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La mostra che non ho visto #49. Flavio Favelli

Flavio Favelli in un ritratto fotografico di Sebastiano Luciano
Flavio Favelli
in un ritratto fotografico di Sebastiano Luciano

A fine maggio scorso apriva Viceversa la mostra del Padiglione Italia alla 55° Biennale di Venezia. Il curatore, Bartolomeo Pietromarchi, ha presentato un progetto con 14 artisti, di cui due morti. Il Padiglione, adiacente a quello della Cina, è stato diviso in sei spazi, ognuno per due artisti. L’ultima coppia, i moschettieri Golia e Xhafa, esponeva all’esterno, nel giardino interno al Padiglione, detto delle Vergini.

Sono arrivato a Venezia la domenica prima dell’inaugurazione e faceva freddo per un fine maggio. La serata prevedeva una cena a casa di N.N. con vista sul Canal Grande. Ricordo bene i gamberi scottati tiepidi e consistenti. Alla fine credo che nel mio rapporto col cibo la questione della consistenza sia decisiva. A Flavio, da mangiare, piacciono le cose dure diceva Tosca, la mia nonna materna, con cui ho un rapporto ancora ambiguo, irrisolto, anche se è morta nel 2007, pochi giorni prima della mia mostra a Torino. I brodi, le zuppe, i caffellatte, le creme, i sughi, che sono sempre caldi, mi hanno sempre disgustato, forse per quel loro carattere originario, organico, appiccicoso e falsamente rassicurante. Il tempo, quando stavo con lei, era scandito dal cibo, pochi possono capire cosa vuole dire per una donna bolognese, nata del 1909 in via San Vitale, osservante e praticante la tradizione, il cibo.

Bevo acqua, il giorno dopo sarei andato all’Arsenale.

Lunedì mattina ho un’intervista molto lunga, servirà per un film-documentario. Riesco a dire che amo i neon e i lampadari con le gocce perché da bambino mi hanno sempre accompagnato. Insieme ai pavimenti, i lampadari sono stati sempre al centro della mia attenzione. Ho creato spesso opere con pavimenti e lampadari forse per continuare a mantenere queste immagini così dense. Si guarda per terra o in alto per evitare di vedere quello che sta in mezzo.

Da soli si osserva, si gioca spesso con gli oggetti e le immagini e io sono stato spesso solo. Gli oggetti rimangono e si portano addosso troppe cose che se riconosciute segnano un’intera esistenza.

I neon, li chiamo ministeriali, erano dappertutto: negli ospedali, nei tribunali, a scuola, negli uffici. Li fissavo e poi chiudevo gli occhi e poi li riaprivo e la barra bianca luminosa rimaneva come una cicatrice fra il buio e il mondo. Le barre bianche nel buio degli occhi chiusi mi facevano compagnia perché era tutto lungo, noioso e pesante.

Sono riuscito a dire, in modo un po’ sconnesso, almeno questo nell’intervista per il film.

Settimane fa l’ho visto per la prima volta, presentato a Santo Spirito in Sassia a Roma.

E’ sempre difficile parlare di altri artisti, non so se mi è dispiaciuto o se ho apprezzato il fatto che nessuno abbia parlato di questioni personali riguardo la propria opera. Con due artisti defunti, due hanno scelto il silenzio, Bartolini ha letto un comunicato, e gli altri mi hanno annoiato con le loro pretese pubbliche, politiche e sociali.

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