A Taranto il cibo è un gesto quotidiano, familiare, concreto. Ma può diventare anche una metafora potente per parlare di ciò che attraversa il corpo, la memoria, le relazioni, una comunità intera. È da questa intuizione che prende forma Di polpa e di vento, il progetto espositivo diffuso (fino al 14 novembre 2026) di Ezia Mitolo, artista tarantina attiva da oltre trent’anni nel panorama dell’arte contemporanea, a cura di Cristina Carriere.
Una mostra che non sceglie un unico luogo, ma attraversa la città, insediandosi in quattro spazi profondamente diversi tra loro: Parati Project, all’interno del mercato Campagna Amica, LASSTUDIO, la Torre dell’Orologio del Museo dal Mare e, dal 7 ottobre, il Museo Etnografico Alfredo Majorano.
Quattro luoghi, quattro momenti di un unico processo: metabolizzazione, metamorfosi, sedimentazione e rinascita.
È il nutrimento, dunque, a diventare dispositivo di lettura della ricerca di Mitolo; ma nutrirsi, nel suo lavoro, significa molto più che introdurre qualcosa nel proprio organismo: significa accogliere, elaborare, trasformare. Significa fare i conti con ciò che ci attraversa, con le esperienze, le emozioni, i ricordi, fino a renderli parte di noi.
Il corpo diventa così il primo luogo della trasformazione, mentre la dimensione psichica e quella collettiva ne costituiscono la naturale estensione.
È una prospettiva particolarmente significativa se osservata dentro la città che ospita il progetto.
Taranto vive da anni una condizione di profonda trasformazione, sospesa tra la necessità di ripensare il proprio futuro e le incertezze legate alla crisi del suo modello industriale.
Una città abituata a misurarsi con il peso della grande industria e con le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di una storia che ancora non ha trovato una conclusione definitiva.
In questo scenario, un’artista che appartiene a questo territorio sceglie di non limitarsi a raccontarlo, ma di attraversarlo, portando l’arte fuori dai suoi luoghi consueti e facendola entrare nella quotidianità.
È forse questo uno degli aspetti più incisivi di Di polpa e di vento: la mostra non arriva semplicemente a Taranto, ma si lascia attraversare da Taranto.
Il primo movimento, la metabolizzazione, prende avvio nel luogo più concreto possibile: un mercato. Parati Project, nuova project room dedicata alla ricerca contemporanea, è infatti ospitata all’interno del Mercato Coperto Campagna Amica.

Qui, prima ancora che le opere venissero esposte, Mitolo ha coinvolto la comunità nel laboratorio Pronta l’impronta | Segni mangiati, realizzato nel mese di giugno. I partecipanti sono stati invitati a scegliere un frutto o un ortaggio, riconoscendovi qualcosa di sé, per poi trasformarlo in una matrice e imprimere la propria “impronta” su frammenti di stoffa. Le singole tracce sono state infine cucite insieme in un grande telo collettivo.
È difficile non cogliere la forza di questo gesto proprio per il luogo in cui avviene. Il mercato è uno spazio attraversato quotidianamente da persone che acquistano, vendono, si incontrano, scelgono il proprio cibo.
Non è uno spazio deputato all’arte contemporanea e, proprio per questo, il progetto di Mitolo assume una particolare rilevanza. Persone normalmente lontane dai circuiti dell’arte vengono coinvolte in un processo creativo e diventano parte dell’opera.
Qui il pubblico non è chiamato semplicemente a guardare. È invitato a riconoscersi, a scegliere, a lasciare una traccia. E soprattutto a comprendere che quella traccia, per quanto individuale, acquista un significato diverso quando entra in relazione con le altre. I frammenti cuciti insieme diventano una forma comune senza cancellare le differenze che li compongono.
È una dinamica che appartiene da tempo alla ricerca di Mitolo, artista che ha fatto della relazione con il pubblico e della pratica partecipata uno degli elementi centrali del proprio percorso. La sua ricerca, fortemente antropologica, ruota intorno al corpo, all’identità e al dinamismo psichico, utilizzando scultura, installazione, fotografia, video e performance per dare forma a ciò che spesso rimane invisibile.
Dal mercato si passa poi a LASSTUDIO, e il nutrimento diventa metamorfosi. Qui il corpo delle opere sembra farsi creatura, organismo, materia viva.

