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Giuseppe Ciracì. Nelle nostre stanze al Castello di Carovigno

di Ilaria Caravaglio

Nelle nostre stanze, questo il titolo scelto dall’artista Giuseppe Ciracì per la sua mostra al Castello Dentice di Frasso di Carovigno, invita il pubblico a varcare la soglia dell’intimo, ad addentrarsi in uno spazio permeato di riflessioni personali e memorie profonde, partendo da una frase specifica che ha a che fare con una mancanza inconsolabile, con qualcuno che non c’è più.

La mostra si intreccia con la storia più recente del maniero che fu, agli inizi del ‘900, residenza felice dell’austriaca Contessa Elisabetta Schlippenbach e del Conte Alfredo Dentice di Frasso, autore del testo da cui l’artista ha estrapolato la frase che da il titolo, appunto, all’esposizione.

Attraverso un percorso espositivo che si snoda tra 5 ambienti del castello, l’artista accompagna i visitatori in un’esplorazione da un lato introspettiva e che lascia intravedere i paesaggi interiori che albergano nella sua anima, dall’altro più fisica e che vede quegli ambienti pregni di storia accogliere le opere di un figlio di questa terra, e che qui torna ad esporre con una personale dopo lungo tempo.

L’allestimento si articola in 22 opere, con l’aggiunta di un’installazione che va oltre la definizione stessa di opera d’arte, generosamente inclusa dall’artista, e che porta in mostra alcuni oggetti d’affezione, gli strumenti del mestiere, gli oggetti che solitamente popolano lo studio dell’artista e che subito ci riportano allo “studiolo” di antica memoria; ed in questa configurazione, come ha voluto specificare il curatore Antonello Tolve durante la presentazione, lo studiolo assume il ruolo di estroflessione mentale dell’artista, rivelando al pubblico i processi creativi e le scintille di idee che potrebbero dar vita a progetti futuri.

Indiscussi protagonisti sui supporti in tela e in carta che riempiono le pareti del castello, oltre ai colori ed ai ritagli di vecchi libri di storia dell’arte, sono due elementi extra-estetici, il tempo e lo spazio che, in tutta la produzione di Ciracì, si posizionano quali parti fondamentali, nella realizzazione prima e nella lettura poi, delle opere.

Il rapporto diretto che l’artista instaura con la storia dell’arte, si può definire come un vero e proprio attraversamento che, partendo dall’arte antica e moderna, forma una fitta trama che oltrepassa il tempo e le stagioni, fino a giungere all’oggi, al visitatore.

È infatti l’azione degli agenti atmosferici sulle scene più iconiche della produzione di Raffaello, Leonardo, Caravaggio, che diventa azione creatrice insieme alla mano dell’artista, restituendo un risultato finale che si presenta come una stratificazione che, partendo dal passato, giunge fino a noi, con interventi che hanno dato vita ai dipinti in mostra, frutto degli ultimi quattro anni di lavoro dell’artista.

Una sola eccezione, realizzata prima del 2020, si incontra nel percorso espositivo: si tratta di Il sessantanovesimo giorno, un’opera che, pur inserendosi in una delle sale con rispettoso silenzio, come tutte le altre, riesce ad imporsi per via della forza che sprigiona.

Non a caso, si tratta del lavoro che più di ogni altro racconta l’intimità dell’artista ed il suo faccia a faccia con il dolore del distacco (quello legato alla morte di suo padre) e con il vuoto che la perdita lascia, una perdita che, allo stesso tempo, ha la capacità di fare rumore e di riempire gli spazi vuoti di un castello e della vita di chi resta.

Ed è così che dalla penombra emerge l’opera del 2016, accompagnata dalla voce dell’artista che legge A mio figlio, racconto scritto esattamente cento anni prima dalla castellana, a creare una fusione tra vicende temporalmente lontane ma emotivamente intrecciate, sovrapposte e che lasciano la dimensione personale per farsi, attraverso l’installazione presentata da Ciracì, esperienza collettiva, universale.

Ed ancora, un aspetto chiave nella lettura dei lavori di questo artista è lo stretto legame tra immagine e parola, quella parola che è protagonista, insieme alla materia, in ogni opera, che si tratti di scritte che compaiono sul supporto, citazioni che strabordano dalle tele ed invadono le pareti o i titoli stessi delle opere, tutt’altro che a margine, bensì parti integranti di esse, talvolta estrapolati da poesie o racconti che sono stati la chiave per il concepimento artistico.

Per Giuseppe Ciracì, la cui ricerca ruota fortemente intorno alla vita ed ai mille significati intorno ad essa, questa mostra rappresenta un ritorno a casa, in un luogo importante, ricco di storia e di memoria, così come ricche e dense di significato sono le stanze del castello, spazi sia fisici che metaforici che l’artista ha cercato di abitare e vivere attraverso un dialogo con le sue opere che, partendo da una dimensione intima, raggiunge e sfiora la collettività.

Nelle nostre stanze, visitabile fino al 6 ottobre 2024, rappresenta un’esperienza artistica toccante, che invita ad un confronto con l’interiorità e con le emozioni più intime ed offre uno sguardo autentico e commovente sulla natura umana, lasciandoci con una riflessione profonda sulla fragilità e sulla bellezza dell’esistenza.

immagine per Ilaria Caravaglio
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Ilaria Caravaglio è laureata in storia dell'arte moderna e contemporanea. Nel 2008 si trasferisce a Roma per un tirocinio alla Collezione Farnesina (Ministero Affari Esteri), per decidere poi di restare e conseguire il master in Curatore d'Arte Contemporanea presso La Sapienza. Per alcuni anni resta nella capitale, dove lavora come direttrice di gallerie d'arte e responsabile del settore arte in una fondazione; negli stessi anni inizia a scrivere per artapartofculture.
Nel 2015 sceglie di tornare a vivere nella città d'origine, a Brindisi, in Puglia, e da allora lavora come curatrice indipendente e come docente nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

Una risposta

  1. Bellissimo articolo ,Complimenti. Poi queste opere di Ciracì..esprimono veramente bellissime sensazioni ,stati d animo..pensieri..
    Veramente Complimenti.
    Claudio Lamazzi

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