A pochi mesi dall’uscita del libro Danzaèarchitettura, intervistiamo l’architetto e danzatrice Silvia Cassetta che, dalla propria formazione specialistica in entrambe le discipline, ha iniziato a dedicarsi ad una ricerca che vede le due arti sfiorarsi, intrecciarsi, talvolta fondersi, proponendo una sintesi che si sbilancia verso la costituzione di una nuova disciplina.
Nel volume, edito da Liberedizioni, l’autrice parla dell’architettura come una “matrice” coreografica che offre al corpo un’interazione con materiali, forme e luce, e della danza non solo quale disciplina messa in relazione con lo spazio architettonico, bensì come strumento di lettura dello spazio stesso, come se il corpo divenisse uno scanner.
Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro ed in che modo la tua esperienza personale ne ha influenzato la stesura?
“Questo testo è nato dalla volontà di condividere il lungo lavoro della mia tesi di Diploma Accademico di II livello, per l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, luogo che fin da piccola ho sempre sognato. Sublimare la tesi in un libro è stato, dunque, dare un valore ancor più concreto a questo sogno realizzato in età adulta.”
Qual è stata la tua ricerca iniziale per questo progetto? Hai consultato testi specifici, intervistato altri esperti o danzatori? O tutto si impernia esclusivamente sull’esperienza diretta?
“Raccogliere una bibliografia specifica sul tema della connessione tra Danza e Architettura è stato un metodo che ho utilizzato per un’analisi storico artistica che potesse legittimare questo mio interesse. Sin dall’avanguardia del 1900, infatti, il desiderio di unire direttamente la composizione e l’arte al corpo era molto evidente negli esperimenti e ricerche.
Cito il Bauhaus, ad esempio, nato nel 1919, in cui O. Schlemmer conduceva studi che facevano danzare il design nello spazio, usando il corpo a servizio delle forme geometriche, mettendo al primo posto il senso della composizione, valorizzando il corpo umano come mezzo espressivo.
Sono molto fiera di aver chiesto direttamente materiale fotografico ad archivi e fotografi esperti del settore, come l’Archivio Bauhaus di Berlino, il Trinity Laban di Londra, la fotografa Anna Wloch e lo Studio di Zaha Hadid.
Ho intervistato anche Alessandra Sini, che è una docente accademica e coreografa esperta sulla relazione tra corpo e spazio. Grazie a questa profonda ricerca ho potuto inserire nel libro foto specifiche di esempi del passato ai quali ho agganciato le mie dirette esperienze performative.”
A quale pubblico si rivolge principalmente questo libro? Sia esperti del settore che lettori curiosi?
“Direi che unire più aspetti è l’obiettivo, dunque mi piacerebbe che fosse letto senza pensare a delle categorie specifiche, poiché l’analisi storica aiuta gli esperti e la parte performativa, visibile anche attraverso un Qr Code, invita i curiosi ad un approccio più creativo e artistico.”
Di come e quanto le due discipline siano in relazione avremo sicuramente modo di scoprirlo tra le pagine del libro. Ma, entrando più nello specifico, quali sono, secondo te, gli elementi architettonici che più si prestano a essere interpretati attraverso il movimento?
“Sono gli elementi compositivi dell’architettura quali muri, soglie, spigoli che rappresentano superfici, pause, angoli con cui interagire. La luce ha inoltre un ruolo estremamente importante per me, perché la ritengo un materiale con una forte importanza compositiva, sia come architetto che danzatrice.”
Hai trovato esempi storici o contemporanei particolarmente significativi di questa connessione tra danza e architettura?
“Sì, ne cito vari: partendo dai pionieri, ho analizzato una aderenza formale, nelle performances di Loïe Fuller o le più strutturate ricerche di Laban che inserisce il corpo umano all’interno di solidi platonici regolari, definendoli «cristalli».
Tutto questo è stato affascinante per me, soprattutto perché ho trovato un parallelismo tra i coreografi e gli architetti nel loro studio sulla relazione tra corpo e spazio. È il caso di Le Corbusier che nel Modulor esprimeva la sintesi di identificazione tra proporzioni umane e progetto. Quindi evidenzio come partire dal corpo per arrivare al progetto fosse un anelito presente sia nella danza che nell’architettura.”