Nelle nicchie della libreria, nel giardino, sulle pareti e lungo il corridoio si incontrano forme che sembrano provenire da un universo interiore in continua trasformazione: aperture che diventano prese d’aria, corpi compressi, fiori che tendono verso qualcosa, creature prive di gambe che cercano comunque di muoversi, esseri sospesi tra il vegetale e l’animale.
È un mondo in cui il perturbante e il tenero convivono. Le forme di Mitolo hanno spesso qualcosa di organico e vulnerabile: sono corpi che si gonfiano, si comprimono, si aggrovigliano, cercano una via d’uscita.
In Va’ pistillo, addirittura, è il visitatore a completare il processo: i pistilli possono essere toccati e spostati, trasformando l’impollinazione in un gesto collettivo. L’opera non è più qualcosa che si osserva dall’esterno, ma un organismo che prende vita attraverso la relazione.
Anche qui il luogo non è un semplice contenitore. LASSTUDIO è uno studio di architettura, uno spazio contemporaneo progettato per costruire relazioni tra materia, luce, proporzioni e vita quotidiana. Le opere di Mitolo sembrano così trovare una naturale continuità con l’idea di uno spazio capace di “cambiare pelle”, trasformandosi in contenitore di possibilità.
Poi la mostra cambia nuovamente forma e arriva alla Torre dell’Orologio, dove la metabolizzazione diventa sedimentazione. È forse il passaggio più legato alla memoria della città.
La Torre si affaccia su Piazza Fontana, spazio progettato da Nicola Carrino, uno dei protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento e maestro della stessa Mitolo. Qui la relazione con il passato diventa inevitabilmente anche una riflessione sul futuro.
In Moniti d’aurore figure evanescenti sembrano emergere dal buio, forme sospese tra passato e presente, mentre il suono di campane, ticchettii, battiti cardiaci, grida e lontane esplosioni costruisce un paesaggio emotivo in cui il tempo si mescola alla memoria e alla violenza.
All’esterno, sul grande quadrante dell’orologio, Finché dura proietta immagini tratte dall’archivio familiare dell’artista: feste, bambini, frammenti di vita privata che si muovono tra lancette e numeri. È il tempo personale che incontra quello collettivo, la memoria individuale che diventa memoria dei luoghi.
Il confronto con Carrino acquista allora un significato particolare. Se Piazza Fontana era nata anche come dispositivo capace di mettere in relazione antico e contemporaneo, Mitolo interviene oggi sulla stessa stratificazione, aggiungendo un ulteriore livello di memoria. La città diventa corpo e il tempo diventa una sostanza che deve essere assimilata.
È qui che la metafora del nutrimento rivela tutta la sua forza. Come accade all’organismo, anche una comunità deve poter elaborare ciò che ha vissuto. Non per dimenticarlo, ma per trasformarlo in consapevolezza.
E forse è proprio questo il senso più profondo dell’azione di Ezia Mitolo a Taranto. In una città che attraversa una fase complessa, nella quale alle trasformazioni economiche e industriali si accompagnano sentimenti di preoccupazione, attesa e talvolta scoraggiamento, l’artista sceglie di agire sul piano culturale. Non offre risposte alla crisi, ma costruisce luoghi nei quali la comunità possa tornare a interrogarsi.
Lo fa portando l’arte dove normalmente non ci aspetteremmo di trovarla: nel mercato, nello studio di un’architetta, dentro una torre storica, nelle sale di un museo etnografico. E soprattutto costruendo occasioni nelle quali l’opera non è separata dalla vita, ma nasce dalla vita stessa.
Il quarto movimento, la rinascita, completerà il percorso al Museo Etnografico Alfredo Majorano, confrontando le opere con un patrimonio storico e antropologico fatto di oggetti, testimonianze e memoria della comunità. Il ciclo si chiude così là dove ogni trasformazione dovrebbe condurre: non alla cancellazione di ciò che è stato, ma alla possibilità di assorbirlo e farne qualcosa di nuovo.
Di polpa e di vento è, dunque, una mostra sul nutrimento solo in apparenza. È soprattutto una mostra sulla capacità di metabolizzare ciò che ci accade. Sul modo in cui le esperienze possono sedimentare, trasformarsi, diventare memoria e infine generare nuove possibilità.
Ezia Mitolo riempie Taranto di opere, ma soprattutto di relazioni. Porta l’arte fuori dai luoghi in cui siamo abituati a cercarla e la restituisce alla città come strumento di ascolto, partecipazione e consapevolezza.
Perché forse una comunità, proprio come un corpo, non può scegliere tutto ciò che incontra. Può però scegliere cosa farne. E in una città che oggi sta cercando, non senza fatica, di capire quale sarà la propria prossima forma, anche questo è un modo per cominciare a rinascere.
Ilaria Caravaglio è laureata in storia dell'arte moderna e contemporanea. Nel 2008 si trasferisce a Roma per un tirocinio alla Collezione Farnesina (Ministero Affari Esteri), per decidere poi di restare e conseguire il master in Curatore d'Arte Contemporanea presso La Sapienza. Per alcuni anni resta nella capitale, dove lavora come direttrice di gallerie d'arte e responsabile del settore arte in una fondazione; negli stessi anni inizia a scrivere per artapartofculture.
Nel 2015 sceglie di tornare a vivere nella città d'origine, a Brindisi, in Puglia, e da allora lavora come curatrice indipendente e come docente nella scuola secondaria di primo e secondo grado.



















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Un bellissimo intervento