L’arte ha la capacità di catapultarci in altri mondi, in dimensioni parallele, compiendo un viaggio che consente di arrivare ovunque, seppur nella serena immobilità.
Varcando la soglia che porta alle opere di Emilio D’Elia, che si tratti del suo atelier a San Pietro Vernotico (BR) oppure della mostra alla Gigi Rigliaco Gallery a Galatina (LE), arriva forte la sensazione di entrare in un’altra dimensione e, ancora più forte, la percezione di essere parte di un tutto, quasi come a stabilire una connessione con l’infinito.
Il primo impatto è quello di un’immersione nelle profondità del blu che, nelle sue molteplici sfumature, D’Elia sceglie quale indiscusso protagonista: il blu della purificazione, il blu della calma, del silenzio, ma anche dell’immortalità, un colore che rappresenta l’intelletto, la fedeltà, la costanza e dalle proprietà antisettiche ed anestetizzanti.
Un blu che lascia spazio, di tanto in tanto, al suo opposto giallo, terra-madre, fisico, femminile, in una danza cromatica che riempie lo spazio delle superfici, dalle quali emergono linee e profili, quasi fossero attori su un palco privo di confini. E su questo palco infinito ci siamo tutti, nel nostro essere visitatori di passaggio in una galleria così come lo siamo nello spettacolo della vita, pensiero, questo, molto caro all’artista.
L’energia e la vibrazione che si percepiscono tra le tele e le piccole sculture in mostra, arrivano all’osservatore in tutta la loro forza, irrompendo in una calma che profuma di sacralità, di quella contemplazione che D’Elia ritiene necessaria quando per dipingere si raccoglie, nel silenzio del mattino presto, insieme a quelle che egli stesso definisce le sue compagne di viaggio: la visionarietà e la solitudine.
Emerge prepotentemente, osservando il lavoro di Emilio D’Elia, quella capacità di osservare non solo l’esterno, ma anche verso l’interno, per andare a pescare nell’abisso personale qualcosa che, una volta tirato fuori, se ne sta li in equilibrio con l’immensità dell’universo, in un gioco d’altalena, in un ponte che connette l’intimità più profonda all’infinito che è invece fuori, tutto intorno al corpo umano.
Ogni cosa, nelle opere di D’Elia, trasuda serenità. C’è serenità nella scelta del colore e nella tecnica di stesura, un tempo più corposa e netta, che lasciava vedere chiaramente i colpi di pennello, oggi invece leggerissima, velata, in una scelta di dialogo costante tra l’artista ed i pigmenti naturali che, esasperati dalla massima diluizione con l’acqua, quasi raggiungono la consistenza dell’acquerello; e si può cogliere, nell’abbondanza di acqua, anche la scelta dell’elemento naturale per eccellenza, sorgente della vita, matrice, componente primordiale, principio vitale e mezzo per la rigenerazione.
E’, questa, una tecnica senz’altro più difficile da controllare e che richiede invece, in certi momenti, di essere assecondata nel suo prendere forme e direzioni, in un do ut des che solo una mano sapiente può gestire senza perderne il controllo.
In queste superfici nebulose si coglie molto l’evoluzione del lavoro, così che, ad esempio, la saturazione in Fonte Infinita del 2014, cede il posto ad un velatissimo Il Cancello della Musa del 2021, il tutto inserito in una coerenza di fondo che vede in mostra, negli spazi della galleria, gli ultimi dieci anni di lavoro e ricerca continua, senza interruzioni o qualsivoglia condizionamento legato alle mode ma, anzi, con una fedeltà all’uso di pennelli e colori che D’Elia non ha mai sentito di voler mettere in discussione.
C’è luce in tutto il corpus di questo artista, la luce della bellezza classica che emerge nei profili della grande tela intitolata Verso l’isola dei vivi, una luce che aggetta come la terracotta in Porta delle stelle, e che lascia affiorare poesia da ogni soggetto e da ogni titolo, come in Albero del tuo amore o Nostra signora delle foglie, due dei dieci lavori su carta che compongono il ciclo Pause siderali.
Resta centrale, in tutta la produzione di Emilio D’Elia, la profonda attrazione per la materia e l’energia, i pianeti e le stelle, tutti elementi che compaiono tanto sulle tele quanto nelle sculture e nelle installazioni site-specific che vedono colorate forme rotonde ed ellittiche emergere dalle pareti bianche, “cancelli infiniti” collegati da costellazioni, e il fascino dell’Universo che, solitamente impalpabile, si fa libro che il visitatore può toccare e sfogliare sentendosi parte di quel tutto, attore protagonista e canale energetico che mette in connessione microcosmo e macrocosmo, proprio come il suo Costruttore di Ponti.
Info mostra
- Prima di entrare interroga la soglia | Emilio D’Elia
- a cura di Carmelo Cipriani
- fino all’11 dicembre
- Gigi Rigliaco Gallery di Galatina (LE)
Ilaria Caravaglio è laureata in storia dell'arte moderna e contemporanea. Nel 2008 si trasferisce a Roma per un tirocinio alla Collezione Farnesina (Ministero Affari Esteri), per decidere poi di restare e conseguire il master in Curatore d'Arte Contemporanea presso La Sapienza. Per alcuni anni resta nella capitale, dove lavora come direttrice di gallerie d'arte e responsabile del settore arte in una fondazione; negli stessi anni inizia a scrivere per artapartofculture.
Nel 2015 sceglie di tornare a vivere nella città d'origine, a Brindisi, in Puglia, e da allora lavora come curatrice indipendente e come docente nella scuola secondaria di primo e secondo grado.



