Ci sono particolari coreografi e/o architetti che hanno ispirato il tuo lavoro?
“Ce ne sono vari. Mi interessa molto l’architettura di Zaha Hadid come si evince dal libro e dagli studi coreografici svolti al MAXXI di Roma.
Penso che l’architetto irachena sia riuscita a conferire un aspetto danzante alle sue architetture, ecco perché uso il termine «matrice» per descrivere il significato che do all’architettura come generatrice di movimento, dal punto di vista emozionale e coreografico.
Un coreografo di cui parlo nel libro è Flamand che in Metapolis del 1999 crea una vera e propria architettura in movimento facendo danzare i danzatori su elementi mobili disegnati da Zaha Hadid. In questo lavoro poteva danzare sia il corpo che la struttura scenica, grazie al connubio tra architetto e coreografo.”
Come vedi l’evoluzione di questo rapporto tra danza e architettura nel futuro?
“È sicuramente un’evoluzione che vede nella mia proposta di integrazione solo la base di un lavoro in continuo sviluppo. Mi piace pensare che in futuro riusciremo ad esplicitare quella spinta avanguardistica che nei primi del ‘900 era in fermento, poi distrutta da guerre e mancanza di sogni.
La totalità delle arti dovrebbe essere il principale interesse per un progettista, almeno dal mio punto di vista di formazione multidisciplinare.
Un creativo non può avere limiti, pertanto cercherò di andare a fondo in questa ricerca durante il mio PhD, attualmente in corso.”
Quali speranze hai per questo libro? Ti piacerebbe che stimolasse ulteriori ricerche o collaborazioni tra danzatori e architetti?
“Mi piacerebbe che eliminasse pregiudizi e schemi mentali che non sono fertili per una visione totale dell’arte.”
In che modo questo libro potrebbe influenzare la creazione di nuovi spazi performativi o di nuove coreografie?
“Innanzitutto con una consapevolezza sull’analisi storica a cui accenno ed in seguito spero aiuti ad aumentare la sensibilità sulla considerazione di altre realtà da cui partire per la danza.
Questa arte è qualcosa di più che tecnica e linguaggio, spero che il mio lavoro avvicini a dialoghi performativi tra artisti, luoghi urbani e architetture contemporanee, non ancora totalmente accettate dal pubblico.
Propongo un metodo, una ricerca, che veda nell’architettura una fonte di ispirazione da cui partire o un progetto a cui arrivare, dipende dai punti di vista. L’importante è che apra la mente, se il libro potrà fare semplicemente questo, sarò soddisfatta.”
Hai in programma di approfondire ulteriormente questo tema in futuro?
“Il corpo è la mia matita è il mio mantra, posso disegnare uno spazio per il corpo o con il corpo nello spazio, per essere coerente con la mia duplice formazione.
La mia ricerca continua con il Dottorato in cui sono stata ammessa quest’anno all’interno della RUFA (Rome University of Fine Arts) e non mi fermerò nell’esplorazione sulle connessioni, nelle mie performances sulla relazione tra corpo, movimento, luce ed emozione.
Anche l’emozione è un “materiale”, averne consapevolezza è difficile ma è l’unica cosa che conta per me.”
silvia@silviacassetta.com
Ilaria Caravaglio è laureata in storia dell'arte moderna e contemporanea. Nel 2008 si trasferisce a Roma per un tirocinio alla Collezione Farnesina (Ministero Affari Esteri), per decidere poi di restare e conseguire il master in Curatore d'Arte Contemporanea presso La Sapienza. Per alcuni anni resta nella capitale, dove lavora come direttrice di gallerie d'arte e responsabile del settore arte in una fondazione; negli stessi anni inizia a scrivere per artapartofculture.
Nel 2015 sceglie di tornare a vivere nella città d'origine, a Brindisi, in Puglia, e da allora lavora come curatrice indipendente e come docente nella scuola secondaria di primo e secondo grado.
- Ilaria Caravaglio
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