Festa del Cinema 2015. Room di Lenny Abrahamson: Jack che uscì dalla caverna

Il risveglio di Ma e Jack, una giovane madre e il suo vivace bambino che con emozione si prepara a festeggiare il giorno del suo quinto compleanno.

Non si trovano all’interno di una casa come tutte le altre.

Vivono rinchiusi in una stanza di 9 mq.

E’ tutto il loro mondo, soprattutto è l’unico luogo che conosce Jack nato e cresciuto in questo habitat ristretto.

Il bambino ignora la vita reale pensando che ci sia solo un’immenso spazio vuoto che circonda la stanza dove vive con la sua mamma, il suo unico punto di riferimento.

Un piccolo pianeta, una navicella alla deriva con un minuscolo lucernaio da dove scorgere uno spicchio di cielo.

Joy ha preferito far crescere il suo piccolo principe con queste fantasie per proteggerlo dall’orrore della loro condizione reale.

Lontani eppure così vicini al mondo esterno.

Il profondo amore per Jack ha dato alla giovane donna la spinta per resistere, per non perdere la speranza, per tentare una via di fuga proprio grazie all’aiuto del suo straordinario bambino.

Trovarsi finalmente all’esterno si rivelerà molto complesso. Significherà confrontarsi con altrettanta sofferenza, con l’incomprensione di un nonno che non riesce ad accettare come nipote quel bambino, con la morbosità della macchina mediatica che si metterà inesorabilmente in moto.

Room è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Emma Donoghue (in italiano Stanza, letto, armadio, specchio) pubblicato nel 2010 che s’ispira ai terribili fatti di cronaca come il caso Fritzl, il padre austriaco che ha tenuto prigioniera in uno scantinato, per 24 anni, la figlia con la quale ha poi avuto sette bambini o a quello più recente di Ariel Castro denominato il mostro di Cleveland che ha tenuto sotto sequestro per dieci anni tre giovani donne sottoposte a ripetute violenze fisiche e sessuali.

Moltissimi i film horror o thriller che hanno sfiorato trasversalmente questi casi ma non spingendosi veramente nella profondità più nera e realistica di tali vicende.

Una delicata tematica molto difficile da affrontare.

Materia intoccabile anche per il rispetto dovuto alle persone che sono state coinvolte, le uniche legittimate a poterne parlare come fece Sabine Dardenne raccontando in un libro il diario dei suoi ottanta giorni di prigionia trascorsi con il mostro di Marcinelle.

In Room il tramite con la terribile vicenda è la disarmante innocenza di un bambino.

Il piccolo Jack, stabilendo fin da subito una forte empatia con lo spettatore, ci racconta la sua storia, le sue emozioni dentro e fuori la stanza.

Prima il suo claustrofobico microcosmo composto da preziosi oggetti amici: armadio, letto, gabinetto, sedia 1, sedia 2, tavolo, tv. Poi la verità fuori dalla caverna. L’immensità, il tumulto della vita reale che giorno dopo giorno lo stupisce regalandogli gioie e nuovi dolori.

Per Jack sarà come venire al mondo di nuovo, per Joy un’altra faccia del suo dramma; un mantenersi a galla sopra un secondo abisso che si spalancherà.

Al di sopra dell’abominio più efferato vince l’amore tra madre e figlio.

Un potere salvifico, una forza che riesce a sanare questo enorme buco nero in cui è caduta Joy.

Il cinema di Abrahamson protegge l’innocenza. Il piccolo Jack di Room, Il musicista autistico di Frank, l’ingenuo Josie di Garage.

Il regista irlandese continua la sua delicata esplorazione dell’animo umano.

Rendere protagonisti persone indifese con i loro fragilissimi ‘mondi diversi’ che rischiano continuamente di essere distrutti da una società cinica e incapace di ascoltare queste voci.

Dal minimalismo di Garage alla sarcastica commedia  Frank  si passa con Room ad un genere che alterna thriller a dramma psicologico ma per Abrahamson  rimane sempre centrale l’indagine sociale, il monito sui comportamenti disumani che annientano i più deboli.

Già vincitore del  People’s Choice Award al Festival del cinema di Toronto, Room  è un film di forte impatto emotivo che rimane potente ed incalzante nella prima parte (dentro la stanza) per poi disperdersi  in un cambio di passo fin troppo statico.

Nella seconda parte (fuori la stanza) il film si ripiega su se stesso perdendo purtroppo quel magico mordente iniziale.

A compensare c’è l’eccezionale prova del piccolo Jacob Tremblay a tratti davvero toccante e commovente.

Maddalena Marinelli

Maddalena Marinelli

“L’arte è l’anima del mondo, evita che il mio inconscio s’ingravidi di deformi bestie nere.” Laureata in Scenografia e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma ha lavorato in ambito teatrale collaborando con esponenti della scena sperimentale romana come Giuliano Vasilicò e l’Accademia degli Artefatti e, come fotografa di scena, per teatri off. Negli ultimi anni, accanto alla critica d’arte affianca la critica cinematografica. Ha scritto per Sentieri Selvaggi, CineCritica e attualmente per Schermaglie oltre che per art a part of cult(ure). Nel 2012 ha curato la rassegna cinematografica “FINIMONDI: Cataclismi emotivi,cosmici ed estetici nel cinema” presso la libreria Altroquando di Roma.

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