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NID Platform 2026 #3. L’Italia e l’eccellenza artistica precaria

di Sara Ferraiolo

Oltre il palco: come vive, oggi, la danza in Italia

Dietro ai venti titoli in cartellone, i quattro giorni di NID Platform sono stati anche, soprattutto per chi lavora nel settore, un’occasione di incontro, di rete, di confronto tra artisti e operatori che si vedono raramente riuniti nello stesso luogo.

Da quegli incontri emergono alcuni temi che vale la pena mettere a fuoco, prima di lasciare spazio alle considerazioni raccolte sul campo.

Le compagnie di danza italiane funzionano, nella grande maggioranza dei casi, come organismi di produzione della danza riconosciuti dal Ministero della Cultura: strutture associative, spesso piccole, a volte a conduzione familiare o attorno a un nucleo storico di due-tre soci fondatori, come nei casi di Eleina D. o di Zebra, che vivono di un mix di fondi FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), coproduzioni, residenze e bandi.

Il sistema delle residenze artistiche, reti come Anticorpi XL, ResiDance, i centri di residenza della Toscana o del Piemonte (la stessa Lavanderia a Vapore che ospita gli Open Studios di NID), è oggi il canale principale attraverso cui un coreografo giovane riesce a costruire un percorso: mesi di lavoro spalmati su più territori, aperture pubbliche intermedie, prima di arrivare a un debutto vero e proprio e, se va bene, a una vetrina nazionale come questa.

È un sistema che produce eccellenza artistica, ma che convive con una condizione occupazionale strutturalmente precaria.

Su questo sfondo si inserisce anche il tema dell’età, emerso con chiarezza in Pas de Cheval di Andrea Costanzo Martini: cosa significa continuare a danzare, e a offrirsi allo sguardo del pubblico, quando il corpo non è più quello di un ventenne.

Non è un tema marginale: è la domanda che si pongono molti interpreti che hanno costruito una carriera fatta di project work, senza le, e che si trovano a un certo punto a dover reinventare il proprio ruolo, spesso passando dalla scena all’insegnamento, alla creazione, alla cura di progetti di comunità.

Ed è qui che si apre forse il capitolo più interessante di questa edizione, quello meno visibile nei cartelloni ma più presente nei discorsi degli artisti incontrati nei momenti di networking, aperitivi e cene: il lavoro che molti danzatori portano avanti al di là del palco, nella danza di comunità, partecipativa, sociale.

Daniele Ninarello, coreografo e fondatore di Codeduomo, lo mette in termini netti: il corpo, per lui, è prima di tutto uno strumento politico, uno spazio di risonanza collettiva.

Attraverso la sua associazione, nata nel 2013, porta avanti da anni progetti che lavorano con comunità non professioniste, marginalità, adolescenti, restituendo alla pratica coreografica una funzione che va oltre lo spettacolo.

Sulla stessa linea si muove il lavoro di Giulio Santolini, coreografo e performer che con Lorenza Guerrini ha condotto , nel contesto di Gender Bender, un laboratorio gratuito rivolto a donne over 65, Le Baccanti, ispirato all’omonima tragedia euripidea: un rituale collettivo pensato per celebrare la forza sensuale e “folle” dei corpi maturi, aperto a chiunque indipendentemente dall’esperienza performativa pregressa, e costruito attorno a domande dirette sul controllo, sul caos, su cosa significhi perdere e ritrovare se stessi attraverso il corpo.

Un lavoro che intreccia esplicitamente danza di comunità e temi di genere.

Ne emerge un quadro tutt’altro che uniforme: la nuova danza italiana spazia tra generi, linguaggi e formati con una libertà che poche altre discipline performative si possono permettere.

Manifestus di Jacopo Jenna incrocia street dance e riflessione concettuale sulla mano; Abracadabra usa il lip sync e la parola con la precisione di un lavoro teatrale puro, prima ancora che coreografico; Le Fenicie riporta in scena la tragedia greca facendola parlare attraverso il corpo.

immagine per NID Platform 2026 ph A. Macchia
NID Platform 2026 ph A. Macchia

Le compagnie che “dicono qualcosa”: un modello a parte

Dentro questo panorama, alcune realtà si distinguono per il modo in cui hanno scelto di strutturarsi e di lavorare: CollettivO CineticO, Zebra, KLm e Balletto Civile funzionano secondo una logica più simile a quella del collettivo d’artista che a quella della compagnia.

CollettivO CineticO, fondato da Francesca Pennini nel 2007, coinvolge nel tempo oltre cinquanta artisti provenienti da discipline diverse come danza, teatro, arti visive, attorno a un metodo di composizione condiviso più che a uno stile fisso: è un organismo che si riconfigura progetto per progetto.

Zebra, diretta da Chiara Frigo e Silvia Gribaudi, ha scelto esplicitamente di aprirsi a coreografe e coreografi associati, da Luna Cenere ad Andrea Costanzo Martini, costruendo così un contenitore che ospita voci diverse invece di imporne una sola.

KLm è probabilmente il caso più radicale: nata nel 2015 come rete che unisce tre compagnie storiche — Kinkaleri (Prato, dal 1995), Le Supplici e mk di Michele Di Stefano — attorno a percorsi di residenza condivisi in tre città (Prato, Bologna, Roma), non è una compagnia ma un progetto di governance collettiva tra gruppi che restano autonomi ma mettono in comune formazione, produzione, spazi.

Balletto Civile, infine, pur avendo in Michela Lucenti una regista e coreografa che firma la visione d’insieme, lavora da sempre come una comunità artistica quasi nomade, nata dall’esperienza de L’Impasto Comunità Teatrale, che intreccia danza, teatro e musica dal vivo con una drammaturgia scenica costruita collettivamente.

È una differenza che si vede in scena, prima ancora che nei modelli statutari: sono compagnie che lavorano molto sull’attualità e fondono anime diverse perché intuiscono, credo, che la danza contemporanea non possa più limitarsi a essere pura rappresentazione estetica.
Deve dire qualcosa, comunicare, essere fruibile, altrimenti resta una nicchia che parla solo a se stessa.

È una convinzione personale, ma guardando Le Fenicie, Abracadabra, Manifestus o Panoramic Banana in fila in questi quattro giorni, è difficile non pensare che siano proprio queste le realtà, insieme alle nuove generazioni che da lì passano, a indicare la direzione in cui la danza italiana può continuare a crescere: eccellenze che restano sperimentali senza perdere la capacità di parlare a un pubblico più largo di quello degli addetti ai lavori.

immagine per NID Platform 2026 ph A. Macchia
NID Platform 2026 ph A. Macchia

Un mondo bellissimo

Poi c’è quello che i cartelloni non raccontano. Il mondo della danza, visto da vicino per quattro giorni tra spettacoli, panel e momenti di rete, è un mondo di persone che hanno scelto di lavorare con il corpo, con la presenza, con l’equilibrio, spesso senza alcuna delle garanzie che il resto del mondo del lavoro considera scontate.

Comunicano con il corpo prima ancora che con le parole, lo mostrano, a volte lo sfidano fino a violentarlo, altre volte lo prostrano fino all’estremo, e lo fanno, quasi sempre, per raccontare qualcosa che va oltre se stessi.

È anche, va detto, un mondo di persone bellissime, dentro e fuori dal palco, che sanno essere serissime in scena e capaci di lasciarsi andare un attimo dopo: nelle cene tra compagnie, negli ultimi drink prolungati fino a notte, nella silent disco che ha chiuso l’edizione.

Un ambiente che resta, nonostante tutte le fragilità strutturali di cui si è detto, genuino e inclusivo.

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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

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