterà di parteciparvi e di conseguenza la produzione ritirerà i finanziamenti gettando il regista in uno stato depressivo senza ritorno. Ma non sveliamo di più…

Il sistema se ne infischia della sensibilità artistica o dell’autentico talento, guarda solo agli incassi ma il peggio è che tutti ci stiamo assuefacendo alla mediocrità spacciata per eccellenza.

Sorrentino e il suo irrisorio immobilismo, l’estetismo ormai esasperante e fine a se stesso, l’impeccabile tecnica. Il suo museo delle cere di dolori e rimpianti.

I suoi esercizi di stile troppo ragionati, il filosofare, gli inesorabili meccanismi perfetti. Una realtà trasognata, gelida dove c’è tutto e il contrario di tutto.

Un cinema che rischia di diventare un terreno sterile.

Cavilloso citazionismo che perde il filo della storia nella costruzione  ipertrofica delle immagini, nell’effetto, nella tecnica, nel metacinema allineandosi al danese Nicolas Winding Refn. Raffinate, raggelanti, nozionistiche discariche visive di tutti i vizi e i mali della nostra società.

I film di Sorrentino sembrano basarsi sul gioco surrealista del cadavre exquis.

Associazione casuale o intenzionale di elementi e idee ma alla fine cosa resta?

Un cinema privo di respiro e anima che produce volatili emozioni.

I suoi ossimori. L’ironia e il dramma. La speranza  e la disperazione.  La parola che produce retoriche banalità oppure grandiosità.

Molte frasi insignificanti e due notevoli interventi di Rachel Weisz con un monologo da dramma classico con accanto un ammutolito Michael  Caine  e Jane Fonda da commedia grottesca contemporanea nel  confronto con Harvey Keitel.

Youth è in continuum con La Grande Bellezza.

L’amaro resoconto sul tempo che passa, la paura di morire senza aver vissuto veramente, l’arte come consolazione, il vuoto emotivo della società che ci circonda e ancora lo spettro felliniano ma questa volta il riferimento è  8 e ½ con fin troppi richiami, a volte grossolani.

Questo congegno estraniante, rientra alla perfezione, ha avuto senso e massima efficacia in un film come Il Divo. La potente luce/ombra  allegorica sorrentiniana con quell’ironica spietatezza. Una formula perfetta, forse l’unica possibile, per raccontare gli anni di Andreotti e il sistema politico che lo circondava.

Anche l’osannato La Grande Bellezza costruito su questo alternarsi tra mortifere maschere del sociale e la silente ed eloquente bellezza visiva di luoghi, opere d’arte e architetture della città eterna poteva ancora incantarci ma in Youth diventa solo un girare a vuoto.

Una regia ormai a pilota automatico. Ripetizione dei suoi soliti processi visivi dove, ogni tanto, si stana qualche intuizione interessante.

Ma il cinema di Sorrentino piace a Sorrentino? Si perde nella sua iper-immagine, si estasia, si contempla ma pare non amarsi troppo.

Maddalena Marinelli

Maddalena Marinelli

“L’arte è l’anima del mondo, evita che il mio inconscio s’ingravidi di deformi bestie nere.” Laureata in Scenografia e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma ha lavorato in ambito teatrale collaborando con esponenti della scena sperimentale romana come Giuliano Vasilicò e l’Accademia degli Artefatti e, come fotografa di scena, per teatri off. Negli ultimi anni, accanto alla critica d’arte affianca la critica cinematografica. Ha scritto per Sentieri Selvaggi, CineCritica e attualmente per Schermaglie oltre che per art a part of cult(ure). Nel 2012 ha curato la rassegna cinematografica “FINIMONDI: Cataclismi emotivi,cosmici ed estetici nel cinema” presso la libreria Altroquando di Roma.

1 commento

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  • Concordo pienamente quanto scritto dalla Marinelli. A me, per di più, non entusiasma neanche “La grande bellezza”.