Il tre settembre ad Urbino, le porte della Bottega di Giovanni Santi, al piano terra della Casa Natale di Raffaello, si sono aperte per accogliere Apotheca, mostra personale di Giuseppe Ciracì, a cura di Antonello Tolve e Luigi Bravi.
Tutta l’opera di Ciracì (Brindisi, 1975) è fortemente influenzata dai grandi del rinascimento, in particolare Leonardo e Raffaello. Un incontro, questo, che si fortifica da quando, nella produzione più recente, hanno fatto irruzione sulle tele alcune pagine di un vecchio libro di storia dell’arte che l’artista ha esposto alle intemperie per alcune settimane.
Ed è così che quei ritagli dai colori alterati, per l’intervento del sole, del vento, dell’umidità, divengono sovente il punto di partenza delle opere, un nucleo centrale da cui tutto inizia a prendere forma per espandersi, poi, sui supporti, con puntuale rispetto delle cromie e dei contenuti.
L’incontro tra la storia passata e quella contemporanea appare, sulle pareti della bottega che vide crescere il giovane Raffaello, tutt’altro che forzato, quasi a ricordare che il tempo può significare distanza ma anche legame, quel filo teso che collega lo ieri all’oggi e che, nel caso di Ciracì, si fa alimentatore della ricerca tutta.
Impossibile, varcando la soglia dello storico spazio, non lasciarsi catturare da Tra le mani custodiva le stelle (2021) che, sulla piccola parete di fronte all’ingresso, vede una troneggiante Fornarina accomodarsi sotto un cielo blu intenso dal quale emergono, forti e delicatissime allo stesso tempo, due grandi mani incrociate, custodi dei 37 piccoli fori che attraversano tela.
Un dialogo che prosegue in due opere che rendono omaggio al grande artista anche nei titoli scelti, quali La mano non è di Raffaello (2021) e Raffaellésco (2020), in cui le pennellate azzurre che si originano dalla cinquecentesca Deposizione cedono il posto alla cromia della sanguigna che riempie la figura abbandonata in primo piano, in un vertiginoso scorcio prospettico che non può non rimandare al celeberrimo Cristo morto del Mantegna.
E ancora, tra le numerose opere che riempiono lo spazio espositivo, si fanno largo Nel giardino del belvedere (2018) ed Omessa paternità, in cui la Trasfigurazione dell’Urbinate, realizzata tra il 1518 e il 1520, incontra un vecchio diploma degli anni ’50, nonché l’intervento con sanguigna e pastello della mano di Ciracì nel 2022; tre epoche che si fondono, dunque, a restituire una linea del tempo che continua ad essere il fulcro della ricerca dell’artista.
Apotheca, un titolo che è già pregno di significato, è una mostra che presenta al pubblico di Urbino -nonché ai numerosi turisti che affollano le sue strade- opere che, su queste pareti, in questi spazi pregni di storia dell’arte, si accomodano con rispetto e devozione e sembrano trovare davvero l’accoglienza che meritano.
Ilaria Caravaglio è laureata in storia dell'arte moderna e contemporanea. Nel 2008 si trasferisce a Roma per un tirocinio alla Collezione Farnesina (Ministero Affari Esteri), per decidere poi di restare e conseguire il master in Curatore d'Arte Contemporanea presso La Sapienza. Per alcuni anni resta nella capitale, dove lavora come direttrice di gallerie d'arte e responsabile del settore arte in una fondazione; negli stessi anni inizia a scrivere per artapartofculture.
Nel 2015 sceglie di tornare a vivere nella città d'origine, a Brindisi, in Puglia, e da allora lavora come curatrice indipendente e come docente nella scuola secondaria di primo e secondo grado.













