La mostra che non ho visto #58. Alessio Ancillai

Alessio Ancillai in un ritratto fotografico di Daria Palladino
Alessio Ancillai
in un ritratto fotografico di
Daria Paladino

Finalmente il caldo stava invadendo le nostre vite, ma in un Garage si stava freschi e lì ho incontrato Piacentini mentre vedeva una mostra. Io non l’ho vista con gli occhi di un visitatore… forse mi sarebbe piaciuto. Faceva fresco, era la fine di giugno, nel Garage, Piacentini mi chiede di raccontargli una mostra che non ho visto e che ha determinato la mia ricerca. Strana idea, penso subito. Interessante e fantasiosa idea, penso subito dopo. E via, cerco di non pensarci per far riaffiorare alla memoria quale assenza possa aver determinato la mia ricerca.

E qui viene il bislacco: ho sempre pensato e cercato la presenza come espressione di fantasia, invece qui mi si chiede un’assenza che ha determinato la mia ricerca artistica… ma certo, è come quando in una bella donna sento l’emozione di qualcosa in divenire. Allora penso: interessante e fantasiosa questa idea. E aspetto, attendo, non scrivo oppure comincio a buttare giù parole che non hanno senso.

Dopo qualche tempo le parole confuse iniziano a diventare immagine… palmi di mano. Palmi di mano di donne e bambini?

Ma sì, ho visto e letto qualcosa, in un convegno ho sentito esperti che parlavano del passaggio dal Neanderthal al Sapiens. E’ inutile, brancolo nel buio, forse sarebbe più facile citare e parafrasare Nazim Hikmet, oppure citare le grandi esposizioni o i dispositivi del passato, le esposizioni  del Deutscher Werkbund (1914-1929) oppure la mostra “When attitudes become form” curata da Szeemann a Berna nel 1969, oppure quella mostra del 5 febbraio 1916 in Zurigo, al Cabaret Voltaire; ce ne sono diverse che avrebbero potuto stimolare l’inizio della mia ricerca. Mi viene in mente il termine “origine”; perché questa parola riaffiora costantemente? Mi rivedo le opere di Giuseppe Capogrossi, Mario Ballocco, Ettore Colla, Alberto Burri e Lucio Fontana, ma in contrapposizione con la mia ricerca emerge un’altra parola “spazio”. Ecco, il termine spazio, non riesco ad associarlo con il pensiero, ma inevitabilmente la mostra che non ho visto il 15 gennaio del 1951 mi fa riflettere sul perché quegli artisti indagavano lo spazio e non il tempo.
A me interessa il tempo interno dell’essere umano che sin dall’origine dei primi istanti di vita segna per sempre il movimento interno della vita umana e il suo inizio. Tempo interno che si ripete all’infinito mai uguale a quello passato, “assurdamente” avrebbe detto Eva Hesse. Quindi il tempo e la forma, ecco forse anche il pensiero di Carla Accardi, ma con la ricerca che viene dopo l’esperienza di “Forma 1”, il periodo dopo il 1954 dove la poetica del segno e colore arriva in quella mostra che non ho visto nel 1965 alla Galerie Stadler di Parigi.

Mi piacerebbe inventarmi che il mio primo stimolo sia stato quella mostra fatta di suoni, di corpi, di colori che si muovono, quella mostra che Pina Baush ha regalato per tutta la vita all’arte, dove il pensiero non è mai scisso dal corpo. Ecco, partendo da questa memoria mi viene da pensare che forse una mostra è quella in cui le opere, se sono il pensiero dell’artista, non sono poggiate sul corpo dello spazio in cui sono esposte, ma ne devono necessariamente far parte. E’ un rapporto d’amore fra il tempo interno dell’artista e il corpo espositivo che spesso viene chiamato galleria d’arte.

Ma mi tornano in mente i palmi delle mani, di donne e di bambini e mi viene in mente quella parete piena di impronte.

Ci sono: la mostra che non ho visto e che ha segnato per sempre la mia ricerca artistica è una mostra itinerante di circa 60mila e 30mila anni fa, quella mostra cominciata a Blombos in Sud Africa e continuata passando per la grotta di Chauvet nella Francia meridionale. Quella è stata davvero una mostra di rottura; concettualmente ha avuto l’ambizione di separare il passato dal futuro e nella prassi di aver dato vita all’essere umano come tale.

Quella mostra ha segnato la svolta dell’essere umano: l’emergenza di rappresentare al di fuori di se stesso delle immagini che venivano da dentro. E’ stato il passaggio dal Neanderthal al Sapiens. Forse è stato un passaggio più culturale che biologico, come sostengono i maggiori studiosi di Homo Sapiens. Un evento speciale segnato dall’irrazionalità, da un evento di fantasia, di trasformazione dello spostamento materiale delle articolazioni della mano al movimento della mano che nasceva direttamente dal pensiero irrazionale ed ha creato qualcosa di mai visto prima.

Quindi la donna. Sì, uso la parola “quindi”. Il primo essere umano è stato donna, donna che non ha offerto la mela del peccato, bensì i primi segni, le prime linee dell’essere umano… ha raccontato all’uomo come egli dovrebbe essere. Con quella mostra le donne ed i bambini, hanno fatto vedere ai maschi adulti che, ritornando dalla caccia, potevano abbandonare la ripetitiva “ricerca” atta a soddisfare i bisogni,  potevano darsi un’identità nuova realizzando le esigenze, pensando per immagini.

Ed ho letto che gli animali venivano rappresentati più o meno simili all’immagine retinica che imprimono, mentre l’essere umano veniva sempre deformato, perché l’essere umano, a differenza dell’animale, ha la fantasia? Un fatto è certo: la donna ha determinato la nascita della specie evoluta Sapiens ed ha permesso l’estinzione della specie Neanderthal.

Da non spettatore, io quella mostra la cercherò per tutta la vita.

“Donna me prega, perch’eo voglio dire”

prima stanza
Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ‘l ver sentire!
5 Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
10 là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ‘l piacimento – che ‘l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare. 

(Guido Cavalcanti)

Ganni Piacentini

Ganni Piacentini

Nato mezzo secolo fa a Roma e morto nel futuro, non attraversa di buongrado la strada senza motivo. Impiegato prima in un forno in cui faceva arte bianca poi del terziario avanzato, da mancino dedica alle arti maggiori la sola mano sinistra. Allestisce, installa, fa deperire, dimostra, si confonde, è uno scadente imbonitore, intelligentissimo ma con l’anima piuttosto ingenua. Ha fondato in acqua gli artisti§innocenti, gruppo di artisti e gente comune, che improvvisa inutilmente operette morali. Tra suoi progetti: la Partita Bianca (incontro di calcio uguale), una partita notturna tra due squadre vestite di bianco, a cura di ViaIndustriae, Stadio di Foligno 2010 e, in versione indoor, Reload, Roma 2011 e Carnibali (per farla finita con i tagliatori di carne), Galleria Gallerati, Roma 2012.
Ha contribuito alla performance collettiva TAXXI (Movimento di corpi e mezzi al riparo dalle piogge acide contemporanee) prodotto dal Dipartimento Educazione del Maxxi nel 2012. Sua la cura del Premio città etica (per l’anno duemilae...) e del Premio Retina per le arti visive.

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